IL SALE DELLA TERRA
cinema | Il Ponte rosso n. 102 - aprile 2024 | Stefano Crisafulli
di Stefano Crisafulli

Il sale della terra è un grido che proviene dal nostro pianeta ferito e vulnerabile, dalle viscere delle foreste abbattute a causa dell’avidità umana, dai corpi dei migranti martoriati dalla fame e dei civili che, ancora oggi, muoiono per le guerre e i genocidi. Questo film di Wim Wenders non racconta, infatti, soltanto la storia di Sebastiao Salgado, uno dei più grandi fotografi viventi, e di sua moglie Lelia. Racconta anche le meraviglie della natura e soprattutto le luci e ombre dell’essere umano, che, come recita il titolo, dovrebbe identificarsi, nonostante la sua estrema ferocia, con Il sale della terra di evangelica memoria. Wenders, che oltre ad essere un famoso regista cinematografico è anche fotografo a tempo perso, ha voluto, dunque, mettersi ‘in viaggio con Salgado’ per ritrarlo in azione e, allo stesso tempo, vedere il mondo attraverso le sue immagini, rigorosamente in bianco e nero. Facendosi aiutare alla regia dal figlio di Salgado, Juliano Ribeiro, e alla sceneggiatura dallo stesso Salgado e da David Rosier, Wenders ha così ripercorso la discesa agli inferi e ritorno del celebre fotografo brasiliano (la cui mostra sull’Amazzonia è ancora visibile qui a Trieste al Salone degli Incanti sino ad ottobre) e nel 2014 ha presentato i risultati della sua fatica cinematografica al festival di Cannes, vincendo il premio speciale nella sezione ‘Un certain regard’, oltre a concorrere come miglior documentario agli Oscar 2015.
Disegnare con la luce: è l’etimologia della parola ‘fotografia’ che viene sottolineata proprio all’inizio del film. E Salgado è ‘un uomo che disegna il mondo con le sue luci e ombre’. Più ombre che luci, però, visto che Il sale della terra si apre sulle immagini della Sierra Pelada, una miniera d’oro in Brasile, la cui voragine è percorsa avanti e indietro da un nugolo di cinquantamila persone: sono tutti portatori di sacchi di terra e ‘sono schiavi del desiderio di arricchirsi con l’oro’, in un contesto superorganizzato e folle. Se poi ci si sposta, con Salgado, nel Sahel, dal 1984 al 1986, si comincia a vedere una terribile ‘storia della fame’, ovvero quella dei rifugiati copti dell’Etiopia del Nord, che proseguirà successivamente con il progetto ‘Exodus’ sulle migrazioni, dal 1993 al 1999 e con le foto quasi insostenibili del genocidio nel Rwanda. Non basta l’intermezzo di ‘Workers’, tra il 1986 e il 1991, un bellissimo omaggio ai lavoratori nel mondo, per restituire a Salgado la fiducia nel genere umano che le atrocità tra Tutsi e Hutu avrebbero cancellato. Il conflitto fratricida della ex Jugoslavia lo riporterà sul precipizio di eventi purtroppo già visti, tanto da affermare che ‘noi umani siamo animali molto feroci’, ‘la nostra storia è una storia folle di guerre senza fine’ e che ‘non può esserci salvezza’ per il cuore di tenebra dell’umanità. Salvo poi guarire pian piano da questa ‘malattia dell’anima’, che lo aveva portato a non credere più a nulla, per mezzo della natura.
Sia con il nuovo progetto ‘Genesis’, che lo porterà di nuovo in giro per il mondo, dal 2004 al 2013, a cominciare dalle Galapagos, sia con l’idea, apparentemente impossibile, della moglie Lelia di ripiantare la foresta pluviale sulle terre riarse della fazenda di proprietà del padre di Salgado, che ha dato vita ad ‘Instituto Terra’: un milione di alberi piantati e un luogo che ha ripreso vigore e che è diventato un parco nazionale. Perché in fondo ‘tutti noi siamo parte della natura, come una tartaruga, un albero o un sasso’.

