DUE STORIE DEL PRESENTE
Fulvio Senardi | Il Ponte rosso n. 122 - gennaio 2026 | narrativa
Due romanzi di nobile intrattenimento
di Fulvio Senardi
Einaudi, Torino 2025
pp. 146, euro17,50
Difficile provare brividi con storie piegate sulla quotidianità. Oppure no? Dipende dalla penna, si dirà, e dalla capacità di riconoscere (o di proiettare) sulla superficie rassicurante della normalità ombre di quel “perturbante” (l’“unheimlich”) su cui Sigmund Freud ha steso un lungo saggio. E a volte ciò dipende non tanto dalla qualità del testo, ma dai fantasmi che, in relazione a uno specifico contesto, prendono forma davanti ai nostri occhi.
Ho sul comodino due libri dell’anno appena trascorso che mi hanno aiutato a far correre le ore quando, tralascio di entrare nei dettagli, la lancette dell’orologio sembravano congelate. Tartarughe con la vela sul carapace, come nell’emblema mediceo.
Il primo di cui dirò è Destinazione errata di Domenico Starnone, notissimo scrittore di lungo corso e che porta sul medagliere la stellina di un premio Strega. La pagina scivola rapida ed elegante e il germe della storia, per quanto non originalissimo (ricalca Espiazione di McEwan pubblicato nel 2001), è modulato con intelligenza e humour. Lo raccontiamo in due parole: uno scenografo che collabora con una collega a inventare storie per la televisione, marito felice e padre di due figli, sbaglia indirizzo quando intende inviare una mail alla consorte. Può succedere, no? Solo che al suo «Ti amo», che arriva alla collaboratrice e non all’adorata Livia, Claudia risponde: «Finalmente ti sei deciso, anch’io ti amo». Da qui una catena di situazioni che precipitano a ritmo serrato e generano nel lettore – pregevole risultato per un libro che non è un giallo – una pungente curiosità.
Muovendosi altalenante tra la volontà di risolvere il malinteso spiegando ogni cosa all’innamorata non amata, e la fantasia di un possesso facile e gratificante (Claudia, fino ad allora considerata nulla di più che un agile cervello pensante in ottima sintonia con il suo, inizia ad acquistare, nell’immaginazione, i tratti della donna, apparendo quindi molto, anzi, assolutamente desiderabile), il protagonista nonché io-narrante lascia che le cose si risolvano da sé, ovvero – difficile dire se auto-inganno o prevalere degli eventi – procedano a passi veloci là dove Eros le porta, ovvero il letto.
Non anticiperò la conclusione, indiscutibilmente brillante, nel caso qualcuno voglia leggere il libro (che costa anche poco, considerando la copertina rigida e la sovraccoperta con un’immagine assai bella, per quanto stonata rispetto al contenuto della storia).
Mi limiterò ad accennare alla natura del racconto, che rientra perfettamente in quella categoria che Gianluigi Simonetti ha chiamato di “nobile intrattenimento” (in posizione mediana cioè tra le opere di consumo e la scrittura di ricerca) e ad indicare dove, in questo libro, cui non manca una dose di frizzante ironia, si trovi ciò che io ho avvertito come “unheimlich”. Riflettendo cioè su come un svista possa far precipitare eventi inattesi, in un contesto di fondo che vede occhi incollati ai radar e dita molto vicine alle consolle che scatenano i missili, nel tempo veloce di una iper-modernità tecnologica sottratta al controllo dell’uomo con i suoi tempi lunghi e i ragionamenti impacciati dall’etica, la scintilla che fa partire il racconto suggerisce altre e ben più spaventose micce brevi per l’apocalisse. Può bastare il “fate l’amore e non la guerra” per tranquillizzarci?
pp. 172, euro18,00
Qualche parola ancora su La gioia di ieri di Elena Stancanelli; altra generazione, diverso spirito e differente scrittura (più nervosa, con qualche traccia di un’antica trasgressività, e dall’espressività giovanilistica, quel turpiloquio che non piace ai ben-scriventi e con un bel gusto per l’aggettivo spiazzante), ma stesso editore e identica confezione (e un’analoga conclusione, nelle intenzioni almeno, rassicurante). Tre parti e tre momenti di vita della protagonista, Anna, che racconta in prima persona. Anche qui un “nobile intrattenimento”, quella condizione che ti fa godere un libro, senza mai sentire il bisogno però, una volta letto, di riprenderlo in mano. Forse il primo passo, appena più elaborato di una semplice sceneggiatura, per un film o un telefilm.
Anna vive immersa nell’atmosfera liquida del mondo di oggi; relazioni fluide e identità slabbrata, affettività soprattutto extra-familiare e inclinazione salutistica alle cose di sesso: in primo luogo una piacevole ginnastica; vissuto certamente intricato ma senza rimbalzi laceranti nell’identità. Il suo mondo si arresta però quando scoppia l’epidemia. Incline alla fisicità, si trova ingabbiata, soffrendoci, in una realtà in cui si comunica on line e si passeggia per la città deserta, sempre che si abbia un cane come alibi, con il rischio di essere intercettati dai poliziotti in pattuglia che misurano le distanze dal domicilio alla posizione attuale come i più coscienziosi dei geometri.
Quindi una sorta di lieto fine, precariamente affidato ad una frase interrogativa, una domanda sulla felicità che potrebbe ritornare. Intanto, quel mondo che pareva smaterializzarsi, negata agli umani la relazionalità se non quella tradotta in bit, è affidato, per non scomparire, agli animali (il riferimento canino è qui molto accentuato), che scorazzano liberi e senza costrizioni (così il cane di Anna, che si infila in giardini altrimenti inviolabili, nel silenzio di strade pressoché deserte, laddove impazziva il tumulto del traffico).
Anche in questo caso un suono quasi impercettibile ma sicuramente “unheimlich”, che si fa forte e stridente se accostato alle pagine dei giornali che da tempo diffondono in grandi titoli l’annuncio del conflitto prossimo venturo, la necessità di combatterlo, il rimpianto per un’età valorosa (Scurati, Mieli, Rumiz che descrive, lacrime agli occhi, l’intrepida bellezza dei soldati polacchi) in cui i giovani si davano alla guerra come alla più dolce delle spose. E di conseguenza l’esigenza di controllare il fronte interno, i renitenti all’imperativo eroico, le quinte colonne del nemico. Con una legge marziale, da imporre per piccoli passi, iniziando con censure e proscrizioni? E le città come durante il Covid, con il traffico diradato, spento nelle ore del coprifuoco, gli assembramenti proibiti, i cittadini chiusi in casa con la carta blu sulle finestre per non far trapelare la luce, le pattuglie armate nelle strade (come oggi negli aeroporti e nelle aree “sensibili”), l’informazione modellata sugli slogan del credere obbedire combattere?
Una mia contorsione mentale? Forse, ma a volte piccole storie innocenti sanno evocare l’incubo in agguato. Non hanno forse nessun’altra ambizione che quella di mostrare il dito ma noi, attanagliati dall’ansia, riusciamo invece a scorgere la luna.
