IL CANTO PATRIARCHINO

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Musica liturgica tramandata oralmente per secoli ed ora irrimediabilmente perduta

di Luigi Cataldi

Jan van Eyck
Adorazione dell’Agnello mistico
(Polittico di Gant)

Olio su tavola. c. 1432
3,4×5,2 m.
Cattedrale di San Bavone
Gant (Belgio)

 

 

Jan van Eyck Polittico di Gant (particolare)

A Grado, almeno fino agli anni sessanta dello scorso secolo, era possibile ascoltare un fenomeno musicale, religioso e sociale, tramandato nei secoli oralmente ed oggi irrimediabilmente perduto, il cosiddetto “canto patriarchino”. A garantirne la sopravvivenza in quella città era un sacerdote, Silvano Fain (1921-1998) che là fu parroco per oltre quarant’anni, dal 1956 fino alla morte, e che ancora oggi è ricordato dai gradesi. Nelle feste principali, nella Basilica di Sant’Eufemia, monsignor Fain celebrava messe interamente cantate secondo il rito patriarchino, o, come più semplicemente si diceva, «a la vecia». Restano alcune registrazioni, accessibili anche su youtube che ne danno un’idea. Per iniziativa della Fondazione Giorgio Cini si era tenuto un Seminario tenuto a Venezia nel 1997.i cui atti furono pubblicati in un importante volume collettaneo, Il canto “patriarchino” di tradizione orale in area istriana e veneto-friulana, curato da Paola Balzan ed Anna Vildera (Neri Pozza, 2000). Al contributo, in particolare, del triestino David di Paoli Paulovich, che ha affrontato il tema Il canto «patriarchino» di Umago e dell’entroterra umaghese (Matterada). Considerazioni musicali e prospettive generali di ricerca il presente articolo è in larga parte debitore.

Specialmente la prima volta che lo si ascolta, questo canto impressiona per la partecipazione dell’intera comunità al rito. Il sacerdote intona il motivo gregoriano e tutti fedeli rispondono con un coro polifonico in latino, sebbene la stragrande maggioranza di loro non sappia il latino e non abbia nozioni di musica. Ciascuno ha appreso questi canti partecipando alla messa fin da piccolo e adattando le melodie alle proprie capacità vocali. Ciascuno partecipa al rito, infatti, con la propria voce, dal grave all’acuto, e contribuisce alla creazione di una polifonia spontanea per terze, seste e “tritoni” (l’intervallo che in ambito colto è bandito come diabolus in musica). Il coinvolgimento dei fedeli è totale, a prescindere da qualsiasi condizione sociale e individuale.

Paola Balzan ed Anna Vildera
Il canto “patriarchino”
di tradizione orale in area
istriana e veneto-friulana

Neri Pozza, Vicenza 2000
pp. XVIII, 363, non disponibile

Il nome deriva dal Patriarcato di Aquileia, fondato, secondo la tradizione, da san Marco e perciò, fin da quell’epoca in stretto rapporto con l’Oriente. In effetti Aquileia conservò a lungo calendario e liturgia indipendenti da quelli di Roma e più vicini a quelli delle chiese orientali. Anche la tradizione dei canti differisce da quella gregoriana e pare più di ascendenza orientale. Con la liturgia si diffusero anche due diversi tipi di canti: il cosiddetto “canto aquileiese” di cui ci restano notizie dai codici antichi, diverso e indipendente dalla tradizione gregoriana, ma scritto e di tradizione colta, e il “canto patriarchino”, che si è tramandato per via quasi esclusivamente orale.

Il canto patriarchino si diffuse in tutto il territorio sottoposto alla giurisdizione di Aquileia che comprendeva in origine lo «Stato da mar» veneziano. Col passare dei secoli e lo stratificarsi delle tradizioni l’area di diffusione, fino ai giorni nostri, divenne vastissima: il Veneto, la Carnia, il Cadore, l’Istria, il Quarnero, la Dalmazia e persino il Comasco. Sopravvisse alla stessa fine del Patriarcato di Aquileia (1420) e ai tentativi ecclesiastici di assimilazione al rito romano, conseguenza del rigore imposto dal Concilio di Trento (Sinodo di Udine del 1596).

Si tratta di un vero e proprio organismo culturale vivente, il cui corpo è costituito dalla communitas fidelium, costituita tanto dai sacerdoti quanto dall’insieme dei fedeli, uomini e donne, vecchi, giovani e bambini, ricchi o poveri, socialmente importanti o no. La comunità impara da se stessa canti e pratiche esecutive che ciascuno adatta alla propria voce: con questa preparazione tutti partecipano al rito, che è al tempo stesso musicale e religioso. Condizione essenziale per il mantenimento in vita di questo organismo è l’esistenza della comunità.

La musicologia ha a lungo ignorato il fenomeno (se ne è però occupato Giulio Cattin fin dagli anni Novanta soprattutto per gli aspetti liturgici e musicali del Patriarcato), mentre studiosi di condizione sacerdotale (Pellegrino Ernetti e Giuseppe Radole, fra gli altri) ed etnomusicologi (come Roberto Leydi e Leo Levi) hanno cercato di rintracciarne origine e disseminazione e hanno tentato di preservarne la memoria (con registrazioni e interviste ai cantori). Le ipotesi sulle origini sono discordanti. C’è chi ne limita la portata o localmente, ritenendolo un prodotto originale della cultura veneta (Pellegrino Ernetti), o socialmente, considerandolo esempio di rielaborazione popolare del canto colto attestato dai codici (Francesco Babudri). C’è chi invece pensa sia frutto della commistione di canti e pratiche esecutive stratificatesi nel corso dei secoli a partire da una base patriarcale-aquileiese (Giuseppe Radole).

Cosa ha determinato la fine di questa tradizione? Come s’è detto si tratta di un organismo vivente, la comunità dei fedeli cioè, autoistruita al canto, che ne tramanda la tradizione. La dissoluzione di questa comunità è dunque l’evento fatale. Vi sono cause, che si potrebbero dire politiche o di politica religiosa, come il tentativo di imporre il gregoriano nel culto cattolico, poi, ben più determinante, l’applicazione dei principi del Concilio Vaticano II, che impediva l’uso della lingua latina e di questo genere di canti all’interno della Chiesa. Influirono pure l’imposizione della lingua croata in Istria, l’avversione dei regimi comunisti verso ciò che appariva come un’esperienza religiosa, la forza omologatrice del capitalismo consumistico di fronte al quale queste forme di tradizione paiono assai fuori moda. Oltre a ciò le comunità “patriarchine” si sono dissolte anche materialmente. Lo spopolamento delle aree montane, l’emigrazione delle popolazioni, per diverse ragioni e, più in generale, la mancanza di una forza aggregatrice comunitaria hanno infine determinato il declino di questa tradizione.

Negli ultimi periodi della sua sopravvivenza diversi studiosi hanno registrato esecuzioni, trascritto melodie e armonizzazioni. Oggi quello patriarchino è un fenomeno che si può studiare. C’è anche chi esegue in modo professionistico questi repertori trascritti. Lo fa bene, meglio dei cantori improvvisati della tradizione. Ma non è affatto la stessa cosa. È musica colta, di professionisti, che può anche essere eseguita durante il culto religioso (oltre che, naturalmente, in forma di concerto), che però non coinvolge i fedeli, né come esecutori, né come partecipanti al rito, ma solo come spettatori, o magari come fedeli non attivi. Non è più un canto del popolo. Ciò che manca e che non sembra affatto possibile ricostruire è proprio quel tipo di canora communitas fidelium, che fu il corpo vivo del “canto patriarchino”.