DANIEL OREN AL “VERDI” di Lavinia De Pino

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Incontro con Daniel Oren e Vivien Hewit

Mettere in scena il Rigoletto oggi

di Lavinia De Pino

 

 

Tardo pomeriggio della seconda metà di maggio. Con il cuore in trepidazione, scendo rapida dal mio alloggio per dirigermi lesta al Teatro Lirico Giuseppe Verdi. Tra mezz’ora intervisterò il Maestro Daniel Oren, in questi giorni a Trieste per dirigere Rigoletto. È la prima intervista della mia vita.

Oren è uno dei più affermati interpreti dell’opera di Verdi e non solo: nel suo repertorio, tutti i grandi del melodramma da Rossini a Puccini, e poi Massenet, Bizet, Lehar, ecc.: lavorando coi cantanti più grandi (tra gli altri, Kraus, Pavarotti, Freni, Valentini Terrani, Kabaivanska, Bruson, Serra, Cappuccilli) e nei teatri più importanti del mondo. Al Teatro Verdi di Trieste, di cui negli anni ’80 è stato direttore stabile, è tornato spesso e sempre con successo.

Ora sono nel teatro, negli angusti corridoi su cui si aprono i camerini dei cantanti e del Maestro. Vedo i cantanti già nei costumi cinquecenteschi che mi fanno immaginare la Mantova in cui si aggirava il gibboso Rigoletto. Manca un’ora al momento in cui si aprirà il sipario. Immaginavo che l’intervista a Oren sarebbe stata molto breve: durerà 27 minuti. Mentre attendo il direttore, sento il Duca di Mantova provare con Gilda l’aria È sol dell’anima… Finalmente, alle 19.00 in punto, vengo introdotta nel camerino del Maestro.

Mi presento come una giovane appassionata di lirica, alla sua prima esperienza di giornalista. Provo a rompere il ghiaccio chiedendogli quale sia stata l’evoluzione del suo rapporto con Trieste sia sul piano artistico che personale.

Il Maestro, molto disponibile, mi racconta di come la sua carriera sia iniziata già a venti anni, vincendo uno dei più prestigiosi concorsi per giovani direttori d’orchestra, l’Herbert von Karajan: «Questo riconoscimento mi ha permesso di dirigere il mio primo concerto importante proprio qui, al Teatro Verdi nel 1975, quando il direttore artistico era il barone Raffaello de Banfield. Da giovane – racconta ancora Oren -, il mio primo approccio con le orchestre fu subito caloroso; già allora coinvolgevo cantanti e orchestra cantando io stesso tutte le parti delle opere che dirigevo: soprattutto quelle della tradizione belcantistica italiana (Rossini, Bellini e Donizetti) e poi le opere verdiane e veriste».

E Trieste?

«Trieste è contraddistinta da una sua nobiltà, da una sua classe, con un pubblico ricco di grandi conoscitori di musica e di voci: i triestini hanno un background di cultura musicale molto profondo, figlio dell’Austria. La mia storia d’amore con Trieste inizia molto tempo prima, quando nella seconda metà degli anni ’60 ho conosciuto Leonard Bernstein, che mi avrebbe fatto esordire a Gerusalemme come voce solista nei suoi Chichester Psalms: Bernstein era un genio, e il più importante direttore del mondo. Quando poi sono diventato direttore musicale e artistico del Teatro Verdi, ho visto come sia importante lavorare in completa armonia con tutti: non solo l’orchestra, i cantanti e il coro, ma anche i registri, la direzione artistica e la sovrintendenza. Questo, anche se sembra scontato, non lo è affatto».

Quali possono essere le strategie vincenti – oltre i biglietti e gli abbonamenti a prezzi ridotti – per incentivare l’interesse dei giovani all’opera lirica?

«Sui giovani è necessario un grande lavoro, perché, a differenza che in altre nazioni come gli Stati Uniti e l’Inghilterra, in Italia manca totalmente l’educazione musicale: sia nella famiglia che nelle scuole. Di conseguenza, il pubblico attuale è composto in gran parte da persone che sono buone conoscitrici del repertorio ma quasi tutte tra la terza e la quarta età».

Quali possono essere le insidie, dal punto di vista tecnico, di un teatro come il Verdi, dalle dimensioni molto più contenute, rispetto ad altri palcoscenici italiani e internazionali?

«Qualsiasi difficoltà, come ad esempio il ritardo del suono, può essere affrontata e superata con l’esperienza. Per esempio, un’insidia può venire dalle scelte del regista di posizionare i cantanti molto distanti dal palcoscenico. Questo può causare una riduzione della percezione della voce da parte del pubblico anche del 20 per cento! Intanto, in questi giorni a Trieste con questo Rigoletto, vivo ancora una volta l’esperienza di un rapporto armonioso e di fiducia con tutti: i cantanti, l’orchestra e il pubblico. Perché – e questo Daniel Oren lo sottolinea – musica vuol dire Armonia».

 

Il giorno dopo l’intervista a Oren, sono di nuovo al Verdi per assistere a una delle repliche pomeridiane del Rigoletto. Mentre l’opera va in scena, osservo con partecipazione il Maestro dirigere forse, alla luce della recente intervista, con sguardo più profondo. Non si può non rimanere affascinati dalla passione trasmessa da Oren in ogni singolo passaggio grazie a una gestualità che infonde un esprit vital che coinvolge cantanti e orchestra.

A un passo dall’uscire dal teatro, incontro per caso la regista Vivien Hewitt e colgo l’occasione per porle qualche domanda per capire meglio il punto di vista dei registri impegnati nell’allestimento di opere dal significato tanto complesso: «La regia – mi risponde – riguarda ogni aspetto di ciò che accade sulla scena. Ad esempio, per questo Rigoletto, i costumi realizzati si sono ispirati all’epoca in cui è ambientato (la prima metà del XVI secolo), introducendo aspetti scenografici coerenti. È un lavoro complicato: dalla concezione della regia dello spettacolo fino alla sua realizzazione possono passare mesi. Si arriva a lavorare giorno e notte per la realizzazione dei costumi e delle scene».

Quanto sono cambiati i problemi dell’allestimento di un’opera in questi anni?

«Soprattutto con l’avvento del digitale, l’uso dei materiali videoregistrati e delle luci ha acquisito un’importanza crescente. In generale, posso dire che può succedere che la regia diventi troppo intellettuale, allontanandosi dalle intenzioni dell’autore. È possibile presentare uno spettacolo sia nel solco della tradizione che innovando, ma senza perdere freschezza e verità. Ho lavorato per esempio a una Madame Butterfly con lo scultore minimalista Yasuda Kan, riuscendo a usare le sue sculture per raccontare il melodramma di Puccini, in un’atmosfera minimalista e moderna».

Cosa pensa allora della tendenza odierna di politicizzare alcune opere, talvolta fino a stravolgere le intenzioni del compositore?

«Tutto dipende dalla presenza o meno di un messaggio politico nella concezione dell’opera da parte del compositore. Il Nabucco, ad esempio, ha un suo messaggio politico ben definito. Mi è capitato di sentire un’idea per una Madame Butterfly anticoloniale… Stravolgere il significato di un’opera può essere pericoloso. Ma si possono fare anche cose belle: la regia di Willy Decker della Traviata del 2010 è stata concepita con uno stile minimalista, ma nello spirito di Verdi».

Come potrebbe restare viva l’arte dell’Opera nel mondo di oggi?

«Oggi servirebbero anche opere nuove per questo nuovo secolo, che raccontino l’attualità. Pensa che la Traviata racconta la storia di una donna morta solo qualche anno prima che Verdi la facesse diventare Violetta».

Alla fine, è Vivien Hewitt a domandarmi cosa studi. Le rispondo che sono impegnata in ambito scientifico, ma con interessi letterari e storici. La regista non si dimostra sorpresa: «Questo è bello. È molto importante che esista un costante dialogo tra discipline umanistiche e scientifiche. Purtroppo, negli ultimi decenni si è andato un poco perdendo. Durante il Rinascimento i grandi geni come Leonardo e Michelangelo erano studiosi poliedrici; non solo artisti: anche filosofi, poeti, architetti, ingegneri…».