CARPINTERI E FARAGUNA PRESI SUL SERIO

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Un convegno organizzato da LeTs ha cercato di fare il punto sui due popolari autori triestini

Dopo il successo di libri e versioni teatrali, l’opera di Carpinteri e Faraguna risulta, forse, quasi incomprensibile alle nuove generazioni; ragione di più per approfondirne lo studio

di Roberto Dedenaro

Locandina del convegno

Forse può risultare abbastanza sorprendente ma su Carpinteri e Faraguna, due autori amatissimi nonché prolifici al limite dell’incredibile, non esiste una bibliografia critica e nemmeno una biografia scientifica. Ci sono interviste e dichiarazioni, materiale sparso e una tesi di dottorato di Francesca Sartori che risale al 2015, ma altro non c’è. è quindi arrivato del tutto opportuno il Convegno di Studi “Per bon/Sul serio” ideato e realizzato da Riccardo Cepach, con il sostegno della Contrada, nello spazio Forum di Lets, il museo della Letteratura triestino che egli stesso dirige. I due giorni di discussione, che si sono svolti il 12 e il 13 settembre, hanno avuto il merito di iniziare un lavoro di analisi reso complesso innanzitutto dall’ampiezza della produzione dei due: sono testi giornalistici, teatrali, radiofonici e libri, in prosa e in rima, con un apparato grafico importante, una massa enorme, che va dall’iniziale giornaletto Il Caleidoscopio del 1946 alle ultime pubblicazioni di metà degli anni 2000. Naturalmente c’è da augurarsi che gli atti di queste due giornate vengano pubblicati quanto prima, da questo primo impulso, piuttosto ampio, ne possono derivare altri che approfondiscano ulteriormente conoscenza e informazioni su una coppia che, nel bene o nel male, ha accompagnato la vita triestina, spesso contribuendo a definirne direzioni e umori.

Nell’amplissima produzione di Carpinteri e Faraguna si possono innanzitutto distinguere alcune fasi. Il convegno ha dedicato un’attenzione specifica agli anni del Governo Militare Alleato e alla cosiddetta “questione mirkica” cioè alla creazione di quel personaggio Druse Mirko che conobbe un’indubbia fortuna, ma che non era certo lontano da un’idea settaria e razzistica della minoranza slovena di Trieste, vale secondo me il giudizio di Miran Košuta nel suo saggio intitolato Da Buon Selvaggio a ectoplasma. Eterotipi antislavi nella letteratura triestina italiana tra Otto e Novecento: «Il congenito servilismo, l’ignoranza, la rozzezza e l’ingenuità del buon selvaggio slavo non trovano ovviamente soltanto trasfigurazione letteraria ma soprattutto consacrazione pubblicistica. Ne fanno fede numerosi fogli umoristici italiani che contribuiscono tra Otto e Novecento al radicamento di questo eterostereotipo preparando così il terreno alla sua successiva sublimazione satirica sulle pagine de La Cittadella. Quale apporto alla civile convivenza tra italiani e sloveni a Trieste abbia dato il personaggio di Mirco Dreck o Druse Mirko, è facile immaginarlo».

Com’è noto, infatti, il periodo di nove anni del GMA, vedrà l’esordio della coppia prima con il giornale studentesco Il Caleidoscopio, al quale collaborava anche Tullio Kezich,e poi, dal 1947, con La Cittadella, foglio incorporato nell’edizione del lunedì del quotidiano triestino Il Piccolo. Nell’ampia produzione firmata dai due questo lasso di tempo, quello del GMA, verrà considerato come un periodo a sé stante, tanto da meritare due uscite editoriali, Sotto due bandiere:Tre anni di storia antipatica (Zigiotti, Trieste 1947) è, infatti, il loro primo libro, che raccoglieva articoli, versi e vignette, collegati da capitoli scritti nell’occasione, comparsi nel Caleidoscopio e poi nella Cittadella. A questa raccolta seguirà decenni più tardi Trieste in anticamera, Nove anni sotto due bandiere (MGS press, Trieste 2004), che proponeva una scelta antologica estratta da tutto il periodo del Governo Militare Alleato. Questa seconda scelta venne curata, in realtà, dal solo Lino Carpinteri essendo scomparso nel 2001 il socio di tante imprese, Mariano Faraguna.

La satira del Caleidoscopio prima e della Cittadella poi, va detto subito, è una satira militante se esiste quest’espressione: se il primo numero del Caleidosopio promette varietà questa varietà, come è stato detto riguarda, forse, soprattutto le forme, troveremo infatti scritti in prosa e in versi, componimenti satirici e vere e proprie invettive. Al centro della sua prima pagina è stampato un articolo dal titolo decisamente esplicito: Morte al Fascismo, mentre la spalla di destra porta il titolo de I tre sciovinismi, questi tre sciovinismi sarebbero il fascismo, il nazionalismo slavo e l’indipendentismo triestino. è dunque il ritorno dell’Italia a Trieste l’unica possibilità percorribile, per gli estensori del foglio studentesco: la realtà di Trieste, quasi il motivo per far nascere quel foglio in un momento in cui nascevano molti giornali, ognuno con la sua idea per il futuro della città. Che questa fosse la direzione, se mai vi sia qualche dubbio, ce lo direbbe il titolo stesso del libro del 2004: Trieste in anticamera, in attesa cioè di compiere quel passo naturale. Scrive Carpinteri nell’introduzione: «… delle due bandiere inglese e americana, in mezzo alle quali, come fra due gendarmi, c’era il simbolo alabardato del Territorio Libero. La zona A di quell’assurdo staterello, mai realmente costituito e la cui zona B era presidiata dagli jugoslavi, fu l’anticamera dove Trieste aspettò il ritorno dell’Italia fino all’ottobre del 1954».

La satira, la scrittura satirica, fra l’altro, ha il pregio, quasi il dovere, di porre in discussione l’autorità e la politica con un forte riferimento all’attualità. E, a differenza della semplice comicità, propone un punto di vista critico e morale (soggettivo) della realtà. La satira contiene anche una certa dose, variabile, come sapeva bene già Ovidio, di aggressività: da un massimo ad un minimo tenendo sempre ben presente chi è il nemico, l’obbiettivo da colpire. Il duo aveva due nemici principali: gli uomini e le strutture del Governo Militare Alleato in particolare i Governatori Bowman e Winterton, non sufficientemente rispettosi della volontà della maggioranza della popolazione triestina di volere il ritorno dell’Italia in città, e il comunismo, quello jugoslavo e quello locale in particolare che proponeva l’annessione alla Jugoslavia della città. Erano anni durissimi con scontri quasi quotidiani.

D’altronde Carpinteri e Faraguna non nascosero certo la loro fede politica e parteciparono anche attivamente alla campagna elettorale per il Partito Liberale. Curiosamente, soprattutto con altre produzioni, quelle radiofoniche, il teatro e più di tutto con la serie inaugurata dalle “Maldobrie”, più che l’identità italiana si finì per esaltare una identità triestina particolare. Il primo libro delle Maldobrie uscì nel 1965, le poesie in lessico triestino di Carolus Cergoly sono praticamente coeve, quelle di Ferruccio Foelkel usciranno invece nel 1979: sono anni in cui autori diversi sperimentano una sorta di lessico triestino, sono anche gli anni del trattato di Osimo (1975) e della Lista per Trieste (1976). Non sarà un dato significativo ma La Cittadella aveva satireggiato Cergoly come direttore del Corriere di Trieste, (1945-1960) giornale che appoggiava la causa indipendentista.

Ma c’è un altro aspetto dell’opera di Carpinteri e Faraguna che, sin dagli esordi e poi con maggior convinzione prende corpo: una rappresentazione del mondo popolare triestino e un dare voce alla sua cultura, persino con Druse Mirko, protagonista suo malgrado, è un contadino del circondario triestino. Obiettivo principale della loro satira, come abbiamo detto è chi si oppone al ritorno dell’Italia a Trieste, ma innanzitutto le classi dirigenti incapaci di assicurare questo destino e di vedere la realtà dei fatti, accusate senza cautele non in grado di svolgere il loro compito e di indegnità morale: c’è chi beve troppo e chi non vede altro che gonnelle. è la classe dirigente ignava che è disposta anche a darsi al comunismo pur di mantenere i suoi vizi e i suoi privilegi, ampiamente fustigata nelle vignette della rubrica Borghesia Eroica, poi raccolte in volume (La Cittadella, Trieste 1978). Senza entrare troppo nei particolari bisognerà dire che il mondo popolare triestino in senso generale e soprattutto il legame di Trieste con il mare non hanno conosciuto una vasta letteratura o una vasta rappresentazione in opere di valore artistico o scientifico. L’opera di Carpinteri e Faraguna rimane dunque un caposaldo in questo senso. Lo scritto che descrive Trieste sotto il Governo Militare Alleato accostabile all’opera di Carpinteri e Faraguna credo proprio siano le Tržaške humoreske di Vladimir Bartol compostea partire dal 1948, quando Bartol era tornato a Trieste e aveva assunto l’incarico di presidente dell’Unione culturale sloveno-croata, a puntate sulla rivista triestina Razgledi,(Panorami); delle dieci novelle previste ne uscirono solo quattro, il mancato successo dell’operazione ne causò la sospensione. Il materiale venne poi pubblicato in volume solo dieci anni dopo circa, nel 1957 a Lubiana. Vladimir Bartol era nato nel rione di san Giovanni nel 1903 ed era divenuto uno scrittore molto conosciuto dopo il successo del romanzo Alamut (1938), uno dei romanzi sloveni più tradotti all’estero. Bartol, che si era allontanato da Trieste nel 1933 era ritornato nella città natale solo a guerra finita, nel 1946, dieci anni dopo le nuove autorità italiane, subentrate al governo militare non gli rinnoveranno il permesso di soggiorno e sarà costretto a ritornare ancora una volta a Lubiana, dove morirà nel 1967. Alamut tradotto in italiano solo nel 1989, mentre le Tržaške humoreske, con il titolo di Racconti umoristici triestini hanno visto la luce nel 2019 per le Comunicarte Edizioni di Trieste, con la traduzione di Patrizia Vascotto e con introduzione e note storiche di Piero Purich.

Ma tornando ai due, sarà la serie delle Maldobrie a dar loro un successo travolgente anche nelle loro trasposizioni teatrali, le Maldobrie venano la comicità della coppia di una persistente malinconia, è l’epopea di un mondo che sta scomparendo e di una borghesia che comincia a non capirlo più, qualcuno, come Paolo Quazzolo durante il suo intervento al convegno ha sostenuto che oggi l’opera di Carpinteri e Faraguna sia quasi incomprensibile alle nuove generazioni, come è scomparsa quella Trieste che l’ha generata. Ma ricordarla e studiarla non è senz’altro un male ed è sicuramente  un aiuto a capire l’oggi.