CONVERSANDO CON UN GABBIANO
Il Ponte rosso n. 109 - novembre 2024 | Martina Gubertini | poesia
Pubblicata l’opera in versi di Ligio Zanini, rigorosamente nel dialetto della sua Rovigno
di Martina Gubertini

Favalando cul cucal Fileîpo
L’opera in versi
a cura di Rodolfo Zucco
premessa di Egidio Ivetic
Il ponte del sale, Rovigno 2023
pp. 320, euro 32,00
L’oggetto del libro si può facilmente dedurre dal sottotitolo: l’opera in versi di Ligio Zanini, ovvero una raccolta aggiornata e quanto più possibile completa delle sue poesie, curata da Rodolfo Zucco. Chi sia Ligio Zanini, però, non è forse così scontato.
Prima che un poeta e uno scrittore, Zanini fu un maestro elementare, un magazziniere, un impiegato e un pescatore, che visse tra un estremo e l’altro della penisola istriana, a Rovigno, Salvore e Pola. Da questi luoghi, a cui era attaccato, per usare le sue parole, come un granzoporo alla sua grota, assistette, mai passivamente, a tutti gli eventi storici che si verificarono tra il 1927 e il 1993: dal governo fascista alla lotta partigiana contro l’occupazione tedesca, dalla presa del potere da parte di Tito all’esodo della popolazione italiana, fino alla repressione del dissenso politico da parte del Partito Comunista jugoslavo, che si tradusse per lui in un periodo di prigionia nelle carceri di Pola, nella deportazione all’Isola Calva e nella successiva interdizione dall’insegnamento, revocata nel 1959. Soltanto quando tornò ad essere un maestro, a Salvore, nella scuola italiana che aveva il compito di rifondare, Zanini iniziò a scrivere poesie.
Si colloca al tempo degli esordi il passaggio dai tentativi in italiano alla scelta del rovignese quale lingua privilegiata per la sua opera in versi. In un testo inedito fino alla pubblicazione di questo libro, lo stesso Zanini motiva così la sua scelta: «Non potendo trasferirmi a Rovigno di fatto lo feci almeno con la fantasia e questi miei pensieri volli trasferirli sulla carta. Iniziai a scrivere del mio luogo natio in lingua ma sentivo dei disaccordi, come tutte le note fossero sbagliate di tono. M’accorsi subito di aver sbagliato la chiave. Di Rovigno io ‘penso in rovignese’ e perciò devo anche scrivere; lavorando m’accorsi che ciò era vero». Come ricorda Egidio Ivetic nella Premessa, il rovignese, o istrioto, o istroromanzo, non è l’istro-veneto: è un idioma minoritario all’interno di una minoranza. Secondo il poeta Libero Benussi, intervistato da Rodolfo Zucco, oggi, a Rovigno, ci sono circa un centinaio di persone che comprendono almeno parzialmente questo dialetto, non più di una quarantina che lo parlano e appena una decina che sanno scriverlo. Quando Zanini accorda il suo strumento, per mantenere la metafora musicale, il rovignese è già una lingua morente. Ciò nonostante, egli non è spinto, almeno non inizialmente, dalla volontà archivistica di registrare una lingua in via d’estinzione: al contrario, è certo che soltanto attraverso essa potrà descrivere il mondo a lui familiare, quasi perduto, che costituisce l’oggetto della sua poesia.
L’idioma di Zanini è tutt’altro che morto, perché non è solo nei ricordi, ma è nelle cose, nella quotidianità. Il rovignese, sotto oûn fià da buleîstro, cioè sotto le ceneri, conserva ancora la capacità di favalà, di comunicare, e ciò diventa evidente a Zanini soprattutto quando, tornato a Rovigno nel ’64, inizia a vivere di pesca: non c’è mezzo espressivo più efficace della lingua materna, così ricca nel campo semantico di questo antico mestiere, per parlare del proprio rapporto simbiotico con il mare, il quale riflette a sua volta il rapporto simbiotico che intrattiene la città-penisola con la costa. Sul mare, Zanini può arricchire e perfezionare la sua lingua, parlando con i vecchi pescatori, che più di tutti, secondo lui, conservano la genuinità dell’espressione. Ma per la maggior parte del tempo, in barca, l’unica compagnia è quella dei gabbiani, che attendono di banchettare con gli scarti del pesce. Tra tutti, Zanini immagina che ve ne sia uno, in particolare, che lo accompagna sempre, e lo chiama Fileîpo, Filippo: gli favièla e gli sembra che questi lo capisca, benché non parlino la stessa lingua. Un po’ come il gabbiano Filippo, anche noi lettori non rovignesi, guidati dalle note esplicative e dalle traduzioni dell’autore, possiamo dunque entrare in sintonia con la lingua di Zanini e fermarci a favalà con lui.

Dalla dimensione concreta e domestica del linguaggio rovignese, Zanini trae le immagini che costituiscono il primo strato di significato delle sue poesie, ma l’immediatezza della rappresentazione del reale, veicolata dal dialetto, nasconde un complesso sistema di simboli. Come osserva giustamente Roberto Dobran in un articolo dal titolo La poesia di Ligio Zanini, pubblicato sulla rivista La battana, nei testi zaniniani ci sono diversi livelli di senso: c’è un primo livello letterale, “denotativo”, un secondo livello metaforico o allegorico, infine un livello, per così dire, esistenziale. Così il mare, che è in primo luogo la distesa d’acqua di fronte al campanile di Sant’Eufemia, unica fonte di sostentamento del poeta, diventa, in molti testi, l’emblema dell’ambiente sociale e politico in cui si consuma la storia dolorosa dei rovignesi; e, ampliando ulteriormente la prospettiva, lo stesso mare, con i suoi pesci, arriva a rappresentare niente di meno che la condizione umana nel mondo. Solo scavando questa stratigrafia di sensi emerge nella sua interezza la Weltanschauung di Ligio Zanini, che ci invita a questa ricerca nelle interviste riportate in appendice al libro.
Se l’allegoria e la potenza evocativa appartengono al DNA del poeta, questo è indubbio, guardando all’evoluzione della sua poesia, specie dopo la morte di Tito, si è tentati di affermare che parte dell’occultamento del significato politico del suo messaggio si potrebbe comunque imputare alla condizione di sorvegliato speciale del governo jugoslavo. Dopo il 1980, Zanini sembra approfittare di un nuovo, timido spiraglio nella libertà di espressione per alleggerire la propria scrittura dal peso dell’onnipresente allegoria e aprirla a una maggiore accessibilità interpretativa, senza con ciò generare uno iato rispetto alla produzione precedente: egli si schiude pian piano, raccolta dopo raccolta, a nuove possibilità comunicative, prima forzatamente latenti nella sua poesia, che tuttavia è sempre stata militante, al di là della suggestione lirica. Per usare le parole di Zucco, a connettere l’opera zaniniana «è rimasta, insomma, un’intenzionalità strumentalmente ‘civile’ nella scelta dei temi» e, aggiungo io, delle parole, tra quelli e quelle funzionali ad esprimere i propri principi morali, attraverso il racconto esemplare di sé e della propria esperienza geograficamente circostanziata. Anche per questo aspetto etico, la sua poesia è capace di travalicare il mondo puntiforme di Rovigno e di parlare su un piano più generale e, quindi, condivisibile.
L’opera di Ligio Zanini si presenta ora nella sua completezza (salvo nuove scoperte, sempre possibili) e nella sua organica evoluzione nel volume curato da Rodolfo Zucco. Pur non essendo, questo libro, un’edizione critica, anche il lettore più intransigente non troverà nulla da eccepire sulla perizia filologica con cui è stato curato il testo. Tuttavia, di accademico, nel libro, ci sono soltanto la precisione e l’accuratezza di un professore di grande competenza, mentre il taglio dell’introduzione-biografia da lui firmata esce da qualsiasi schema convenzionale e diventa narrazione. Nella cornice della propria esperienza di ricerca, con cui si apre e si chiude questa strana presentazione, Zucco racconta infatti la strada che, non solo in senso metaforico, ha percorso sulle tracce di Zanini, visitando i luoghi della sua vita. Il resto del contributo è la biografia più dettagliata e documentata che sia mai stata scritta sul poeta rovignese, nella quale la voce del professore modera un dialogo affollatissimo, partecipato da persone che hanno scritto o parlato di Zanini. Tra testimonianze inedite, ritagli di giornali e stralci di pubblicazioni, Zucco compone un quadro esauriente della vita complicata dell’aedo rovignese, non mancando di offrire alcune interessanti chiavi interpretative per comprenderne la poesia, a cui cede il passo nelle pagine successive.

