BIAGIO MARIN E GRADO
Il Ponte rosso n. 130 settembre Speciale Grado Aquileia 2026 | Pericle Camuffo | poesia
In Marin il paesaggio non è mai autosufficiente, ma rimanda continuamente a una presenza superiore
di Pericle Camuffo

Nella vita di un artista esistono luoghi che fanno da sfondo, che rappresentano una sorta di fondale di scena su cui proiettare se stesso e la propria visione del mondo. Per alcuni, invece, ci sono dei luoghi che diventano qualcosa di diverso, di più ampio e profondo. Il rapporto tra Biagio Marin e Grado costituisce, in questo senso, uno degli esempi più significativi della letteratura italiana del Novecento in cui il luogo d’origine trascende la dimensione autobiografica per diventare categoria poetica ed esistenziale. Grado non rappresenta, infatti, il semplice scenario della sua produzione lirica, bensì il principio ordinatore della sua visione del mondo; non è semplicemente il paese dove è nato nel 1891 e morto nel 1985, ma il nucleo spirituale, metafisico, da cui sgorga e a cui ritorna, trasfigurata, la sua poesia. Marin è riuscito a trasformare un piccolo mondo sospeso tra mare e cielo, il “picolo nio covo de corcali” in un universo letterario capace di parlare a lettori di ogni tempo. Il suo legame con Grado è così intenso che distinguere dove finisca il paesaggio e dove inizi la voce del poeta è spesso impossibile.

Nonostante l’idea e l’immagine dell’isola siano costruite su pochi elementi, sempre quelli e sempre uguali a diventare quasi monotoni, come aveva intuito Pasolini, le calli, il porto, la laguna, le barche dei pescatori, il vento di bora e la luce che cambia con il trascorrere delle ore diventano elementi di una geografia interiore, simboli di una condizione umana fatta di memoria, contemplazione e ricerca di armonia che, in quanto raccontano il rapporto dell’uomo con il tempo, la natura e il mistero dell’esistenza, acquistano un valore universale.
Il mare, per esempio, che rappresenta uno dei grandi protagonisti della sua poesia, non è soltanto una presenza fisica, ma metafora della libertà, dell’infinito e del continuo divenire della vita. La laguna gradese, con le sue acque calme e i suoi orizzonti aperti, suggerisce una dimensione di silenzio e meditazione. Marin osserva il mutare delle stagioni, il ritmo delle maree, il lavoro dei pescatori, cogliendo in ogni dettaglio un ordine profondo che lega l’uomo alla natura. È una visione lontana dal sentimentalismo: il paesaggio non viene idealizzato, ma accolto nella sua semplicità e verità.

Questo, per dire che la poesia mariniana si sviluppa inoltre lungo una costante tensione metafisica. Il paesaggio non è mai autosufficiente, ma rimanda continuamente a una presenza superiore. La luce, altro elemento ricorrente in tutta la sua opera, assume una funzione quasi teologica: è manifestazione dell’ordine del creato e segno della trascendenza. Tale religiosità, però, si mantiene distante tanto dalla retorica quanto dal dogmatismo, configurandosi piuttosto come una forma di contemplazione nella quale il divino si rivela attraverso la semplicità del quotidiano, secondo le suggestioni di una certa poesia romantica primo ottocentesca di matrice germanica a cui Marin non ha mai smesso di riferirsi. La vicenda biografica del poeta – segnata dalle due guerre mondiali, dalla perdita del figlio Falco nel 1943, dalla sua presenza in altre città (Firenze, Vienna, Gorizia e Trieste) e dalle profonde trasformazioni del confine orientale – rafforza ulteriormente il valore simbolico di Grado. L’isola diviene il luogo della permanenza, di resistenza morale, uno spazio dove custodire valori essenziali come la dignità della persona, il dialogo con la natura e la continuità della memoria collettiva, in un Novecento continuamente attraversato da lacerazioni storiche e morali.

L’intera opera mariniana, in fin dei conti, può essere letta come una meditazione ininterrotta sull’isola natale, sviluppata lungo oltre settant’anni di attività poetica, dalle prime raccolte – Fiuri de tapo (1912) e Cansone picole (1927) – fino ai grandi cicli confluiti ne I canti de l’isola (1951) e nelle successive edizioni ampliate – ad oggi tre volumi che raccolgono più di tremila poesie – Grado diventa così un microcosmo capace di esprimere questioni universali: il rapporto tra uomo e natura, il fluire del tempo, la memoria, il dolore, la morte e la tensione verso il divino.
La centralità di Grado emerge con particolare evidenza anche nella prosa L’isola d’oro (1934) dove, fin dalle pagine iniziali, lo scrittore restituisce l’immagine di una comunità antica, essenziale, quasi sospesa fuori dal tempo: «Un dosso di rena, un lido stretto e falcato sul vertice di un delta […] così era il paese». La descrizione non risponde a un intento documentario, bensì alla costruzione di una geografia della memoria nella quale il paesaggio diventa fondamento dell’identità individuale e collettiva.

In questa prospettiva assume un ruolo decisivo la scelta del dialetto gradese. Lontano da qualsiasi regionalismo folklorico, Marin eleva la lingua della propria comunità a strumento di riflessione. Come sottolineava Pier Paolo Pasolini nell’introduzione all’antologia Solitàe (1961), il dialetto mariniano possiede una limpidezza espressiva che gli consente di raggiungere una dimensione universale. La sua musicalità, con il suo lessico fortemente legato al mare e alla vita dei pescatori, non limita l’orizzonte della poesia, ma ne garantisce l’autenticità. In tal senso il dialetto diviene lingua dell’essere, capace di esprimere una verità morale e spirituale che l’italiano letterario avrebbe forse attenuato.
In un’epoca in cui molti autori vedevano il dialetto come un linguaggio marginale, Marin ne fa invece uno strumento di grande raffinatezza espressiva. La lingua della sua comunità diventa capace di affrontare temi filosofici, religiosi ed esistenziali senza perdere la sua immediatezza. Attraverso il gradese, il poeta restituisce autenticità ai gesti quotidiani, alle emozioni più intime e al rapporto con il paesaggio.

Anni Sessanta
In questo modo, il poeta ha contribuito a costruire l’immagine culturale dell’isola, rendendola conosciuta ben oltre i confini regionali. Ancora oggi il suo nome è strettamente legato alla città, che ne custodisce la memoria attraverso iniziative culturali, studi e percorsi dedicati. Per molti visitatori, leggere Marin significa scoprire una Grado diversa da quella esclusivamente balneare: una comunità con una storia antica, una lingua viva e un patrimonio umano profondamente radicato nel rapporto con il mare.
La sua Grado, quindi, non è un luogo della nostalgia, bensì uno spazio poetico nel quale natura, memoria e spiritualità trovano una delle sintesi più alte della lirica italiana del secolo scorso.
