SFACETTATURE DI UN’AMBRA VERDE

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Presentato al Salone del Libro di Torino il romanzo di Marina Silvestri

 

La nuova edizione del romanzo Ambraverde di Marina Silvestri, presentata al Salone del Libro di Torino nello stand dell’editore All Around (p. 190, euro 16,00) ha in copertina il logo concesso da GO! BORDERLESS, il progetto transfrontaliero che vede Gorizia e Nova Gorica unite nel 2015 come capitale europea della cultura, trattandosi di un testo che dà voce al patrimonio congiunto delle due città. La pubblicazione fa seguito alla traduzione in sloveno di Dana Čandek, Zeleni Jantar (Goriška Mohorjeva Družba, 2024).

Nella prefazione, Cristina Benussi – docente di Letteratura italiana all’Università di Trieste, responsabile della Sezione Letteratura del Circolo della Cultura e delle arti di Trieste – sottolinea come la protagonista sperimenti sulla propria pelle quanto vivere lungo la frontiera possa condizionare le scelte di vita, ma anche gli altri confini su cui si trova a vivere che sono sociali e culturali; inoltre, come il testo esplori le tante facce della condizione femminile degli anni in cui si dipana il romanzo, ed evidenzi il fattore non solo storico, ma ambientale ed ereditario.

 

Riproponiamo la recensione che Fulvio Senardi scrisse per la prima edizione (Palombi, 2013) sul n. 184, giugno 2013 del mensile Trieste Arte Cultura.

 

 

Riflettendo su Ambra verde, l’ultima fatica letteraria di Marina Silvestri, non viene in mente nessuna definizione migliore di quella che impiega Manzoni a proposito del romanzo storico, ovvero, «componimento misto di storia e invenzione»: un organismo bipartito dalla stretta dialettica interna fra le sue diverse anime, con un versante storico che si avvale dei migliori strumenti che, per serietà d’approccio e ponderati metodi d’analisi, l’Ottocento aveva elaborato e un versante inventivo, che potremmo chiamare propriamente “romanzesco”, dove si mette in opera, con altrettanto sofisticato virtuosismo, quella “scienza del cuore” che ha permesso al secolo romantico di plasmare, con empatica profondità e impeccabile verosimiglianza, gli eroi e soprattutto le eroine della narrativa e del melodramma, Madame Bovary e la Traviata. Più, in Manzoni, un “succo della storia” di impronta etico-religiosa, intriso di pessimismo giansenista.

Marina Silvestri
al Salone del Libro
Torino, maggio 2025

C’è tuttavia un terzo versante, che esula dal “modello” manzoniano (uso la parola in modo esclusivamente strumentale) e si riallaccia piuttosto alle modalità del romanzo-saggio, come sono venute istituendosi negli anni Settanta, in un momento di grande crisi dell’affabulazione (prima dell’irrompere sulla scena, con forze fresche e nuove idee, della pattuglia dei giovani narratori, Tondelli, De Carlo in testa); e penso a Citati, per saggi biografici sul confine poroso dove la storia letteraria può diventare narrativa, a Magris, con le schede di germanistica di Danubio, che abili suture legano a un doppio ordito esistenziale e filosofico, oppure, per opere di impostazione sostanzialmente analoga, ma con un più netto radicamento nei problemi e nei luoghi del Nord-Est, al filone narrativo sviluppato da Fulvio Tomizza durante gli anni Ottanta, a partire dal Male viene dal Nord e dagli Sposi di via Rossetti. E quando si parla di romanzo-saggio, nel caso di Marina Silvestri, si intende la volontà di coinvolgere il lettore nella ricerca di documenti, prove, testimonianze in grado di rendere possibile la ricostruzione della vita e del carattere del personaggio al centro del romanzo. La figura misteriosa verso la quale l’autrice protende la sua curiosità umana e il suo sforzo di decifrazione, l’alter-ego che essa offre al nostro coinvolgimento intellettuale e affettivo. Facendo provare al lettore il piacere del “mestiere dello storico”, con tutto quel contorno disciplinare, dall’antropologia alla psicologia, dalla sociologia all’economia, dalla demografia alla geografia, che da esso è oggi inscindibile: un’apertura d’orizzonte che sarebbe impossibile senza le competenze pluridisciplinari della Silvestri e la sua alta concezione del “romanzesco”, inteso come uno spazio di analisi e di riflessione che supera il solo ambito della fantasia, spingendosi oltre i limiti del caso singolo, del privato, dell’interiorità.

Così, in questa luce, il libro assume anche la veste dell’affascinante cronaca di una esperienza di “archeologia” del moderno, svolta seguendo tracce, vagliando indizi, elaborando ipotesi al fine di consegnarci un’immagine credibile di persone, epoche e luoghi. E per poter svolgere in maniera adeguata questa funzione, che è insieme euristica e narrativa, l’autrice colloquia con storici e memorialisti (ne cita le opere, ne sintetizza i risultati, ne fa materia viva della propria ricerca), si immerge con curiosità ed entusiasmo nell’esplorazione d’archivio, ispeziona le scene dell’azione, quasi a carpirne l’“anima” pronta alla divagazione (pertinente) e all’excursus (intelligente) per evocare quei quadri d’ambiente e quelle temperie storiche che possono dare spessore di contenuto autentico ai personaggi volta per volta chiamati alla ribalta.

L’opera, nel suo complesso, non ne risulta però aridamente antologica, quasi un vestito d’Arlecchino ottenuto accostando abilmente le parole di altri: sullo sfondo del sempre discreto citazionismo (che la bibliografia in appendice riconduce puntigliosamente alle fonti), e dietro le quinte del recupero storico, come a renderlo vivo e palpitante, si avverte il fremito di una costante partecipazione affettiva: il piacere della ricostruzione del passato coincide con il controllato entusiasmo di chi capisce e apprezza la quotidiana fatica dell’uomo faber, e ne valorizza l’opera con simpatia venata di pietas, ben capace di valutare, nel trascorrere delle generazioni, le lente trasformazioni della pianta-uomo, che la scrittrice accompagna, nella disseminazione delle spore, in uno spazio geografico centro-europeo e mediterraneo dove ritrova i segni di una cultura comune, di una condivisa civiltà materiale che smentisce le semplificazioni identitarie imposte, lungo il corso del “secolo breve”, dalla religione delle patrie. In questo senso Elvira, il personaggio principale – una proiezione, si direbbe, del sé autoriale –, sangue italo-slavo, cultura tedesca e francese, un’educazione sentimentale culminata nell’esperienza catanese, è quasi il simbolo incarnato di un cosmopolitismo positivamente aperto a tutte le esperienze dell’altro, e, in quanto tale, figura elettiva di una identificazione resa possibile non solo per ragioni di sangue, ma favorita da una incondizionata partecipazione etica ed intellettuale alla sua vicenda di donna, capace di resistere alle avversità, di farsi una ragione delle cose, di continuare a vivere, dopo il naufragio del grande amore, rimanendo, con piena dignità, se stessa.

Detto questo, andrà aggiunto che il libro mette in gioco differenti aspetti della sensibilità, che prevedono anche qualità stilistiche differenziate. C’è il discorso in piena luce, razionalistico e superegoico dello storico, che vaglia ipotesi e suggerisce vie maestre all’interpretazione. È grossomodo il versante “manzoniano” della storia, per rifarci alla formula da cui siamo partiti. In questo caso l’impegno è direttamente ed esplicitamente conoscitivo, sia pure a partire da uno specifico sottosuolo “sentimentale”. A contrapporvisi e a completarlo, un approccio emozionale, partecipativo, fluido ed oscuro come le scritture dell’Es. È qui che emergono sentimenti e che si tratteggiano stati d’animo, è qui che lampeggiano, laceranti e contraddittorie oppure placate e serene, le intermittenze del cuore. Sfiorate tuttavia con un particolare tatto e discrezione, con la mano leggera di una pudicizia che, frenando intrusioni troppo dirette negli spazi d’ombra dell’interiorità, evita la melensaggine e il patetico, sempre in agguato in casi come questi. Certo il portato di un Io a dominante razionale e di una inclinazione alla riservatezza, qualità che, dobbiamo supporre, appartengono all’autrice. Ben consapevole che il recupero della memoria non può che affidarsi, per non cadere nel kitsch, a strumenti solidi, a metodologie coscienziose, a testimonianze sicure, sull’esile terra di nessuno dove si intrecciano l’intelligenza e i moti del cuore. Ammantarsi, insomma, di una certa, strumentale e non cinica “impersonalità”. Ben mitigata, per altro, da qualche minima concessione al “pathos del mistero” che alligna anche nelle menti più razionali (anzi, diceva qualcuno, quanto più razionali tanto più superstiziose), e che qui si manifesta nel tema della “chiamata”, quasi che una inconscia memoria familiare avesse spinto l’autrice a ripercorrere la vicenda che racconta, obbligato a incrociare la sua vita di donna moderna e di ricercatrice con le vicissitudini della misteriosa antenata, che “premeva” per uscire dalle tenebre di una storia ormai dimenticata.

Queste strategie di fondo, che attengono in qualche modo all’“ispirazione”, si rovesciano, come è ovvio che sia, nella scrittura. Che ora è rapida, accelerata, aforistica, scandita per frasi brevi tipograficamente evidenziate (un ambito dove la scrittrice si conquista il suo proprio “cantuccio dell’autore”), ora invece fluisce lenta, analitica, denotativa (come del resto è proprio del genere saggistico). Oppure si concede una “meridionale” opulenza, scorrendo elencatoria e nominale, come a trasferire nel libro la ricchezza di oggetti, colori e profumi della realtà, a registrare le diramazioni dei casati, a inventariare i più pittoreschi attributi degli ambienti e dei luoghi. L’arcobaleno dell’esperienza, insomma, una enciclopedica passione per la “sirena del mondo” che trasferisce sulla pagina una folla di nomi, un po’ come in un libro che forse Silvestri ha tenuto presente, La lunga vita di Marianna Ucria di Dacia Maraini (perché, come ben si sa, ogni prodotto dell’arte si nutre, in parti uguali, della vita e della tradizione espressiva da cui nasce).

Dicotomia di scrittura che, come le altre classificazioni proposte, non vuole essere intesa in modo inflessibilmente rigido, ma ammette invece gradi intermedi, ibridazioni, momenti di passaggio. Come sempre del resto quando la penna risponde all’esigenza di rendere concreto un pensiero mobile e fecondo che non si appoggia su formule narratologiche o stilistiche come il malato sulla stampella degli invalidi, ma le interpreta con quella elastica duttilità che è propria della vita stessa.