LA FOIBA DI MARIJ ČUK
Fulvio Senardi | Il Ponte rosso n. 118 - luglio/settembre 2025 | narrativa
Nel romanzo spunti di riflessione su una stagione atroce e controversa
di Fulvio Senardi

La foiba
Mladika, Trieste 2024
traduzione di Martina Clerici
pp. 200,euro 18,00
Chiudo, dopo una lettura attenta e partecipata, La foiba (traduzione dallo sloveno di Martina Clerici, edizioni Mladika, Trieste 2024, euro 18) di Marij Čuk, poeta, scrittore e giornalista. Un romanzo che offre parecchia materia di riflessione. Comincerò dicendo qualcosa sull’intreccio. Di cui è opportuno raccontare l’evento centrale. Nel 1938 un manipolo della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (gli squadristi di triste memoria, “addomesticati” per controllarne l’eversività) irrompe in una abitazione triestina, trova su uno scaffale un libro proibito (il Kaplan Martin Čedermak, 1938, di France Bevk, pubblicato sotto lo pseudonimo di Pavle Sedmak, ma di cui uno dei fascisti del gruppetto, uno sloveno in camicia nera, ve ne furono, riconosce immediatamente la vera paternità), infierisce nei confronti della famiglia (il cui rampollo quattordicenne ha disertato un’adunata della Gioventù italiana del Littorio, da qui l’irruzione) uccidendo il padre e violentando la ragazza sedicenne (che si suiciderà, incapace di superare il dolore); un pubblico ministero chiude poi in fretta la faccenda sostenendo, contro ogni evidenza, che si tratti di una rapina finita male. “Romanzesco” dirà chi conosce poco la storia della frontiera orientale. Eppure … Nel dicembre 1936 un gruppo di fascisti sequestra nel Goriziano Luigi Bertossi (ovvero Lojze Bratuž), musicista che, nonostante gli avvertimenti, aveva continuato a dirigere eventi corali in lingua slovena, lo bastona, lo obbliga a bere olio di motore, causandone la morte, avvenuta nel febbraio 1937 e senza conseguenze penali per gli assassini. E qui siamo alla storia. Indiscutibile dunque che la vicenda narrata da Čuk rientri nel campo del possibile. Fa parte di quegli episodi non infrequenti nel Ventennio in cui la violenza politica deborda nella delinquenza comune. Punta dell’iceberg (e questo il romanzo lo mostra con evidenza meno netta) della quotidianità strozzata delle minoranze nei vent’anni del Littorio, fatta di violenze aperte o in guanto di velluto, dure proibizioni, brucianti discriminazioni, giornaliere vessazioni, piccole angherie, gesti irrispettosi, disprezzo mal celato (con, non rarissima, perché ci fu anche questo, la piccola compensazione della solidarietà di coloro che quella oppressione risparmiava): una condizione diffusa nell’Italia fascista, che ebbe dalla sua parte una maggioranza, per convinzione o tornaconto, di servi ossequiosi (pessimisticamente Freud, un anno prima della Marcia su Roma, spiegava che la massa anela alla sottomissione). Quello che forse può lasciare perplessi, se si è fautori della verosimiglianza in narrativa, è che il protagonista, Riko Vodopivec (Bevilacqua all’anagrafe di un’Italia all’opera per cancellare ogni diversità di lingua e di cultura), investa e uccida accidentalmente nel 1955, alla guida della sua “topolino”, proprio il maggior colpevole del delitto perpetrato contro la propria famiglia. Una sorta di giustizia preterintenzionale o, se si vuole, un intervento diretto della Provvidenza (ci ha tramandato Dante: “Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, per giudicar di lungi mille miglia con la veduta corta di una spanna?”). Certo, pur consapevole che il critico, considerando la specificità dei mestieri, deve guardarsi dal dare consigli al narratore, sarebbe stato ben più inquietante e rivelatore se Riko avesse incontrato l’assassino dall’altra parte di una scrivania mentre gli rilascia un documento o al bar, che gli serve un caffé. Ma questa è la torsione laica di chi ha poca fiducia nell’intervento di Dio nelle faccende umane e sa bene, siamo di nuovo alla Storia, quanto poco fu fatto, nel Dopoguerra, per perseguire chi si era macchiato di crimini nel Ventennio. E ora veniamo a ciò che più favorevolmente colpisce e che, sul piano della trama, colloca questo libro in una posizione particolare fra tutti quelli (in crescita esponenziale) che si occupano di fascismo, foibe ed esodo. Riko, portato sull’orlo della foiba dove i partigiani stanno per giustiziare un gruppo di fascisti, fra i quali due complici dell’assassino del padre, restituisce la pistola che gli era stata data per compiere la vendetta: «La morte non va oltre ogni cosa, non è al di sopra di tutto? La morte è la linea finale, non spetta all’uomo tracciarla. Nessuno può arrogarsi questo diritto, no? […] No, non posso abbassarmi al livello di questi delinquenti. […] È il peccato che bisogna odiare, non il peccatore». Che non significa rinunciare alla giustizia, ma negarsi alla brutalità dell’occhio per occhio. Ero molto giovane quando, alla conclusione del Concilio Vaticano II, i vescovi polacchi indirizzarono all’episcopato tedesco un messaggio in cui offrivano e chiedevano perdono per il male che i due popoli si erano inferti. Mio padre, due anni in un campo di concentramento tedesco, era un po’ perplesso. Io, di riflesso, pure. Ora non più. Va de sé che la giustizia non può andare monca di un futuro che la realizzi (o almeno si sforzi di), e in questo senso, non sbaglia Čuk, la Trieste italiana ha ancora un conto da pagare (resta da vedere se questo vivere fianco a fianco senza conoscersi e amandosi assai poco non faccia un po’gli interessi di entrambi i popoli, o di chi fra loro vuol conservare una frontiera interiore e pratica…). In questo senso La foiba mi pare un libro utile e consigliabile per i triestini di lingua italiana, che sul Piccolo hanno potuto leggere qualche tempo fa (il 12 giugno, per la precisione) una pagina pubblicitaria della Lega Nazionale che celebrava l’ottantesimo anniversario della liberazione di Trieste dalla Jugoslavia; un manifesto la cui mancanza di tatto e di senso di giustizia è risaltata ai miei occhi tanto più chiara in quanto reduce da una rilettura di Primavera a Trieste di Quarantotti Gambini. Libro complesso, e che non si lascia semplicemente ricondurre, per la pluralità di spunti e riflessioni, a una univoca sorgente nazionalistica, ma in cui manca da parte dell’autore il minimo sforzo per chiarirsi che in quei cupi presagi di violenza e in quei fantasmi di persecuzione e di morte che lo scrittore avverte nella città occupata dai partigiani jugoslavi, era consistita per vent’anni la quotidianità dei giuliani di lingua slovena e croata. Che i concittadini dunque imparino che quel Primo maggio 1945 che fa piangere lacrime di afflizione e di rabbia ai seguaci della Lega Nazionale fu, per molti triestini, un giorno di sollievo e liberazione. Un neo c’è però in questo romanzo, ed è onesto segnalarlo: la lingua (la letteratura è anche forma, non solo contenuti). Sul tema bisogna andar cauti, trattandosi di un traduzione, ma Martina Clerici è troppo brava per non aver rispettato l’impronta autentica dello stile. «Le ombre scure, ombre che non si potevano né vedere né toccare ma erano lì acquattate, non vedevano l’ora di balzare fuori per impossessarsi delle loro vittime, incatenandole alla croce di un destino inesorabile», oppure «l’omuncolo nero le dilaniò il cuore, a ogni spinta ne staccava via un pezzetto che cadendo, si frantumava esplodendo in mille briciole di cristallo che diventava lacrima», o ancora, sull’amore, «dentro di lei stava accadendo un terremoto, come se montagne inaccessibili si appianassero ai suoi piedi permettendole di toccare vette altissime»: frasi (ne ho scelte tre) che, fra l’altisonante e il banale, si leggevano nei romanzi, mettiamo, di un certo Ottocento populistico ed emozionale (Carolina Invernizio?), ma oggi non usa più. La metafora, se è quello l’orizzonte verso il quale si ambisce spingere la scrittura, deve essere arguta, fulminante, nuova, e schivare bassopiani percorsi e ripercorsi fino all’esaurimento. La pigrizia espressiva, in sede stilistica, non paga. Un invito dunque a Marij Čuk, che è anche poeta, a lavorare con più attenzione di scalpello e bulino, nel suo meritevole lavoro di disvelamento delle vergogne (e della dignità degli oppressi) nella stagione tremenda del Novecento giuliano.
