APPRODO SENZA RITORNO
Il Ponte rosso n. 109 - novembre 2024 | Nicola Coccia | storie dell'arte
Storie di un dipinto di inquietante fascino del simbolista svizzero Arnold Böcklin, vissuto lungamente a Firenze
di Nicola Coccia
Autoritratto con la Morte che suona il violino
olio su tela, 1872
75 × 61 cm
Berlino, Alte Nationalgalerie
Più che una tela sembra una scena vera. C’è il mare. C’è una piccola barca con un uomo in piedi avvolto in un mantello bianco. C’è un’altra persona che rema verso un’isola rocciosa con cipressi che svettano sopra le pietre più alte. Tutto è immobile. Silenzioso. è un viaggio. Il viaggio della vita. Anzi l’ultimo. Quello dell’anima. Questo quadro che affascinava Hitler è stato dipinto in viale Milton 49, a Firenze, alla fine dell’Ottocento.
Nonostante siano passati quasi 150 anni, nessuno è riuscito a svelare il suo segreto.
L’opera è intitolata L’isola dei morti ed è stata realizzata dal pittore svizzero Arnold Böcklin, morto a San Domenico, sulla collina che sale a Fiesole, il 16 gennaio 1901 ed è sepolto nel cimitero degli Allori, sempre a Firenze, insieme alla moglie Angela Pascucci.
Hitler lo comprò all’asta nel 1936. Una foto ritrae il quadro nello studio del dittatore subito dopo la firma del patto russo-tedesco. Insieme a Hitler ci sono Molotov e Ribbentrop. Alle loro spalle c’è il quadro di Böcklin.
Anche se non è famoso come la Gioconda è un quadro di grande suggestione con un fortissimo potere evocativo. Molti lo considerano un enigma perfetto, che ruota intorno al mistero della vita e della morte. Si è attratti, infatti, da quello che si vede, ma anche da ciò che non si vede. Poi ci sono coloro che riconoscono nella barca che entra nel porticciolo un significato erotico.
L’isola dei morti ha comunque ossessionato molti protagonisti del Novecento. Freud, si dice, ne avesse ventidue riproduzioni nello studio di Vienna. Per i pazienti di Jung era una esperienza-chiave. Lenin aveva l’originale nella casa di Zurigo. Rachmaninoff ne ha fatto una sinfonia. Strinberg un’opera teatrale. Dalì, De Chirico e Max Klinger ne hanno proposto una rielaborazione pittorica. Perfino Martin Mystere, il detective dell’impossibile, ha cercato di svelare nei numeri 224 e 225 i segreti dei colori che Böcklin aveva utilizzato per realizzare questo quadro. L’artista, che aveva nozioni di chimica, cercò di afferrare il mistero del colore e della luce. Rivisitò vecchi ricettari medioevali e cercò nuove sostanze che potessero sciogliere e legare i colori che lui stesso preparava. Come un grande alchimista.
olio su tela, maggio 1880. 110,9 x 156,4 cm
Basilea, Kunstmuseum Basel
Böcklin – che era nato a Basilea nel 1827 e aveva frequentato l’Accademia delle Belle Arti a Düsseldorf – venne incoraggiato nel 1850 a soggiornare in Italia dallo storico dell’arte Jacob Burchardt. Due anni dopo rientrò in Svizzera per la morte della fidanzata, Louise Schmitd. Tornò In Italia. Rimase affascinato da Napoli e stregato dagli affreschi di Pompei. A Roma nel 1853 sposò Angela Pascucci, allora diciassettenne, figlia di una guardia svizzera del Papa. Viaggiò in tutta la penisola. E nel 1874 si stabilì a Firenze dove rimase gli ultimi venticinque anni della sua vita. Abitò in via Lorenzo il Magnifico 2, poi nello studio del pittore russo Svertschkoff nel viale Milton 49, poi nell’ex viale Principessa Margherita ora viale Lavagnini 20, in via Cherubini 10, in via Lamarmora 36, poi a villa Bencistà, oggi albergo, a San Domenico, e poi, poco più sotto, comprò villa Bellagio. Oggi la strada che porta a quel caseggiato è intitolata proprio a lui, a Bocklin. Da quella villa si domina tutta Firenze. Dopo di lui vi ha abitato, un altro pittore, il fiorentino Baccio Maria Bacci, nato nel 1888, e in qualche modo legato alla spiritualità dell’artista svizzero per aver affrescato il lunghissimo corridoio del Santuario della Verna, dove san Francesco ricevette le stimmate.
In quegli anni Böcklin venne assediato dalla morte: quella della fidanzata, della madre, del padre, ma anche di cinque dei dodici figli. La incontrò spesso, la morte, lungo la sua vita. Il 20 marzo 1877 morì un’altra figlia, la sesta. Si chiamava Anna Maria e aveva solo sette mesi. Era la prima avuta a Firenze. La piccina venne sepolta nel cimitero degli Svizzeri, conosciuto poi come cimitero degli Inglesi. Qui sono sepolti, infatti, molti cittadini del Regno Unito che verso la fine dell’800 si erano stabiliti a Firenze. La loro comunità era numerosa. Parlavano un buffo toscano con accento anglosassone. I fiorentini li chiamarono “anglobeceri”. Qui riposano, fra gli svizzeri, lo scrittore ed editore Giovan Pietro Vieusseux, fondatore del Gabinetto Vieusseux, e fra gli inglesi la poetessa Elizabeth Barrett Browning. Anche se la maggioranza delle sepolture appartiene a inglesi le iscrizioni sulle tombe parlano lingue di mezzo mondo.
Il cimitero si trova nel piazzale Donatello. è un’isola fra due viali.
Poco tempo dopo la morte della sesta figlioletta, una nobildonna di Francoforte, Marie Berna, gli commissionò un quadro che esprimesse profondo dolore per la morte del marito. Böcklin si mise al lavoro nello studio del viale Milton 49. Il quadro venne però interrotto. Il pittore ebbe dei ripensamenti. Ne fece comunque subito un secondo e lo consegnò alla contessa (l’opera è ora al Moma di New York). Poi riprese il primo lavoro interrotto e lo finì quello stesso anno, il 1880. Il dipinto ebbe subito un enorme successo. Nel 1883 su insistenza del mercante d’arte berlinese Fritz Gurlitt ne realizzò una terza versione. Il quadro che fino allora si chiamava Un luogo tranquillo, poi Un’isola tranquilla venne intitolato infine L’isola dei morti. Questa terza versione, quella che aveva Hitler, venne rubata proprio a Berlino. La quarta venne realizzata nel 1884. Mentre la quinta e ultima venne dipinta da Böcklin su incarico del museo di Lispia. Era il 1886. In tutto ce ne sono quattro: tutte conservate nei musei di Lipsia, Basilea, New York e Berlino. La quinta è andata distrutta in un incendio a Rotterdam.
Si dice che a ispirare l’opera sia stato il castello aragonese di Ischia dove Böcklin soggiornò nel 1879. C’è chi sostiene invece che l’artista si sia ispirato all’isola di Ponza. E chi suggerisce invece Procida o il mausoleo dell’imperatore Augusto a Roma. Ma più probabilmente Böcklin ha rielaborato nella sua mente fantastica «l’isola» del cimitero degli Inglesi, nel piazzale Donatello, dove è sepolta la sua piccola Anna Maria, e dove i cipressi svettano altissimi.
olio su tavola, 1886
80,7 x 150 cm
Lipsia, Museum der bildenden
Künste
