AQUILEIA, DOVE IL VINO RACCONTA IL TEMPO

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Una serata enogastronomica tra le cantine del territorio aquileiese

di Marina Blagojević

Vendemmiatrice
Mosaico pavimentale della Basilica di Aquileia
(particolare)

Il sole di agosto scende lentamente sui filari che circondano Aquileia. Tra le vigne, il frinire delle cicale accompagna i visitatori che, calice alla mano, si spostano da una cantina all’altra in occasione delle Notti del Vino. Per qualche ora, la campagna si anima di voci, profumi e bicchieri che si riempiono, mentre la luce del giorno lascia lentamente spazio alla sera.

È una scena che appartiene all’estate friulana, ma ad Aquileia basta poco per accorgersi che dietro quel calice c’è una storia molto più antica. Qui il vino non viaggia mai da solo. Lungo il percorso compaiono mosaici, basiliche, antiche domus e tracce di una città che continua a emergere dal terreno accanto alle vigne.

Le Notti del Vino, nate per valorizzare il patrimonio enologico delle Città del Vino italiane, trovano ad Aquileia una cornice quasi naturale: il racconto del vino si intreccia inevitabilmente con quello della storia, dell’archeologia e del paesaggio. Il 10 e 11 agosto le cantine hanno aperto le loro porte fino a tarda sera, trasformandosi in luoghi di incontro, musica, gastronomia e racconto. Sei le realtà coinvolte: Vini Brojli, Ca’ Tullio, Vini Donda, Vini Puntin, Ritter de Záhony e Cantina Tarlao. Un percorso reso più semplice anche dal servizio di night bus, pensato per collegare le diverse cantine e permettere ai visitatori di muoversi tra le varie tappe. L’acquisto della sacca con il bicchiere consentiva di partecipare alle degustazioni, con un’iniziativa che prevedeva anche una finalità benefica a favore degli Amici di Federico.

Già in epoca romana la vite aveva un ruolo importante nella vita economica della città. Aquileia era uno dei grandi crocevia dell’Adriatico e il vino viaggiava lungo le stesse vie d’acqua e di terra che collegavano il Mediterraneo all’Europa centrale. Il sottosuolo continua ancora oggi a restituire frammenti di quel mondo. Negli scavi dell’antica Aquileia, le anfore riemergono accanto a mosaici, edifici e strutture commerciali, restituendo lentamente la quotidianità di una città abituata a ricevere e a far viaggiare merci, persone e culture.

La fama dei vini dell’alto Adriatico arrivava lontano, fino alla corte imperiale. Plinio il Vecchio racconta infatti che Livia Drusilla, moglie di Augusto, era solita consumare il Pucinum, vino al quale attribuiva la propria straordinaria longevità. Che sia storia o leggenda, rimane il racconto di un vino capace di conquistare, già duemila anni fa, un posto sulle tavole più importanti di Roma. Oggi quella storia torna nei calici. Sauvignon, Traminer Aromatico, Pinot Grigio, Friulano e Refosco dal Peduncolo Rosso sono alcune delle espressioni di un territorio modellato dal sole, dai terreni sabbiosi e dalla vicinanza del mare.

Per capire cosa racconta oggi il vino di Aquileia bisogna entrare nelle cantine. Da Vini Brojli il vino diventa innanzitutto un gioco per i sensi. La degustazione alla cieca e il wine betting, guidati dal sommelier Fulvio Pratesi, invitano a mettere da parte per qualche momento l’etichetta e il nome del produttore e a lasciarsi guidare da profumi, sapori e intuizioni, accompagnati dalle proposte gastronomiche di Atelier dei Sapori.

A Ca’ Tullio il vino sembra quasi un pretesto per entrare nella storia di un luogo. L’antico essiccatoio del tabacco, costruito alla fine dell’Ottocento, appartiene a una stagione diversa dell’economia aquileiese. Al suo interno si essiccava il tabacco, si lavoravano frutta e ortaggi e si producevano i portainnesti Kober destinati alla viticoltura. Per generazioni è stato un luogo familiare a gran parte della comunità, tanto che era difficile trovare un aquileiese senza un parente che vi avesse lavorato.

Oggi quelle stesse strutture ospitano una cantina. Il restauro non ha cercato di cancellare il passato, ma di conservarne le tracce. I vecchi mattoni sono stati recuperati e riutilizzati, mentre l’acciaio brunito convive con l’architettura originaria. Il nuovo non sostituisce ciò che esisteva, ma gli si accosta e lo valorizza, seguendo un principio vicino all’archeologia industriale. Un affresco di Bertus, il primo di una serie che avrebbe dovuto accompagnare gli spazi della cantina, è rimasto incompiuto dopo la morte dell’artista. Quella parte mancante, quasi una sospensione nel racconto, è diventata a sua volta parte della storia del luogo. Persino le forme dell’edificio richiamano la vicina seconda basilica paleocristiana, quasi a creare un dialogo silenzioso tra le diverse epoche della città.

E la storia continua anche attraverso le persone. Ca’ Tullio è rimasta un’azienda familiare e da circa un anno il testimone è passato ai nipoti di Calligaris, appena trentenni. È un passaggio generazionale che porta dentro la cantina uno sguardo nuovo, ma anche il peso e il valore di un’eredità costruita nel tempo. Non si tratta soltanto di raccogliere un’azienda: significa prendere in mano un pezzo di territorio e decidere come accompagnarlo verso il futuro.

Vini Donda accompagna le degustazioni a prodotti del territorio, tra cui la mortadella affumicata di Romans e il prosciutto di San Daniele. È una formula semplice, quasi istintiva: il vino accanto al cibo, il bicchiere che passa di mano in mano e la conversazione che si allunga. Con Vini Puntin l’atmosfera si fa ancora più conviviale. Il vino incontra la musica e le proposte gastronomiche del ristorante La Colombara, in una serata che sembra allontanarsi dalla degustazione intesa in senso più tradizionale per diventare soprattutto un momento di incontro.

Le altre due cantine completano il percorso con proposte altrettanto diverse. Da Ritter de Záhony il vino incontra il jazz e i sapori ispirati all’antica Roma, creando un collegamento quasi naturale con la storia della città. Cantina Tarlao propone invece degustazioni guidate, racconti legati alla passione enologica e musica, con un programma che nella seconda serata ha previsto un concerto di sax e percussioni

Le cantine diventano così luoghi di incontro, dove il vino è soprattutto occasione di dialogo, scoperta e condivisione. Lo stesso accade nei vigneti, dove resistono alcune viti a piede franco, sopravvissute alla fillossera grazie alla natura sabbiosa del terreno. A differenza della gran parte della viticoltura europea, queste piante continuano a vivere sulle proprie radici, senza l’innesto su portainnesto americano che si rese necessario dopo la diffusione della fillossera. Sono presenze silenziose, ma preziose, che ricordano quanto possa essere lunga la memoria di una vite.

Eppure la tradizione, qui, non significa immobilità. La vendemmia cambia con le stagioni e con il clima. Quest’anno, ad esempio, la raccolta è iniziata il 13 agosto ed è stato il Sauvignon ad aprire le danze, questa volta prima del Pinot Grigio. L’andamento climatico e una maturazione più precoce hanno portato i produttori ad anticipare la raccolta. Il momento della vendemmia viene individuato seguendo l’equilibrio tra zuccheri e acidità, anche per evitare che le uve raggiungano gradazioni potenziali troppo elevate.

Anche questo fa parte della cultura del vino: conoscere la propria terra significa anche saperne leggere i cambiamenti. Accanto alle nuove tecniche e alle esigenze di un mercato sempre più ampio, sopravvivono poi gesti che sembrano appartenere a un’altra epoca. C’è chi acquista ancora il vino in damigiana o in bag-in-box per portarlo a casa e imbottigliarlo personalmente, lo fanno clienti del territorio e molti austriaci, mantenendo vivo un rapporto diretto e quotidiano con il vino.