IL FESTIVAL DI TRIESTE 2025
Il Ponte rosso n. 119 - ottobre 2025 | Luigi Cataldi | MUSICA
Tre concerti al Teatro “Verdi” di Trieste dal corposo programma della manifestazione che è giunta quest’anno alla sua terza edizione
di Luigi Cataldi
Al Festival di Trieste – Il faro della musica 2025, organizzato dalla Società dei Concerti, ho assistito a tre concerti al Teatro Verdi. Ecco le mie impressioni.
9 settembre 2025, Ensemble Il Pomo d’oro, Francesco Corti (direzione e clavicembalo) Anna Besson (flauto traversiere). Musiche di Johann Sebastian Bach e di Carl Philipp Emanuel Bach.
È stata protagonista del concerto una delle eccellenze musicali dei nostri giorni, Il Pomo d’oro, orchestra votata alla musica antica, ma capace di impiegare i mezzi e le conoscenze di una rigorosa prassi esecutiva anche nel repertorio moderno (a dimostrarlo sta l’eccellente incisione dei Wasendonk Lieder di Wagner con la voce di Joyce DiDonato). Nonostante la sua recente formazione (2012) svolge un’intensa e apprezzata attività concertistica in tutto il mondo ed ha una fluviale produzione discografica (oltre 40 CD).
Dal 2018 il principale direttore ospite dell’orchestra è Francesco Corti, organista e clavicembalista formatosi a Perugia, Ginevra e Amsterdam, vincitore di prestigiosi concorsi (Lipsia 2006, Bruges 2007, fra gli altri), apprezzato come direttore e come solista in campo internazionale. A lui credo si debba la scelta del programma ascoltato a Trieste. I Concerti per clavicembalo BWV 1052 e 1054, il Concerto Brandeburghese n. 5 BWV 1050 di Johann Sebastian Bach (1685-1750) e il Concerto per flauto in Re maggiore Wq. 13 di Carl Philipp Emanuel Bach (1714-1788). Un repertorio consolidato per Corti, visto che è impegnato nell’incisione dell’opera omnia per clavicembalo e orchestra di papà Bach (tre CD sono gia usciti per l’etichetta Pentatone e se ne attende un quarto) e alla musica dell’epoca di Bach figlio è dedicato il suo ultimo CD, The Age of Extremes (musiche di Georg Anton Benda, Carl Philipp Emanuel Bach e Wilhelm Friedemann Bach per l’etichetta Arcana), sempre accompagnato dal Pomo d’oro. Nella trasferta triestina, l’organico dell’orchestra è stato ridotto all’essenziale, senza raddoppi di parti strumentali (eccetto l’aggiunta del contrabbasso per rafforzare il basso continuo): Federico Guglielmo e Lucia Giraudo (violini), Giulio D’Alessio (viola), Cristina Vidoni (violoncello) e Vanni Moretto (contrabbasso). Va aggiunto, naturalmente, il clavicembalo di Corti. L’organico essenziale ha il vantaggio di facilitare la comprensione del fraseggio e la tessitura polifonica di un repertorio simile e inoltre di evitare che la massa orchestrale sovrasti il cembalo. Il principale svantaggio dell’impiego di un organico ridotto sta nell’esigua massa sonora che rischia di perdersi in ambienti vasti, problema che, bisogna riconoscerlo, non si è avvertito al teatro Verdi.
Solista, per i due concerti che lo richiedevano, Anna Besson, flautista di formazione parigina e ginevrina, fondatrice insieme a Reinoud Van Mechelen dell’ensemble A nocte temporis, affermata esecutrice non solo del repertorio antico, ma anche del periodo romantico e interessata al recupero della tradizione del flauto irlandese.
© C. Dourtre – 2019
Il Concerto per flauto in Re maggiore Wq. 13 (1744), da cui si può partire, ha chiuso la prima parte. Pur essendo opera di Carl Philipp Emanuel, secondo figlio di Johann Sebastian, dunque più dei fratelli minori frutto dell’educazione del padre, è opera di diverso carattere da quelle paterne ed è caratterizzata da impeto sentimentale (lo si avverte nel carattere dei temi, in particolare quello del primo movimento e dal contrasto, fra le sezioni) che le conferisce un tono stürmisch. La fortuna del cosiddetto Bach di Berlino o di Amburgo (le due città dove a lungo risedette) non fu inferiore a quella del padre. Charles Burney (lo storico della musica inglese a cui sempre si ricorre per testimonianze dirette sulla musica del XVIII secolo) lo considerò «il più grande compositore per strumenti a tastiera mai esistito, ma anche il miglior suonatore per quanto riguarda l’espressione».
Pur essendo occasionale compagna di strada, Anna Besson si è bene integrata nella compagine. Due caratteristiche dell’esecuzione mi sono sembrate preponderanti, non solo in questa composizione, ma in tutto il concerto: precisione e compostezza. Ne è venuta fuori un’esecuzione chiara, senza eccessi, ma anche senza forme di espressività incisive e che restano nella memoria.
Composta mi è parsa pure l’esecuzione delle pagine di Bach padre. Corti ha scelto un equilibrato e preciso stacco dei tempi, ricorrendo con estrema parsimonia al “rubato” e ha avuto una sapiente cura delle ornamentazioni. L’orchestra ha dimostrato una grande capacità di ascoltare gli strumenti obbligati (il cembalo e il flauto) mostrando duttilità nella scelta dell’intensità del suono e pronta adesione alle scelte dei tempi. Significativo, in particolare, il Brandeburghese n. 5, che, come gli altri della serie, adatta in maniera originalissima il modello corelliano del concerto grosso allo stile bachiano. In questo caso il “concertino” che si contrappone al “tutti” orchestrale è composto da clavicembalo, flauto e violino. Abbiamo così modo di parlare anche di un altro membro fuori del comune dell’orchestra, il primo violino Federico Guglielmo, che nella sua più che trentennale carriera ha inciso oltre 300 CD, ha fondato un’apprezzatissima orchestra, L’arte dell’arco, e ha avuto i maggiori riconoscimenti artistici in tutto il mondo. Anche in questo concerto, nitido è parso il dialogo fra i tre strumenti (soprattutto nel tempo lento centrale, “Affettuoso” dove suonano da soli) e con l’orchestra. Il primo tempo, come è noto, offre quello che da molti è ritenuto il primo vasto assolo di cembalo (ben 65 battute), mentre il terzo movimento, un allegro sul ritmo di giga, sviluppa un insistito contrappunto delle tre voci obbligate e dell’orchestra per 310 battute. Anche in questo caso l’esecuzione è parsa ammirevole per precisione e compostezza. Il pubblico triestino si è trovato di fronte, insomma, a musicisti di prima grandezza e di lunga esperienza, che padroneggiano ogni aspetto della partitura, i quali, mi è parso, dovendo scegliere fra rigore ed espressività, scelgono sempre il primo e ciò ha reso l’ascolto meno entusiasmante di quanto ci si potesse attendere.
Il concerto, inserito nel programma del Festival di Trieste, ha anche inaugurato la Stagione sinfonica del Teatro Verdi. Forse è per questo che fin dall’ingresso in sala si percepiva il clima delle grandi occasioni: teatro gremito in ogni ordine di posti, vestiti eleganti, capannelli di chiacchiere salottiere.
Il programma comprendeva due monumenti brahmsiani, il Concerto n. 2 in si bemolle maggiore per pianoforte e orchestra, op. 83 e la Sinfonia n. 4 in mi minore per orchestra, op. 98.
Il nome di più grande richiamo era quello del pianista Vadym Kholodenko. La sua biografia dimostra che, in certi ambiti, è ancora impossibile dividere amici e nemici (nello specifico, ucraini e russi), amare i primi e odiare gli altri. Kholodenko è nato nel 1986 a Kiev, quando esisteva ancora l’Unione sovietica. Dopo i primi studi nella sua città, dal 2005, ha proseguito la sua formazione al conservatorio Mosca. È vincitore di premi prestigiosi, fra cui il Concorso Internazionale Van Cliburn nel 2013, che lo ha lanciato nell’attività di concertista. Il direttore Valery Gergiev sempre nel 2013 lo ha voluto come pianista in residenza al Teatro Mariinskij di Pietroburgo e lo ha accompagnato sui più importanti palcoscenici internazionali. Intensa è tuttora la sua attività di concertista: sinfonica, con i più affermati direttori, solistica e da camera, spesso in coppia con la seconda moglie, la violinista kirghisa Alëna Mihajlovna Baeva, anche lei di formazione russa. Rigogliosa è anche la sua produzione discografica, della quale ricordo solo le Sonate per pianoforte di Scriabin, premiate con il Diapason D’Or nel 2018.
Sul podio Hartmut Haenchen, ultraottantenne maestro la cui storia personale si intreccia con la storia del secolo scorso e dell’attuale. È nato a Dresda nel 1943 (dice che il primo ricordo della sua vita è il bombardamento della città del febbraio 1945), si è formato là e nella Repubblica Democratica Tedesca si è affermato come direttore (Filarmonica di Halle, Filarmonica di Dresda, Orchestra da camera Carl Philipp Emanuel Bach di Berlino, Komische Oper sempre a Berlino, fra gli altri incarichi). Là è vissuto, da oppositore fino al 1986 (il fascicolo della Stasi, la polizia segreta della DDR, su di lui conta oltre 900 pagine), quando si è trasferito in Olanda con l’incarico di direttore musicale della Netherlands Philharmonic Orchestra e della Netherlands Opera. Apprezzato in tutto il mondo (soprattutto come interprete wagneriano e mahleriano), ha realizzato oltre 130 incisioni di eccellente livello. Nel 2014 ha ideato un progetto di 30 eventi in Europa e in Giappone (ha intenzione di riprenderlo in questi nostri giorni tenebrosi), intitolato “War and Peace”, per far riflettere sull’importanza della pace, attraverso la musica, in luoghi significativi (fra gli altri, Helsinki, sede della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, Tokyo e Dresda, distrutte dai bombardamenti nel 1945 a pochi giorni di distanza) e con opere significative (Ifigenia in Tauride di Gluck, che racconta dei devastanti effetti della guerra di Troia, Fidelio di Beethoven sull’importanza della solidarietà e del senso di umanità di fronte all’oppressione, la Sinfonia n. 8 di Dmitrij Šostakovič, soprannominata Sinfonia di Stalingrado come esempio di resistenza alla vessazione dell’assedio). «Non essendo un uomo politico, non ho alcuna influenza sulla politica. Ma posso avere un’influenza attraverso la musica», ha detto. In un’altra intervista gli è stato chiesto se, da dissidente che vive tuttora a Dresda, è in pace con la DDR. «Non sono ancora riconciliato. Ma mi sono detto: non lasciare che l’odio prenda il sopravvento. L’odio non è una cura».
Il «piccolo concerto per pianoforte» che Brahms dice di essere impegnato a scrivere nel 1881 all’amico Heinrich Peter Freiherr von Herzogenberg è un monumento in quattro tempi della durata di quasi un’ora, fra i più impegnativi dal punto di vista tecnico, in cui fitto è il dialogo fra solista e orchestra, la sovrapposizione di piani sonori, il repentino e continuo alternarsi di impasti timbrici diversi per dar vita a diverse passioni. Kholodenko (pur uscendo stremato e grondante di sudore alla fine dell’esecuzione) è riuscito a padroneggiare la tecnica al punto da fare apparire la musica come spontanea. Dinamica e energetica mi è parsa l’esecuzione nei tempi mossi (Allegro non troppo, Allegro appassionato e Allegretto grazioso), ma (è un pregio) senza enfasi eccessiva e magniloquenza, più intimistica quella del terzo movimento (Andante). L’integrazione fra il solista e l’orchestra del Verdi (in stato di grazia) mi è parsa eccellente.
Haenchen ha iniziato la Sinfonia n. 4 (1885) di Brahms prolungando, la prima nota, Si, del tema (una terza discendente seguita da una sesta ascendente). Così in chi ascolta resta un senso di sospensione, che torna o che rimane nel ricordo per tutto il primo movimento (Allegro non troppo) quando si riascolta il motivo. Un certo senso malinconico, tipico del primo movimento di questa sinfonia, viene così accentuato, come pure accentuato è risultato il contrasto con il secondo tema, quasi di fanfara militare. Anche nel secondo tempo (Andante moderato) Haenchen ha sottolineato il clima mesto da un lato e lo slancio lirico dall’altro. Nell’Allegro giocoso, uno scherzo, ma in insolito tempo binario con una sorta di trio in cui i corni hanno parte preponderante, Haenchen ha bilanciato con cura le sezioni dell’orchestra e ha mantenuto un ritmo sostenuto di danza campestre. Il grandioso finale (Allegro energico e passionato), in cui Brahms impiega, oltre alla forma della Passacaglia (un tema di otto battute elaborato in 35 variazioni), anche il contrappunto bachiano, è stato affrontato con grande energia, attenzione per i contrasti coloristici e per la scelta dei tempi. L’orchestra del Verdi in questa sinfonia ha dato il meglio di sé: attenta, equilibrata nelle diverse sezioni, capace di scolpire i temi con le diverse voci. Un’esecuzione da ricordare.
© Christoph Köstlin
Domenica 14 settembre 2025. Jan Lisiecki (pianoforte), Luka Hauser (direttore), Orchestra della Fondazione Teatro Lirico G. Verdi di Trieste. Musiche di Ludvig van Beethoven.
Due musicisti giovani, ma già molto affermati, il pianista canadese di origini polacche Jan Lisiecki, classe 1995, e il direttore (ed anche lui pianista) nato in Spagna nel 1997 di famiglia serbo-tedesca Luka Hauser, accompagnati dall’Orchestra del teatro Verdi, si sono misurati con un programma beethoveniano tanto conosciuto quanto impegnativo: l’Ouverture Coriolano in do minore op. 62, il Concerto n. 5 per pianoforte e orchestra in mi bemolle maggiore, op. 73 “Imperatore” e la Sinfonia n. 5 in do minore op. 67.
Lisiecki è normalmente impegnato in un centinaio di concerti all’anno in tutto il mondo, da solista o con famosi direttori (Antonio Pappano, Daniel Harding fra gli altri), incide per Deutsche Grammophon, con la quale, per limitarci a Beethoven, ha pubblicato i Lieder insieme al baritono Matthias Goerne nel 2020, premiati col Diapason d’Or (a dimostrazione della sua versatilità che lo fa eccellere anche nella musica da camera) e, dal vivo, insieme all’Academy of St Martin in the Fields da lui stesso diretta, i cinque concerti per piano di Beethoven.
Anche Luka Hauser, a dispetto della sua giovane età, vanta un curriculum rispettabile. È Kapellmeister della Staatsoper di Stoccarda, dirige importanti orchestre come la Konzerthausorchester di Berlino, la Tokyo Philharmonic Orchestra, la Sinfonieorchester del Liechtenstein, la Staatskapelle di Weimar e la Thüringer Symphoniker.
Per Lisiecki, oltre al CD sopra ricordato, l’Imperatore è opera frequentatissima, che ha eseguito sui principeli palcoscenici del mondo. Da qui deriva, credo, la sua disinvoltura che si è apprezzata anche a Trieste: precisione degli attacchi, del tocco, dei tempi, del fraseggio. Capacità di fare apparire un concerto pieno di difficoltà, come cosa facile e naturale, senza alcuna ostentazione di virtuosismo. Purtroppo l’intesa con l’orchestra in qualche occasione non è stata perfetta, in particolare in alcuni passi del secondo movimento in cui gli archi sono stati sovrastati dal solista.
In effetti qualcosa di non ben registrato si è ascoltato anche nella parte esclusivamente sinfonica. L’attacco della Quinta ha rivelato qualche asincronia fra le sezioni dell’orchestra (qualcosa di simile si era ascoltato anche nell’Ouverture del Coriolano e persino nell’Imperatore) e in qualche occasione, specie nel primo tempo, l’equilibrio sonoro fra le sezioni non è parso perfetto. Nel corso della sinfonia l’intesa fra gli strumenti si è consolidata e il movimento finale (Allegro) è parso più convincente per scelta dei tempi e dei volumi sonori.
