UNA MATTINATA AL LETS

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Inaugurato il Museo della Letteratura a Triieste, «un museo da leggere», anzi: da rileggere

Questo «museo da leggere», questo gioco, ha dentro di sé altri musei. È una matrioska: dentro ci sono i musei Saba, Svevo, Joyce

di Francesco Carbone

Sabato mattina, verso le 10 e un quarto: piazza Hortis a Trieste. C’è il sole, nella piazza alberata bancarelle di frutta e verdura, di rigattieri, di libri usati. Le persone passano sole o a coppie, parlano piano. Anche la statua di Svevo giustamente lo immortala che passeggia. C’è una stupenda poesia di Enzensberger, Canzoncina ottimistica,che contempla una situazione uguale: individui che vanno «avanti e indietro in tutta calma / per acquistare latte e rapanelli» – senza estrarre coltelli! – «come nella pace più totale»: fanno «un gran bel vedere».

Ho appuntamento con un amico per vedere insieme il nuovo LETS, acronimo che sta per Letteratura Trieste e che in inglese – l’onnivoro inglese – è il verbo che si usa per incitare («Let’s go», è l’ultima immortale battuta di Mucchio selvaggio) ma anche per dire lasciare: i Beatles, un attimo prima di lasciarsi, cantavano Let it be.

Da quando è stato inaugurato, due mesi fa, questa è la quarta volta che ci vengo: fortuna di abitare nei paraggi. Dunque, posso dire cosa è per me il LETS, che si presenta come Museo della letteratura. Questo sarà sicuramente vero, mentre per me è un museo come la pipa di Magritte. Infatti mi sono permesso di dire al mio amico che lo visitava per la prima volta: questo non è un museo.

Magari questa potrebbe essere la conclusione. Intanto: essendo un museo della letteratura sarà pieno di libri. E in effetti: ma in tutti i musei che si rispettano, gli oggetti – i reperti! – sono esposti e allo stesso tempo protetti in teche, vetrine a prova di deficienti, tenuti al di là di cortine di raggi ultrarossi che fanno scattare gli allarmi, mentre qui – prima sala, La libreria degli scrittori – i libri sono su grandi tavoli a portata di mano: li può prendere chiunque, ci sono anche le panchine per mettersi a leggerli: non occorre neanche compilare le schede che ci chiedono nelle biblioteche. Qui i libri sono amichevolmente se stessi: li sfogli, ne prendi uno, tre, cinque, ti siedi sulla panchina con vista sulla piazza, leggi quanto ti pare. Sei libero.

La sala è rossa: le pareti sono scandite in spazi che corrispondono a uno scrittore o a un tema. In ognuna – protette come in un vero museo – lettere, pacchetti di sigarette, sveglie, pipe, occhiali degli scrittori: l’amore della letteratura, si sa, genera un certo grado di feticisimo… Quindi Anita Pittoni, Giani Stuparich, Claudio Magris, Boris Pahor, Rainer Maria Rilke, Richard Francis Burton, Franz Kafka, ecc. Queste teche – ma non so se il termine sia esatto – ospitano vetrine, piccoli schermi, persino cassetti… In alto, un festone di foto in bianco e nero degli scrittori.

A differenza di un museo, qui gli scrittori morti stanno con i vivi, e questo a me pare importantissimo: la letteratura dunque è in corso, esiste, va chissà dove: va in molti luoghi divergenti nello stesso tempo. È babelica e, come le biblioteche di Eliot e poi di Borges, è fraterna: tutti i libri fanno un unico libro, ogni libro comunica con tutti gli altri. Quindi, qui, sul grande tavolo, Pietro Spirito, Federica Manzon, Mary Barbara Tolusso, Susanna Tamaro, ecc.

Anche il fatto che La libreria degli scrittori sia la prima sala – la prima stazione del gioco che per me è il LETS – conta: è l’ingresso, l’imprinting, il mood del luogo, l’abbiate ogni speranza voi ch’entrate. Ci dice: siamo tra amici, anche se magari sei nuovo, perfino se sei una scolaresca col cellulare ormai come prolunga postumana dei polpastrelli.

Si può allora dire che il gioco del LETS, se è un museo, è quello di essere «un museo da leggere» (è scritto in uno dei dépliant). E le cose che è bello leggere sono fatte apposta per essere rilette: il LETS è un museo (?) da rileggere. In effetti, e sono appunto alla quarta visita, continuo a trovare cose che mi erano sfuggite: come quando mi capita di rileggere, che so, L’Orlando furioso.

Questo «museo da leggere», questo gioco, ha dentro di sé altri musei. È una matrioska: dentro ci sono i musei Saba, Svevo, Joyce, e non potevano che essere loro tre. Il museo Svevo ci accoglie in un ambiente di buona borghesia dove l’esposizione alle pareti delle prime edizioni dei romanzi richiama la doppia vita di questo genio che, benché ricco e di successo, si ostinò quasi tutta la vita a fallire nella scrittura. Anche qui, un paio di poltroncine per leggere in pace. Nello spazio di Joyce a me incanta l’Ulysses animato di Andy Prisney. In quello di Saba si vede crescere da un’edizione all’altra il Canzoniere. Nell’Edicola della Storia, copie di giornali del ’900 sono più che altro un’istallazione scenografica che, credo, neppure tenti di rappresentare una storia che, come si sa, è intricatissima, irrisolta e plurilingue. Nel Cinematografo delle storie,un cortometraggio di montaggio assembla i film in cui Trieste è stata un set: geniale.

Il «museo da leggere» LETS, proprio come un libro, ha i suoi paratesti: dépliant con piantine del centro storico e percorsi diversi a seconda dell’autore a cui è dedicato: Saba, Svevo, Joyce, Burton, Tomizza. I dépliant, e tutto il gioco del LETS, mi fanno pensare alla Trieste di Claudio Magris e Angela Ara: parafraso malissimo e senza riconsultare il prezioso libretto: Trieste è una città fatta per equivocarsi nella sua letteratura, equivoco vitale di cui non potrebbe fare a meno. E infatti, caso unico in Italia, ne è nato un turismo specifico, con relativi monumenti, e visite guidate: la libreria di Saba, la Berlitz School dove andava Svevo a imparare l’inglese e dove insegnava Joyce, che tra i tanti bordelli, frequentò il cubo,davanti al quale quasi sempre si trova una frotta di turisti compunti ad ascoltare l’informatissima e plurilingue guida. Il paratesto dei dépliant – e le grandi foto della città accampate ai lati dell’Edicola – mi dice che il LETS è anche una guida per Trieste: se è un museo, è un museo estroverso, un museo spalancato, un museo il cui dentro ci rimanda sempre al fuori.

A me pare che, nella serie dei dépliant «La Trieste di», manchi Boris Pahor, perché credo che una piantina della «Trieste di Pahor» potrebbe guidare il visitatore a vedere uno dei due lati tragici – l’altro ovviamente è la Risiera – della storia della città.

Passeggiavo nel gioco che si chiama LETS e mi veniva in mente una pagina di Heidegger (da L’origine dell’opera d’arte) in cui s’impara la differenza vitale tra un anonimo posto e un luogo. Il luogo è ciò che l’uomo può abitare: ha un centro, un’armonia con ciò che lo circonda, è fatto per viverci e per amarlo. Tutti quelli che hanno progettato e realizzato il LETS hanno fatto di un posto un luogo. Chi ha fatto il LETS è come l’inventore di un gioco: come l’inventore degli scacchi o della pallavolo, ha ideato il luogo dove infiniti percorsi per lui impensabili i frequentatori intrecceranno. Se è un museo da leggere, l’autore ha predisposto un testo le cui letture non gli appartengono. Un luogo libero.

Usciamo dal LETS felici e contenti. Sono così vecchio da ricordarmi di quando piazza Hortis non era pedonale: guardare adesso il suo giardino, e pensare a quando c’erano macchine parcheggiate dappertutto col su e giù odioso del traffico, attorno all’augusto mezzo busto di Attilio Hortis, aumenta il sollievo.

Per chi non fosse di qua: piazza Hortis è un quadrato: con un giardino con alti platani, lecci e tigli, che d’estate ne fanno uno dei luoghi meno afosi della città. Al centro, il busto di Attilio Hortis, che ovviamente nessuno sa più chi sia, ma che resta molto apprezzato da piccioni e gabbiani. Tra le tante cose, il petrarchista, accademico dei Lincei nonché cruscante Attilio Hortis fu per mezzo secolo direttore della Biblioteca Civica di Trieste, che gli è stata opportunamente dedicata.

Ma queste sono quisquiglie che non occorre sappia, per esempio, qualcuno che ci tiene a diventare sindaco di Trieste: sono monade da flâneurs. Intanto, da 16 anni, la Biblioteca Civica di piazza Hortis è chiusa: magari sta cadendo a pezzi, mentre circa quattrocentomila volumi colliquano e se li prende la muffa. Le raccolte della Biblioteca Civica sono custodite – diciamo così – nei piani sopra il LETS.