GIUSEPPE ZIGAINA

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La bella vita del critico d’arte / 45

di Giancarlo Pauletto

Giuseppe Zigaina
Attesa del traghetto serale
1951, olio su tela

Sugli aggettivi che spesso uso in queste pagine già mi sono espresso, e riconosco qui che “memorabile” è termine molto impegnativo, perché evoca grandi impressioni e non si può certo usare con eccessiva larghezza.

Eppure non meno che questo è l’aggettivo opportuno per ricordare l’esposizione con cui Giuseppe Zigaina (1924 – 2015) inaugurò la restaurata Villa Galvani a Pordenone, nel giugno del 1990, invitato dal Comune e dal Centro Iniziative Culturali.

Si trattò infatti di una mostra che, a detta del medesimo artista, fu la più vasta ed impegnativa che avesse realizzato fino a quel momento, recuperando rarissimi disegni e primissimi dipinti, tra cui quel Girasole del 1942 che, riprodotto in catalogo, costituì il punto di partenza del colloquio che  avemmo a Portogruaro, a casa mia, dove Zigaina si fermò un paio d’ore proprio per realizzare una conversazione che, – avevamo convenuto – sarebbe stata, deregistrata e rivista, posta come introduzione al volume.

Zigaina – col senno di poi, naturalmente, e anche seguendo qualche mia sollecitazione – ricollegava a quell’antico quadro un atteggiamento costante della sua pittura, quell’espressionismo “simbolico”, che non si faticava a cogliere anche nel suo periodo neorealista, e che si confermava nelle “ceppaie”, nei “dormitori”, nei “viaggiatori notturni” e infine nei “paesaggi come anatomia” e nelle “astronavi sulla laguna” – per ricordare qui in estrema sintesi un percorso che, nel 1990, aveva alle spalle quasi un cinquantennio di attività.

Giuseppe Zigaina
Il viaggiatore notturno
1980, acquaforte

E lo strumento di questo espressionismo era certamente il colore – in Zigaina sempre mentale, funzionale all’espressione e mai alla rappresentazione, anche quando sembra mimare il verde dei campi o l’azzurro del cielo –; ma soprattutto il segno, un segno che separa e distingue, ma anche intreccia, supera gli orizzonti, fa unità di “cose” che appartengono al cielo e di cose che appartengono alla terra.

Non è questione, tra colore e segno, di maggior o minor importanza dell’uno o dell’altro.

è questione di scopo.

Il segno di Zigaina – come altra volta scrivevo – è quello del notomista, che si introduce nel corpo della realtà per vedere come è fatta, e ne incontra l’estrema complessità e ce la consegna nella inesauribile domanda del suo esserci, scoprendo relazioni e significati che vanno oltre l’utile e rendono problematica ogni apprensione delle cose: ne I salici rossi e l’astronave, grande tecnica mista del 1985, ogni elemento è deviato dal suo significato consueto, i salici non sono semplicemente salici, ma forme incognite, i loro rami sembrano antenne, captano messaggi, e l’astronave nasconde significati allarmanti, forse non umani.

Giuseppe Zigaina
Paesaggio come anatomia
1979, tecnica mista

Niente è quello che sembra, perché di niente – sembra dire il pittore – noi siamo creatori e quindi padroni, noi ci troviamo già immersi nel mondo.

Questo atteggiamento di fondo si dispiegava, nella mostra, attraverso la rivisitazione di opere capitali, per esempio la grande Crocifissione del 1947, quasi tre metri di altezza, tutta giocata in un fosforescente baluginare di luci, un evento intravisto come in sogno; per esempio ne L’attesa del traghetto serale del 1951, dove le figure dei braccianti con le loro vanghe fanno tutt’uno con la terra e con l’acqua; per esempio ne La grande ceppaia del ’61, che già propone quell’abolizione del confine tra cielo e terra, che sarà una costante di tante opere successive, anche di quelle dove la linea d’orizzonte c’è, ma per essere negata dalla figura dell’anatomia, dell’astronave, di una laguna che si dilunga fino al limite della tela, o da un cielo che non è cielo, ma solo un prolungamento dello spazio della “terra”: cioè dell’ “essere” che tutto ingloba e all’interno delle cui parvenze la punta, o la traccia cromatica del pittore, non cessano di indagare.

La punta, che è quella dell’acquaforte.

L’altra grande emergenza di quell’evento fu infatti la mostra di tutta l’opera incisa di Zigaina, che venne realizzata sulle pareti della Galleria Sagittaria.

Essa rifletteva tutti i temi dell’artista ma, come benissimo aveva scritto Roberto Tassi nel suo saggio in catalogo, non semplicemente traducendo nel bianconero i “fatti” della pittura, ma prosciugandoli, disseccandoli, trasformandoli in essenza, cosicché «la grafica non appare come la corrispondenza ridotta, o il negativo, della pittura, ma la sua crudele interiorità, il suo disperato grido».

E dunque la mostra riusciva, alla fine, «una grande meditazione e una notturna fantasia, svolte per immagini, sulla storia e sul destino dell’uomo».

Tassi insomma, giustamente, insisteva sul senso drammatico del lavoro calcografico di Zigaina, presente certo anche nella pittura, ma lì talvolta deviato dalle risonanze fantastiche del colore, dalla stessa sua emersione preziosa dentro e attraverso la fitta replicazione dei segni.

Mentre la trasparenza dell’incisione, che sembra ottenuta attraverso una stratigrafia di tracce incise su vetro, si avvertiva come una sorta di diario quotidiano, nel quale una sensibilità soggettiva acuta e dolente mischiava la sua vita con quella della storia del mondo, avvertita per simboli, per sogni e allucinazioni, in cui il “viaggiatore notturno” – l’insetto l’astronave l’uomo – è in un avanzare, e in un esplorare, che non può aver fine che con la morte.

Giuseppe Zigaina
Plenilunio
1988, tecnica mista