UN’ANALISI STORICA DELL’IRREDENTISMO
Alessandra Locatelli | Il Ponte rosso n. 118 - luglio/settembre 2025 | storia
Un fenomeno politico e culturale plurale che è suddivisibile in diverse fasi storiche, a seconda delle fluttuazioni dei confini nazionali e delle contrapposte pretese di annessioni territoriali
di Alessandra Locatelli

La patria alla frontiera
Storia dell’irredentismo adriatico
Laterza, Roma-Bari 2025
pp. 272, euro 24.00
Con La patria alla frontiera. Storia dell’irredentismo adriatico (Laterza, 2025) Fabio Todero pubblica un’opera di ampio respiro sull’origine e lo sviluppo di un movimento storico importante per la storia del nostro Paese e non solo, visto che, come precisa la seconda di copertina la parola irredentismo fa parte dei termini nati in Italia e poi diffusisi nel resto del mondo per giustificare lotte di liberazione vere e presunte (vedi l’aggressione russa all’Ucraina). Ma che cos’è l’irredentismo ? Anche se l’autore non ce ne offre un’articolata definizione, presupponendo che il lettore già lo sappia, val la pena ricordare che si tratta di un «orientamento politico e culturale di tipo nazionalistico, tendente a riunire alla madrepatria territori ad essa legati per lingua o cultura ma politicamente soggetti a uno stato straniero» (Sabatini e Colletti). Alla frontiera orientale dell’Italia, l’irredentismo adriatico è stato in un certo senso doppio e incrociato nella misura in cui si è presto confrontato con un irredentismo slavo speculare che rivendicava con argomenti simili gli stessi territori, allora parte dell’impero austro-ungarico, che gli irredentisti italiani ritenevano dover appartenere all’Italia. Pertanto Todero non si è limitato a trattare la storia all’irredentismo adriatico italiano, al quale dedica comunque gran parte dell’opera, perché descrive anche gli aspetti principali dell’irredentismo jugoslavo, sorto sull’altra sponda dell’Adriatico durante la Grande Guerra e che si scontra con quello italiano per un secolo intero.
La storia dell’irredentismo adriatico è declinata in sei capitoli che, in ordine cronologico, disegnano la parabola dell’idea irredentista, nata con la proclamazione del regno d’Italia, concretizzata come progetto politico alla vigilia della prima guerra mondiale e conclusa o quasi con il memorandum di Londra del 1954 che stabilizza definitivamente i confini orientali dell’Italia.
Il primo capitolo, Puzzle, spiega che nelle intenzioni dei suoi fautori, l’irredentismo sorge come progetto per completare l’ideale del Risorgimento, cioè unire in un unico stato gli italiani ancora assoggettati allo straniero, ovvero sudditi di lingua italiana dell’Impero d’Austria. È del 1866 infatti la storica definizione di Mazzini, deluso dalla diplomazia italiana dopo la Terza guerra di indipendenza, secondo cui i confini d’Italia ad est dovevano includere le Alpi Giulie, Trieste e l’Istria «Per condizioni etnografiche, politiche, commerciali, nostra è l’Istria. […] Nostra è Trieste: nostra è Postoina» (La pace, p. 29). Le idee di Mazzini non erano una novità, come dimostra un opuscolo propagandistico che circolava allora anche a livello istituzionale, dal titolo Trieste e l’Istria e le loro ragioni nella quistione italiana del 1861, opera del friulano Pacifico Valussi e che Angelo Vivante avrebbe poi definito «il manifesto dell’irredentismo adriatico». In questo testo venivano elencate le ragioni culturali, economiche, geografiche, etnologiche e militari che sembravano giustificare l’annessione di quei territori. E qui arriviamo ad un aspetto cruciale dell’irredentismo, e cioè alla questione della tutela del multiculturalismo e dei diritti delle minoranze nei numerosi territori misti in cui vivevano le varie nazionalità nell’impero austro-ungarico. Nel testo di Valussi, l’alterità è fortemente sminuita se non addirittura sprezzantemente negata in nome di una cultura, quella italiana, ritenuta superiore a quella del mondo slavo: a Trieste e in Istria non ci sono né Sloveni (nemmeno nominati nel paragrafo dedicato alle «ragioni etnologiche») né Croati ma Slavi dall’incerto senso di appartenenza, parlanti «rozzi dialetti», operai spesso «portati in Istria» da fuori e quindi senza il pedigree dell’autoctonia. È un pensiero che purtroppo farà scuola, osteggiato da pochi intellettuali come Scipio Slataper che aveva espresso con il concetto di irredentismo culturale la logica di una sfida incruenta tra i popoli dell’Austria, mostrando, almeno in teoria, uno spirito di apertura nei confronti dei concittadini sloveni.
Nell’analizzare il linguaggio, Todero ricorda l’influenza importante di Mazzini e della sua «religione della Patria» di cui si fanno eco i termini stessi di «irredentismo» o «terre irredente» che dettero un’impronta sacrale all’idea della «lotta per la Patria», affascinando così molti giovani ammiratori di Foscolo (Jacopo Ortis) e di Garibaldi, e sentitisi orfani dei grandi ideali patriottici dopo il 1861. E primo «martire» del movimento fu in effetti Guglielmo Oberdan, autore di un attentato fallito alla coppia imperiale, poi portato a termine da Gavrilo Prinćip nella persona dell’erede al trono, alcuni decenni dopo, in nome di un irredentismo di segno diverso ma simile nella logica del pensiero e dell’azione.
L’irredentismo adriatico ebbe varie anime e l’autore specifica che non si sviluppò allo stesso modo a Trieste, in Istria o a Fiume, i tre poli geografici delle terre adriatiche da «redimere». La Dalmazia ne era esclusa in quanto già a fine Ottocento la lotta nazionale si era risolta a favore dei Croati, prevalenti per consistenza numerica.
Se in un primo tempo l’avversario da combattere a Trieste e in Istria era apparso il Tedesco, per via del pangermanesimo diffusosi nel corso del secolo in risposta alle rivendicazioni delle altre componenti nazionali dell’impero, alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento il movimento irredentista vede invece nello Sloveno a Trieste e nel Croato in Istria il nuovo nemico di prerogative culturali e politiche fino ad allora ritenute intoccabili quali la lingua d’istruzione e di uso in ambiti ufficiali. Negli ultimi decenni dell’Ottocento si era in effetti sviluppato l’insegnamento scolastico nelle lingue nazionali dei diversi popoli dell’impero, supportato da puntigliose nonché avversate statistiche provenienti da censimenti ufficiali della popolazione che sancivano il quanto e il dove di questo diritto («Non è un caso che il primo scoppio di violenze tra italiani e sloveni a Trieste […] avvenne attorno alla questione della scuola: il poter insegnare nella propria lingua nazionale, infatti, garantiva la possibilità di mantenere viva, nutrire e formare la propria comunità», p. 78). E proprio di battaglia culturale si tratta nei territori mistilingue in Istria soprattutto dove le associazioni Pro Patria prima e la Lega Nazionale sovvenzionarono e organizzarono la creazione e il funzionamento di scuole, soprattutto per bambini ma anche per adulti. I Croati e gli Sloveni in questa gara d’influenza mobilitavano altre associazioni come la Cirillo e Metodio per pervenire agli stessi risultati. Si arrivò così a «una vera guerra combattuta a colpi di asili in un contesto che la stampa irredentista descriveva con tomi drammatici: «la marea slava cresce, rumoreggia, rompe i confini e minaccia di sommergerci tutti, se continueremo a stare in panciolle» (p. 99).
Todero dedica diverse pagine ai simboli e ai miti dell’irredentismo d’anteguerra che dimostrano un evidentesfasamentocronologico con il regno d’Italia (è il «Risorgimento in ritardo» per riprendere la sua formula): associazioni e competizioni sportive, pellegrinaggi sulla tomba di Dante, rappresentazioni di opere verdiane, profusione di bandiere, tutto era al servizio di una pedagogia patriottica che alimentava «l’ipertensione patologica del sentimento nazionale» (p. 106). Non tutti gli intellettuali cedetterono alle sirene dell’irredentismo, gli «autriacanti» ossia i cittadini della Venezia Giulia che intendevano restare fedeli all’impero ebbero il loro portavoce più lucido in Angelo Vivante, un socialista triestino che ebbe modo di esporre in Irredentismo adriatico, pubblicato dalle edizioni della Libreria della Voce, l’inequivocabile contraddizione insita nell’irredentismo che facendo di Trieste un porto italiano l’avrebbe tagliata dal suo naturale hinterland danubiano, decretandone il prevedibile decadimento economico.
Alla vigilia della prima guerra mondiale, l’irredentismo diventa uno strumento nelle mani di nazionalisti accesi quali Timeus e D’Annunzio che fanno della conquista delle «terre irredente» un progetto di espansionismo imperialista verso l’area danubiana e i Balcani, secondo un programma di conquiste che le guerre coloniali in Africa sembravano legittimare. Lo Slavo viene additato come nemico nazionale da sopraffare con la forza se necessario, non si parla più dell’osmotica assimilazione considerata ancora qualche anno prima come soluzione alla gestione della diversità nazionale della Venezia Giulia. Quanto al governo italiano, se nei primi decenni osteggia l’irredentismo a causa dell’alleanza con l’Austria nella Triplice e la convinzione di poter negoziare pacificamente l’annessione di alcuni territori dell’impero, con lo scoppio della Grande guerra lascia la parola alle armi, con il risultato che una parte della gioventù irredenta si arruola e muore in guerra con la divisa italiana.
Con l’annessione di Trieste, Gorizia, dell’Istria e di Zara dopo la guerra, l’irredentismo adriatico di stampo risorgimentale di conclude mentre nasce quello filojugoslavo del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni che rivendicava gli stessi territori adriatici promessi all’Italia dal Patto di Londra, concessioni poi confermate dalla conferenza di pace di Versailles. Negli anni Venti e Trenta il fascismo di confine, consideratosi erede legittimo dell’irredentismo, attua una politica snazionalizzatrice nei confronti degli slavi della Venezia Giulia che alimenta lo sviluppo dell’irredentismo jugoslavo degli Sloveni e dei Croati divenuti loro malgrado cittadini italiani. Come ricorda Zorko Jelinčić, membro dell’associazione clandestina patriottica TIGR «mai, nella nostra storia sotto l’Austria […] fummo soggetti a un tale odio organizzato a freddo» (p. 178). Questa lotta speculare si alimenta di azioni di propaganda, insegnamento clandestino e poi di azioni armate, ad opera principalmente di TIGR e poi di Borba, due movimenti duramente repressi dal fascismo che ne condanna a morte alcuni membri.
Con la seconda guerra mondiale si assiste a una nuova fase della lotta irredentista di entrambe le sponde adriatiche. L’autore dedica troppo poco spazio, a parer nostro, alla guerra d’aggressione alla Jugoslavia nel 1941 che vede l’annessione all’Italia della provincia di Lubiana, della Dalmazia centrale, di parte della costa montenegrina, nonché l’occupazione di parti consistenti del territorio a ridosso della costa, il tutto con accertata brutalità verso i civili. Evento storico fondamentale per capire la determinazione jugoslava alla fine della guerra a chiedere l’annessione dei territori già contesi all’Italia dopo la Prima guerra mondiale e che porterà a rimettere in gioco perfino la sovranità italiana su Trieste, che intanto subisce, alla fine del conflitto, una quasi decennale occupazione anglo-americana.
La contestazione delle rivendicazioni jugoslave dà vita in Italia al neo-irredentismo, inteso come azione politica, diplomatica e culturale per mantenere i territori su cui la sovranità italiana è minacciata. In questo frangente, riprendono manifestazioni e pellegrinaggi patriottici, rinasce la Lega Nazionale in prima linea nella lotta politico-culturale e vengono creati organi di stampa ed emittenti radiofoniche come Radio Venezia Giulia, la radio clandestina basata a Venezia e diretta nei primi anni da Pier Antonio Quarantotti Gambini.
Con il Memorandum di Londra del 1954 e il ritorno di Trieste all’Italia (la «seconda redenzione», il tempo passa il linguaggio non cambia) si chiude la pluridecennale storia dell’irredentismo ma non finisce la lettura controversa di quelle vicende e dei drammi che le hanno accompagnate, come dimostrano le celebrazioni in pompa magna delle ricorrenze del fitto calendario laico della Venezia Giulia che fanno parte del nostro presente.
