L’ARIA NATÌA IN “VERSI PICI”
Autobiografie | Claudio Grisancich | Il Ponte rosso n. 129 -luglio-agosto 2026
Quasi un racconto
Origini, apprendistato ed esordio del poeta triestino
di Claudio Grisancich
5 dicembre 2019
foto di Claudio Ernè
Sono nato il 9 dicembre del 1939 e fino ai primi anni ’50 ho abitato con i miei genitori nella soffitta di una casa alta in via San Michele. Camera e cucina, gabinetto e fontana in comune su un corridoio dove si affacciavano le porte di altre cinque famiglie.
Mio padre faceva il camionista; i suoi erano di Portole in Istria, contadini; aveva fatto le cinque elementari e negli anni ’30, venuto a Trieste, faceva il manovale e intanto studiava per prendere la patente per guidare gli autotreni. Mia madre, neanche lei triestina, era la seconda di sei figli (tre maschi e tre femmine) di una famiglia che era stata agiata. A Bitonto, in Puglia, avevano terre e negozi. Dopo la prima guerra mondiale l’insipienza e la dissipatezza del nonno (analfabeta, come anche la nonna) avevano gettato la famiglia in pasto agli strozzini costringendola a fuggire per tentare la fortuna al nord. Le ragazze a malapena avevano frequentato fino alla terza elementare («una donna non ha da studiare – diceva il nonno – ma da far figli e star sotto il marito») e mia madre, a Trieste, l’avevano presa operaia in fabbrica, alla Sadoch (cartine per sigarette) e appena nato io, dopo sposata, era rimasta a casa.
Alla mamma piaceva leggere, ma coi pochi soldini non potendoli acquistare, si faceva prestare i libri di Liala o i romanzoni di Carolina Invernizio da un’amica sarta che cuciva in casa in via Valdirivo.
Io – come si usa dire – ho preso da mia madre. Fin da ragazzino mi piaceva scrivere: poesie, in particolare. In casa oltre ai pochi libri prestati dalla sarta c’erano soltanto i miei libri di scuola o quelli presi a prestito dalla Biblioteca scolastica ed erano tutti libri d’avventure: Salgari e Verne in testa. Cosicché i modelli per far poesia li trovavo soltanto nel libro dell’antologia: e tutti, ovviamente, in italiano. Per cui anch’io per esprimermi usai l’identico strumento.
Mia madre anche se poco istruita aveva mille curiosità e aneliti. Amava l’opera lirica, le commedie, il cinema e la sua grande compagnia era la radio, che con la stessa passione ascoltavo anch’io. E un pomeriggio accadde un fatto meraviglioso. Da quella commovente scatolina, che a lei portava le “romanze” d’opera e a me, di domenica pomeriggio, le avventure di Salgari, uscì una voce lenta, vagamente arrochita, come se attingesse nutrimento da un nocciolo di antica saggezza. Era la voce di Anita Pittoni che a Radio Trieste, settimanalmente, teneva una rubrica di conversazioni (“Cose di casa nostra”) dedicate di volta in volta alla vita e all’opera di autori giuliani cui seguiva, nel caso si trattasse di poeti, la lettura, fatta da lei, di loro poesie. E quel pomeriggio Anita Pittoni recitò un poemetto di Flaminio Cavedali, un poeta minore della scena letteraria triestina, ma ciò che più m’impressionò di quella lettura, l’evento a dir poco straordinario, fu che il poemetto, L’orloio (L’orologio), era scritto in dialetto triestino.
Ascoltare quei versi in dialetto fu per me la rivelazione che il modo in cui si parlava a casa o in strada con la mularìa, o nelle botteghe o dal vecchio dottor Tomcich della Cassa Ammalati, si poteva usare anche per scrivere poesia. E che poesia!
Era il 1951 e di getto quella sera stessa buttai giù la mia prima composizione in dialetto triestino: «Trieste bela zità/ de domenica se sveia/ col sol e coi usei. La par ‘na putela/ vestida tuta quanta de la festa/ co’ l’abitin ricamado a fiori/ la par un fior./ La canta la salta/ la ga lassà in canton/ le forbici e l’ago/ insieme col fil e col spago/ e felize la va via/ fora del porton. (Domenica)
Correva il 1955, anno per me cruciale. Da quella prima poesia erano trascorsi quasi quattro anni. E per tutto quell’arco di tempo avevo continuato a scrivere in dialetto.
Avevo così messo assieme un mazzetto consistente di poesie e cominciavo a chiedermi se valessero qualcosa. Sollecitato e spinto da mia madre che, al contrario di me, molto ci credeva, avevo preso coraggio e trovato sull’elenco telefonico l’indirizzo della Pittoni, non conoscendo altri che mi potessero dare un giudizio, le avevo spedito il tutto accompagnato da una letterina con l’indirizzo della via e il numero di telefono.
Avevo quindici anni e mezzo, quell’estate, e in via Ruggero Manna (dove da un paio d’anni ci eravamo trasferiti in un appartamento “come dio comanda”), si era una bella banda di mularìa rotta a tutte le imprese che quel gran teatro della contrada semideserta allora ci ispirava. E se non bastava ci lanciavamo in scorrerie su per la collina di Scorcola, a stanare morosetti infrattati a baciarsi, o roba del genere, che scoprivamo tra grandi sghignazzamenti. Venivamo giù a rotta di collo, sfrenati e gridando parolacce, mentre i passeggeri del tram di Opicina, ci guardavano esterrefatti.
A casa si arrivava accaldati, con qualche graffio alle ginocchia e quasi sempre con strappi nei calzoni: puntuali arrivavano le reprimende delle madri, ma un pomeriggio la mia non sembrò badare né a graffi né a strappi: «Ha telefonato la signora Pittoni, ha detto che la devi richiamare».
Mica parlai tanto: qualche monosillabo tra un soffocato buongiorno d’esordio e un arrivederci altrettanto sfocato. La voce di Anita Pittoni occupò tutta la conversazione. Per farmi conoscere, di là a qualche giorno, a mezza mattina, dovevo andare in via Cassa di risparmio 1, secondo piano – casa sua – dove avrei incontrato la “commissione”: disse chi sarebbero stati gli “esaminatori”, ma i loro nomi mi suonarono del tutto sconosciuti.
Entrando da piazza della Borsa, il numero 1 di via Cassa di Risparmio contrassegna la casa subito d’angolo, sulla destra, proprio visavì il palazzo della Borsa; descritta nelle guide come casa Rusconi (eretta nel 1860 su disegni dell’architetto Giovanni Scalmanini), arieggia un ’400 garbatamente severo, appena ornato e ingentilito da alcune nicchie – dalla più grande che guarda la piazza, sporge, a filo della facciata, la figurina togata di Domenico Rossetti.
L’edificio, al suo interno, oggi è completamente rinnovato.
La mattina di settant’anni fa, spinta la maniglia di un portoncino malandato, vedeva l’aprirsi di un atrio breve e buio e l’inizio di una stretta e scomoda scala a chiocciola. Suonato il campanello, dopo un tempo che mi parve interminabile, finalmente venne ad aprirmi la signora Pittoni.
Il vestibolo, ridottissimo, dava su una stanza, inondata dalla luce del sole.
Un tavolo basso stava proprio sotto la finestra che guardava su piazza della Borsa.
Entrai e venni presentato ai componenti la mia “commissione”: stavano seduti su una panca che correva lungo una libreria che prendeva tutta la parete a sinistra della stanza. Non avevo mai visto tanti libri, in una volta sola, dentro una casa!
I personaggi. in ordine di importanza e di età, erano lo storico Elio Apih, il critico Fabio Todeschini, e tre giovani sui vent’anni: Sergio Miniussi (che di lì a qualche anno avrebbe pubblicato con Lo Zibaldone le poesie de La gioia è dura), un pittore, suo amico, Aristide Marcozzi e Roberto Pagan, anche lui poeta. Stavano commentando alcuni versi di una poesia di Miniussi. Neanche ben seduto e non ancora rimesso dall’agitazione, Elio Apih, con molta naturalezza, mi chiese cosa ne pensassi io, di quei versi. Naufragai nell’imbarazzo più totale, fortunatamente a cavarmi d’impaccio intervenne Pagan che, con cognizione di causa, espresse la sua opinione dandomi così il tempo per mettere assieme un’ideuzza che non mi facesse troppo sfigurare.
Ciò che dissi parve soddisfare la “commissione”, e i suoi componenti mi gratificarono con sorrisi di benevola condiscendenza. Anita Pittoni, entrando trionfante nella stanza con un vassoio e sopra tazzine e il bricco per il te, come a decretare la conclusione felice dell’esame, mi disse che da quel momento ero “abilitato” a frequentare la sua casa per gli incontri con gli amici (scrittori, artisti, intellettuali) che là si ritrovavano abitualmente il martedì, dalle cinque del pomeriggio fin quasi all’ora di cena e, cosa più importante, avrei conosciuto e potuto avvicinare lo scrittore Giani Stuparich e il poeta Virgilio Giotti.
Ascoltando molto e quasi niente parlando iniziai, così, a frequentare i famosi “martedì” della Pittoni. Virgilio Giotti e Giani Stuparich sedevano sulle due uniche poltrone, messe a fianco del tavolo basso dando le spalle alla finestra, tutti gli altri ospiti occupavano delle seggioline basse, per adeguarle all’altezza del tavolo, oppure sedevano in fila sulla panca lungo la libreria.
Io continuavo a scrivere e a portare le mie poesie alla Pittoni che m’incoraggiava a continuare.
Nella notizia “Ai lettori”, in premessa alla mia prima raccolta di poesie pubblicata dallo Zibaldone, lei stessa scriverà: «Leggevo e conservavo; dire con speranza non sarebbe esatto: con segreta certezza. Che ebbe coronamento un martedì d’ottobre del 1957, quando alla consueta riunione Claudio ci portò un gruppo di otto poesie, scritte tutte nel settembre di quell’anno. Ne serbo il ricordo scolpito nell’anima per il conforto che ci venne. Erano, quelli, giorni di desolata tristezza che chinava Stuparich in un silenzio doloroso. Saba e Giotti erano morti da poco e quasi insieme… La voce dell’amico diciassettenne che leggeva i suoi versi, quel volto già virile chino sulle carte soffuso di timido rossore, la sapienza di quel suo poetare raggiunta quasi d’improvviso, la purezza dei temi e dei ritmi, la schietta libertà d’espressione, la lezione del linguaggio che riscattava il dialetto verso nuove insospettate traiettorie, l’impeto di quel “Noi vegnaremo”, come una risposta ai nostri giorni grevi di pensieri e sentimenti, tutto si fuse in un raggio di consolazione. Che si raccolse vibrante nell’azzurro degli occhi di Stuparich. Egli si alzò e, avvicinandosi a Claudio, gli posò una mano sulla spalla disse: “Bravo”. Nulla più di questo, ed era tutto».
Noi vegnaremo/ co’ le braghe/sporche de tera/e co’ l’odor de erba/in-t-ei maiòni.// E nel lusigor/dei oci/de le putele/bele/ co’ le maiète/fresche de lavanda/ se vedaremo// a sbrissar/su i aghi rossi/ dei pini:/ co’ i ciclamini/ingrumai per ela/ e strenti strenti in/ man/per ela, ancora./ Noi vegnaremo/ co’ le braghe/sporche de tera/ e co’ l’odor de erba/ in-t-ei maiòni/ giorno de gita/ zo pe’i canaloni.
Noi vegnaremo diede il titolo, nel 1966, al mio primo libro che raccoglie 98 poesie composte tra gli 11 e i 25 anni, dal 1951 al 1965, ma pur rispettando la cronologia del “racconto” poetico, il gruppo delle poesie della fanciullezza (scritte tra il 1951 e il 1957) sta alla fine, a far scoprire al lettore la matrice prima della poesia responsabile in apertura del libro.
Questa è la storia di un inizio.
Quello che oggi continua è un racconto poetico che ormai dura da oltre settant’anni ed è la storia di un «continuo addio nella rivelazione di sempre nuovi rapporti e, in fedeltà di temi, di una costante residenza».
