RICORDANDO KOSOVEL SUL SENTIERO DEI POETI

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Testimonianza di una partecipata adesione all’iniziativa che ogni anno coinvolge in una passeggiata poeti e appassionati

«Su questo lembo di terra pietrosa tutto è bello e vero: essere, vivere, lottare, sentirsi giovane e sano» (Srečko Kosovel)

di Roberto Cirelli

Srečko Kosovel

Mi cimento molto umilmente nel tentativo di spiegare con lo sguardo di un partecipante assiduo da anni il successo di un evento multiculturale e multilinguistico di poesia che si ripete puntualmente sul Carso triestino ad ogni vigilia di Ferragosto, del quale nemmeno gli organizzatori sanno capacitarsi. Non ho particolari titoli per parlarne. Non sono un triestino “verace”, sono emiliano di nascita, ma posso dire di essere naturalizzato triestino, essendo arrivato appena diciottenne per compiere i miei studi universitari in questa città, che poi mi ha adottato dandomi un lavoro e una casa per quasi quarant’anni e un’atmosfera di frontiera aperta al mondo. Non sono un poeta. Quando portai un gruppo di miei studenti a un seminario di poesia, il testo improvvisato che avevo scritto fu usato dal docente come esempio di non poesia, e da allora non mi cimentai mai più in quest’arte, preferendo la prosa. Forse proprio per evitare il pessimo clima estivo della mia pianura padana, mi sono ritrovato negli anni a passare sempre il mese di agosto a Trieste, assecondando da più di dieci anni (la prima edizione risale al 2011) la richiesta di un caro collega poeta, docente come me nella stessa scuola triestina, di sostenere e di partecipare a un evento di poesia da lui organizzato in quei giorni col supporto di diverse associazioni culturali aperte al dialogo tra culture, soprattutto quelle slovena e italiana, Gruppo-Skupina 85 di Trieste, Circolo Culturale Kraski Dom Repen, Associazione Tina Modotti, in collaborazione con l’Associazione Scrittori Sloveni di Lubiana, con il patrocinio dei Comuni di Repentabor-Monrupino e quest’anno di quello di Sezana-Sesana.

A differenza di altri paesi come il Nicaragua, dove diversi poeti sono stati ministri del governo, o il Myanmar, dove un poeta fu ministro della Difesa, o il Cile che affidò a Pablo Neruda incarichi diplomatici e un seggio in Senato, l’Italia non ha mai dato troppa importanza alla poesia, che non conta purtroppo molti lettori. Eppure in questi giorni veloci, nei quali il tempo non sembra mai bastare per fare fronte ai mille impegni e stimoli di una società frenetica, la poesia, col suo distillato di verità e bellezza, dovrebbe essere di più immediata fruizione rispetto alla prosa spesso troppo prolissa dei romanzi. E la poesia letta ad alta voce, coi suoi suoni soavi come il canto delle sirene, o quasi, o aspri come la realtà, ha tutte le carte in regola, a mio parere, per attirare pubblico. Ed è questo il miracolo che avviene ai piedi dell’affascinante rocca di Monrupino ad ogni vigilia di Ferragosto. Gli organizzatori, i poeti Roberto Dedenaro, Marko Kravos, Gianluca Paciucci la scrittrice Vilma Puric riescono ogni anno a coinvolgere un vasto pubblico di aficionados che camminano lentamente in una specie di processione laica, pazientemente assorti nell’ascolto del suono degli uccelli che si mescola a quello delle poesie lette in diverse lingue, tra le frasche del sentiero e i busti dei poeti del nostro territorio Gruden, Kosovel e Saba, accanto ai quali ci si concede una pausa per onorarli e per celebrare la bellezza

Umberto Saba (bronzo di Klavdij Palčič)
Mary Barbara Tolusso e Marko Kravos

Della poesia.

Ogni anno un centinaio di persone partecipa a questa specie di rito pagano, ma quest’anno, centenario della morte del poeta sloveno Srecko Kosovel, è successo qualcosa di davvero speciale. Il giorno prima dell’evento un gruppo di trentacinque camminatori ha percorso al tramonto i sette chilometri che separano Zolla da Tomaj, per posare, al crepuscolo, un fiore sulla tomba dei poeti Srecko Kosovel e Josip Osti, guidati dalla sindaca di Repentabor Tanja Kosmina, in una camminata transfrontaliera commovente e altamente rappresentativa della fusione di lingue e culture del nostro confine, una buona volta aperto e accogliente.

Anche il giorno successivo, il 14 agosto solitamente destinato al sentiero dei poeti, vi è stata un’appendice transfrontaliera: si è partiti dalla casa museo del poeta Kosovel a Tomaj, dove la senatrice Tatjana Rojc ha letto un accorato omaggio al Carso e a Kosovel e il poeta Marko Kravos ha declamato alcune poesie della scrittrice austriaca Maja Haderlap, appartenente alla comunità slovena della Carinzia. Le poesie, lette in sloveno e in italiano (tradotte da Darja Betocchi) e dedicate a Trieste e al Carso, hanno fatto trasparire l’amore per il territorio, per gli antichi mestieri, la bora, le erme in bronzo dei poeti, il mare coi suoi gabbiani, e i muretti di pietra. Un momento di commozione personale l’ho vissuto ascoltando i racconti emozionati dell’amica e pittrice Jasna Merkù, che ricordava quando da bambina accompagnata dal padre, il compositore Andro Merkù, giocava in quello stesso giardino, ancora abitato dalle sorelle del poeta Kosovel, amiche di famiglia.

Una corriera messa a disposizione dal comune di Sezana ha poi portato a Monrupino le sessanta persone presenti a Tomaj, che unite alle altre che aspettavano sul sentiero dei poeti, hanno formato un nutrito gruppo di più di cento spettatori ambulanti, che hanno cominciato a seguire e ad ascoltare disciplinatamente gli altri due poeti invitati all’edizione 2026: la triestina Mary Barbara Tolusso e lo sloveno Aleš Šteger.

La Tolusso ha professato la sua passione per la parola “apolide”, scelta come titolo della sua ultima collezione di poesie, e per un mondo liquido e senza confini, in cui nemmeno l’amore ha confini, dove persino il sentimento che si prova per un gatto può valere quanto quello per un umano. Le sue poesie, lette in italiano e poi tradotte in sloveno da Marko Kravos, ci hanno parlato di divenire, di insonnia animale, di un incerto che si fa tenero, di un corpo che non ha sogni. In un trittico intitolato “Animalia”. Aleš Šteger , uno dei maggiori poeti contemporanei sloveni, ideatore di diverse iniziative, fra le quali il festival “Giorni della poesia e del vino” di Medana, ha poi declamato con veemenza e passione alcune sue poesie in sloveno, tradotte in italiano da Michele Obit, denunciando l’ipocrisia e il cinismo della società contemporanea di fronte alle tragedie del mondo, usando persino una raganella o tric trac da stadio e campanelle tibetane per amplificare il suono delle sue parole, interagendo simpaticamente e efficacemente con il pubblico.

La senatrice Tatjana Roic legge il suo intervento

I poeti invitati a esprimersi hanno così confermato le premesse che gli organizzatori si erano proposti quest’anno: «la risonanza verde della natura e l’intimità dell’esperienza umana si fondono con la voce di una coscienza inquieta, chiamata a confrontarsi con i traumi del mondo contemporaneo».

Forse due dei segreti di questi eventi sono anche la presenza di musica lungo il percorso (quest’anno con il coro maschile del circolo culturale Kraski Dom, diretto da Vesna Gustin) e l’evento sociale finale che invita tutte e tutti a ritrovarsi davanti a pane, salumi, vino e formaggi locali e genuini nell’osmizza presso la casa della famiglia St’rsinovi.

E il finale è sempre col botto: impossibile non terminare la serata salendo alla rocca di Monrupino, dove negli stand allestiti dalla locale comunità per la festa dell’Assunta si può gustare uno strepitoso “strucolo in strazza”, cucinato dalle signore del paese. Vederle il giorno prima lavorare tutte insieme per cucinare questa specialità e mantenere viva una tradizione tramandata di generazione in generazione rende tutto il senso di comunità che questo evento vuole aiutare a creare.

Quest’anno ho avuto anche la fortuna di partecipare al sopralluogo a Tomaj per calcolare i tempi di percorrenza del sentiero transfrontaliero. Una volta a Tomaj abbiamo incontrato il proprietario della cantina Petelin Rogelja, attiva in quel bel paesino dal 1640. Abbiamo assaggiato la loro malvasia e il terrano, e alzando gli occhi al soffitto della cantina abbiamo letto una citazione da una poesia di Kosovel, che tradotta in italiano suona così: «Su questo lembo di terra pietrosa tutto è bello e vero: essere, vivere, lottare, sentirsi giovane e sano».

Kosovel morì a ventidue anni, ma la sua giovinezza è immortalata per sempre nei suoi versi, nel suo paesino carsico, e in una comunità che lo ricorda facendo poesia e apprezzando il suo mondo autentico, fatto di lingue e culture che si incontrano in un sentiero piccolo ma molto significativo.