UNA BIOGRAFIA DI ALDO OBERDORFER
biografie | Fulvio Senardi | Il Ponte rosso n. 119 - ottobre 2025
Pensiero e opere di un socialista triestino che il fascismo perseguitò fino alla morte
di Fulvio Senardi
Una rupe nella tempesta.
Aldo Oberdorfer: vita e scritti
di un perseguitato politico
Carabba, Lanciano 2025
pp. 260, euro 20,00
Vi sono libri che colmano dei vuoti, che cadono come la pioggia su un terreno arido. Libri, come dire?, necessari. Uno di questi è la monografia di Gianni Orecchioni su Aldo Oberdorfer. Un intellettuale e politico che rende orgogliosi di una città (in tempi in cui poco altro consola) e di una tradizione di pensiero. “Rupe nella tempesta”, come suggerisce il titolo del volume.
“Rupe”, ahimè, destinata a sgretolarsi sotto i colpi di un destino ingrato, della persecuzione e della malattia, ma nondimeno solido baluardo di valori morali, quelli che la sua vita e il suo pensiero trasmettono, nell’esemplarità di un agire che aborrisce il cedimento, il compromesso, il comodo accomodamento, così tanto diffuso nel Paese servile che è andato a scuola da Guicciardini, e con maggior facilità nei tempi difficili della dittatura (che sia esplicita e conclamata o che sia dissimulata in un parlamentarismo dalla mano pesante, autoritario, manipolatore, ostile a diritti e libertà, fonte di conformismo ed emarginazione).
Il ritratto di un “vinto”, e che cos’altro poteva essere un uomo convintamente socialista, per natura potremmo dire, vicino alle posizioni del socialismo riformista, con venature liberali, sul modello di Salvemini o dei Rosselli? Un uomo che, negli anni del fascismo, continuamente si reinventa per aggirare gli ostacoli che frappone sul suo cammino un Paese obbediente alla prepotenza e al sopruso. Strategie per sopravvivere, se il lavoro fatto bene non basta. Da qui un arcobaleno di differenti esperienze professionali, tutte nel campo della cultura, rese possibili dalla sua sfaccettata preparazione e da una serietà di comportamento che è tratto importante del suo carattere; e poi, l’attività di traduttore, musicologo, storico e testimone – per il libro in cui ha documentato la parabola del socialismo riformista nel Primo dopoguerra, Il socialismo del Dopoguerra a Trieste, 1922, mai più ristampato – della vittoria di Pirro del massimalismo e del comunismo nella Venezia Giulia, a spese della sinistra moderata, prima che il fascismo, con una violenza divenuta pratica quotidiana di sopraffazione ampiamente tollerata dai poteri costituiti, sparigliasse le carte.
Chiariamo una cosa: Oberdorfer sicuramente non intendeva assumere il ruolo di martire dell’idea (non è Oberdan, insomma), fare della sua vita di perseguitato un atto d’accusa contro il regime, ma, come tutti noi, godere della sua piccola porzione di felicità terrena, vivere in pace; fu il fascismo che, dopo l’abbandono da parte del triestino dell’attività politica (senza scendere però a compromessi quanto a idee e scelte esistenziali), convinto di avere di fronte un sovversivo scaltro come pochi altri, capace di mille astuzie per sfuggire alle reti del potere, lo fece diventare tale, seminando nella sua vita trappole perché si tradisse, pagando spie per seguirlo passo passo, avvelenandone l’esistenza senza mai una prova in mano per poterlo schiacciare e spedirlo in una cella (esperienza che pure conobbe) o al confino. Ciò che finalmente riuscì a fare con le leggi razziali, perché Oberdorfer era italiano, socialista ed ebreo.
Orecchioni ne segue la vita (e le opere) in tutte le sue svolte, con una partecipazione che non è solo quella dello storico, ma che si arricchisce di calde sfumature empatiche. Laureatosi a Firenze, tappa d’obbligo dei giuliani che intendessero praticare il mestiere delle Lettere, inizia nel Regno una carriera di insegnante. Il primo intoppo nel 1914: la “settimana rossa” di Ancona, un moto di protesta anti-militarista che degenerò in un sollevamento popolare e portò all’eccidio di tre dimostranti. Molte piazze d’Italia si infiammarono, il numero dei morti aumentò e seguirono arresti e processi. Oberdorfer da Chieti, dove aveva cattedra, chiese di poter tenere una conferenza a commento delle vicende, ma gli fu negato. Era però ormai uscito alla scoperto e divenne oggetto di critica e calunnie da parte dei benpensanti, che lo consideravano responsabile (mandante morale, diremmo oggi che siamo più ipocriti e fantasiosi) dei disordini che, per riflesso delle vicende anconitane e romagnole, erano scoppiati della cittadina. Fu trasferito. Scoppiata la guerra volle mettersi al servizio del Paese, come soldato se possibile, altrimenti come traduttore in qualche servizio di retrovia. Gruppi di pressione di interventisti più conservatori sollevarono dei dubbi su di lui, difeso da coloro che lo conoscevano, in primo luogo i triestini Salomone Morpurgo e Scipio Slataper che gli scrisse una lettera di partecipazione fino ad oggi inedita. Inizia una fase di calunnie, emarginazione, rassicurazioni ufficiali, pubbliche manifestazioni di stima. Tuttavia Oberdorfer non vestì mai la divisa, come avrebbe voluto.
Firenze, 1910
Fototeca dei Civici Musei, Trieste
Ritornato a Trieste nell’immediato dopoguerra, convinto del valore formativo e politico della cultura, diresse il “Consiglio superiore di cultura dei lavoratori”, partecipando alla vita del Partito socialista, retto allora da Valentino Pittoni, che gettò la spugna nel 1919, quando i massimalisti ebbero la maggioranza nel partito triestino. Testimone e partecipe di queste vicende pubblica nel 1922 la più interessante cronaca politica di questa fase cruciale del socialismo locale: Il socialismo del dopoguerra a Trieste, pubblicato da Vallecchi. Deluso ma più che mai attento alle cose del mondo, postosi in aspettativa, vive due anni a Berlino leggendo, studiando, scrivendo, insegnando. Il suo tedesco già ottimo si perfeziona ulteriormente. Traduce, già a partire dagli anni ’10, Nietzsche, Kant, Windelband, Mainecke, Zweig, Döblin, Goethe, ecc. Si misura con la letteratura, la filosofia politica, la storia della musica, lasciando in ognuno di questi campi una traccia importante.
Con l’avvento del fascismo – è ritornato intanto in Italia – inizia il lunghissimo periodo della persecuzione, che Orecchioni illustra con documenti fino ad oggi inediti, tratti dal Casellario politico centrale, dai fascicoli della Pubblica sicurezza, da vari altri archivi di Stato. Si trasferisce intanto a Roma, lavora all’ENIT, da cui, per ragioni politiche, viene licenziato nel 1925. Non seguiremo la lunga teoria di lavori iniziati e perduti – Orecchioni lo racconta benissimo – e di successivi trasferimenti, come a far perdere le tracce a un potere che non mollava la presa: Genova e poi Milano, Trieste ormai solo un ricordo del passato, dove getta l’ancora. Nel 1929 è commissario del Governo italiano per l’Expo di Barcellona, per il quale cura l’allestimento del Padiglione Italia. Sempre impeccabile nel suo lavoro, e sempre tallonato dagli informatori della polizia. Nel 1933 l’OVRA lo mette nel mirino, nella convinzione che fosse un affiliato di “Giustizia e Libertà” e, così Orecchioni, il cerchio asfissiante che il regime gli aveva costruito intorno si chiude sempre più. Espulso già nel 1926 dalla scuola per “indegnità politica”, le Leggi razziali del 1938 lo umiliano ma assai poco possono togliergli di quel niente che gli resta. Se non, la cosa fondamentale, la libertà. Scoppiata la guerra viene incarcerato a San Vittore, quindi internato a Lanciano. Un “atto di clemenza” di Mussolini permise ad Oberdorfer, ormai prostrato dal cancro intestinale, di morire a Milano, vicino alla sorella.
A testimoniare di lui ci restano le opere – le tante traduzione, il “testamento politico” che si legge solo nelle biblioteche –, una piccola strada di Roiano che porta il suo nome e, finalmente, il libro di Gianni Orecchioni.
