La condizione che chiamiamo esilio

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Riflessioni su un fenomeno sociale articolato e complesso e sui suoi risvolti di carattere esistenziale

di Maria Grazia Ciani

 

Esilio non è una parola assoluta. Anzi, è declinabile in molti modi. Esiliati: messi al bando definitivamente.

Rifugiati: sradicati per motivi politici. Espatriati: vivono in un altro paese per scelta volontaria. Emigrati: status ambiguo (missionari, tecnici, mercenari, consiglieri militari ecc.)

Migranti: esiliati al quadrato, ed è la situazione di oggi, incontrollata e incontrollabile, l’immigrazione di massa da cui pervengono immagini dolorose e crudeli, voci e lamenti inintelligibili. Un fenomeno “nuovo”, in un certo senso, perché costantemente in fieri verso un futuro non ancora immaginabile. Dice Brodski “questa gente rende assai difficile ogni discorso a cuor sereno sulla sorte dello scrittore in esilio”.

Perché “scrittore” è già una definizione netta: è colui che comunque è in grado di descrivere una situazione e analizzare i propri sentimenti, le proprie reazioni: che, anche in questo caso, sono declinabili. Non esiste “un” esilio, ma il “mio” esilio, il “tuo” esilio. Così come non esiste un solo atteggiamento, ma varie prese di posizione a seconda degli esiti concreti e pratici, a seconda anche della tendenza a una metamorfosi del cuore e dell’anima.

L’esilio dei russi dopo il 17 e durante lo stalinismo è un fenomeno complesso, anche perché ne conosciamo  soprattutto il lato “colto”: rampolli di famiglie nobili o comunque ricchissime, abituati a passare da una lingua all’altra, a soggiornare per lunghi periodi all’estero, educati in casa da governanti straniere, lingua e cultura russa come ultima cura (lo confessa Nabokov). Una situazione privilegiata in partenza: eppure, nonostante questo – chiamiamolo vantaggio – l’esilio si è comunque abbattuto come una scure minando l’esistenza di molti (ad esempio la Cvetaeva) o rendendoli comunque consapevoli di aver perduto le fondamenta esistenziali, il diritto di appartenenza, l’identità primaria: cioè la terra  patria e la lingua madre.  E la certezza del non-ritorno ingigantisce questa condizione di base, data per scontata. Su questo argomento molti scrittori di fama hanno lasciato testimonianze sfuggenti (Nabokov, ad esempio, anche in Parla, ricordo). Brodski è un caso un po’ diverso, apparentemente aperto e schietto, in realtà complicato più di quanto non sembri. Non è un caso politico, è un poeta assoluto. E la poesia è per lui patria e lingua. Vale anche per lui quanto ha scritto un altro esule celebre, Sandor Marai: «In una lingua straniera certo è possibile esprimere pensieri in forma scritta, ma si ‘scrive’, vale a dire si crea, nella lingua materna».

Cultore e amante della lingua inglese, Brodski , da esiliato, giunge alla stessa conclusione: «Un’altra verità, a proposito della condizione che chiamiamo esilio, è che essa imprime un’enorme accelerazione al volo – o alla deriva – che già per motivi professionali ci porta verso l’isolamento, verso una prospettiva assoluta: verso la condizione in cui tutto quel che resta a un uomo è lui stesso e la sua lingua… La tua capsula è il tuo linguaggio. Per uno che fa il mio mestiere la condizione che chiamiamo esilio è, prima di tutto, un evento linguistico: uno scrittore esule è scagliato, o si ritira, dentro la sua madrelingua. Quella che era, per così dire, la sua spada, diventa il suo scudo, la sua capsula».

Splendida considerazione – eppure limitata. «Per uno che fa il mio mestiere», dice Brodski; cioè per chi può portare con sé, nell’esilio, un possesso prezioso che annulla ogni altro avere materiale, che permette persino di introiettare gli affetti. La capsula: vale per  Nabokov, vale per Brodski che continua a scrivere le sue poesie in russo pur frequentando la lingua o le lingue “altre” come mezzo di comunicazione e necessità di sopravvivenza. «Niente nostalgia di casa – afferma uno scienziato nell’interessante libro di Uwe Timm, Un mondo migliore, recentemente pubblicato da Sellerio (2019) -, era rimasta la lingua, quella era la nostra casa».

La capsula salvò Brodski nel periodo di lavoro coatto durante il regime staliniano. Lavorava la terra e componeva poesie. Si “esiliava” nella lingua, convinto che «la lingua la porti sempre dentro di te e tramite la lingua riconquisti tutto. Finché scrivo ho l’impressione di ricostruire l’intero castello scomparso».

Affascinante immagine, ma per chi vale? E dove trova posto il ricordo concreto, fisico, del “castello scomparso”, dei “boschi  incolti che sfumano in antichi giardini , le mie betulle, i miei abeti nordici, l’immagine di mia madre che si inginocchia carponi a baciare la terra ogni volta che facciamo ritorno in campagna dalla città… “(Nabokov, Parla, ricordo, Adelphi 2010). La patria come “terra”, la morbida terra della grande Madre Russia che include tutto, casa, famiglia, amici, colori, odori, la neve, il ghiaccio, l’infinita meraviglia dell’architettura, gli spazi, i fiumi, il calore della vodka e delle zuppe bollenti, il mitico borsch, e ancora, citando Nabokov in uno dei suoi rari abbandoni, « …datemi qualsiasi cosa , su un qualsiasi continente che assomigli alla campagna pietroburghese, e il mio cuore si scioglie» – un universo fiabesco, metamorfico, incantato, che non ha  paragoni al mondo.

Dove sei, Madre Russia? Nella poesia per i poeti, nella scrittura per gli scrittori – ma per tutti gli altri sconosciuti, infiniti?

Non è sufficiente, credo, “sentirsi” intimamente russi o dire, con Brodski che i regimi passano e la patria resta patria . Questa è la verità anagrafica. Ma per tutti quelli che non hanno voce né capsule privilegiate, l’esilio è, pesantemente e per sempre, l’”altrove”, una vita paradossale, una sorta di anticipato “al di là”. E anche quando il biglietto di sola andata decade ed è concesso il ritorno, è un ritorno impossibile , un “disincantato ritorno”, più amaro dell’esilio stesso (Disincantato ritorno è il titolo di uno degli ultimi scritti di Gregor von Rezzori, che seppe fare del suo esilio la rampa di lancio per una vita di avventura e di successo).

Un altro aspetto della condizione esilio è il problema del “dopo”. Il ritorno alla terra, perifrasi con cui comunemente si allude al breve spazio riservato al corpo mortale, non sembra rientrare nei pensieri dell’esiliato. Se prima l’arco della vita si apriva e si chiudeva nel cerchio sacro della terra madre, dopo ogni luogo è indifferente. Sono pochi coloro che hanno espresso desideri in proposito: perché non c’è terra che ci appartenga veramente, perché i nostri figli saranno stranieri alla patria avita e pianteranno le loro radici nelle “nuova” patria.

Esule per sempre in Germania, lontana dall’amatissima Italia, una donna che ha sempre anelato al ritorno sceglie di essere sepolta in Germania «Perché anche una tomba conta, dove portare un fiore, Resterò per diventare radice di un albero che crescerà e porterà frutti di nuova e vecchia matrice… Resterò prima sottoterra, un nome italiano solitario tra tombe tedesche, affinché per i miei figli il giorno dei morti non sia soltanto una data sul calendario… ma diventi tradizione e appartenenza…» (dal romanzo Vivere altrove, di Marisa Fenoglio, Sellerio 2006).

Per chi lascia dei figli… Altrimenti, che importa dove? Brodski ha voluto essere sepolto a Venezia, città universale e onirica. Forse riteneva, come il poeta inglese Rupert Brooke («Se io morissi, pensate di me solo/ che c’è un angolo , là in terra straniera/ che è sempre Inghilterra») – riteneva anche lui che, dovunque fosse, il piccolo pezzo di terra fosse sempre e soltanto Russia. Ma uno sconosciuto poeta abruzzese, ha scritto nel suo dialetto, che  traduco: «Il sonno della morte non è riposo / tra le croci di un altro paese».

Il secondo quesito riguarda Brodski, e la lingua madre da lui tanto esaltata da costituire o quasi ricostituire il suo mondo perduto.

Nel volume Fuga da Bisanzio (Adelphi 1987), vi è un capitolo dedicato ai suoi genitori, alla vita sacrificata e povera ma tutto sommato non priva di una sua serena accettazione condotta in quella “stanza e mezza” che dà il titolo al capitolo. Sono ricordi indelebili, profondamente incisi nell’anima del russo Brodski. Ma sono scritti in inglese. Perché? Perché qui esplode, nell’uomo controllato e spesso scherzoso e gioviale quale egli fu, lo strazio dell’esilio nella sua ultima verità: che è una condanna alla morte civile. Ed ecco che la Russia non è più la mia patria “in qualsiasi modo mi tratti”.

“Nessun paese – scrive Brodski – è arrivato al virtuosismo della Russia nell’arte di distruggere le anime dei propri sudditi e nessun uomo con una penna in mano può riscattarle… Che un’altra lingua accolga dunque i miei morti. In russo posso leggere, scrivere versi o lettere. Ma per Maria Volpert e Alexandr Brodski occorre un’altra lingua, una lingua che almeno permetta una parvenza di vita dopo la vita… Vorrei assicurare loro un margine di libertà… Vorrei che Maria Volpert e Alexandr Brodski acquistassero una loro realtà secondo ‘un codice di coscienza straniero’. Vorrei che verbi di moto non russi descrivessero i loro movimenti. Questo non li farà resuscitare, ma qualsiasi grammatica è meglio di quella russa almeno nel senso che può offrire una via più sicura per evadere dai camini del crematorio di Stato. Scrivere di loro in russo significherebbe soltanto assecondare la condanna alla perdita della personalità fino all’annientamento».

Dure parole , direi insolite per Brodski. Che però risolve, da scrittore e poeta, il problema della sepoltura: non nella terra ma nella lingua straniera per conservare il ricordo delle radici. Per significare che esilio è esilio anche per coloro che rimangono, stranieri in patria, stranieri per sempre. E che l’esiliato porta  sempre  e comunque una maschera sotto la quale non c’è più identità, verità e vita.

Un’altra frattura si è prodotta tra gli slavi del Sud dopo la dissoluzione della Jugoslavia e la guerra dei Balcani. E questa è una storia tutta da raccontare. Chi è rimasto a vegliare sul passato e sul presente? Anche in questo caso gli scrittori, i poeti: che siano coloro che hanno assorbito  e fatta propria la lingua straniera, oppure quelli che sopravvivono tra le due lingue, senza apprendere bene l’una e nutrendo con l’altra il loro esilio interiore.

Non è un problema per Charles Simic, docente di letteratura inglese nell’Università del New Hampshire, premio Pulitzer nel 1999. Eppure, in questa sua poesia apparentemente del tutto estranea alle sue origini, qualcosa traspare talvolta. Ricordiamo solo questa poesia:

Quei giorni lieti quando, abbarbicato alla vita, / mi arrampicavo sull’albero spoglio del cimitero./ Le nuvole della sera erano il mare,/ e io ero il capitano dentro il nido del corvo./ Era solo un vecchio cimitero / dove non si seppelliva più nessuno./ Giacevano stretti come i poveri nel letto,/ e io ero il capitano dentro il nido del corvo.

Non è un problema per Alexander Hemon che, dopo una adolescenza e giovinezza alquanto travagliate, è diventato uno scrittore americano a tutti gli effetti, anche lui insignito di premi prestigiosi, forse il solo che guarda al passato con serenità, avendo trovato in Chicago la sua città e la sua “casa” senza per questo rinnegare l’altra “casa”, quella di Sarajevo. Ma non è così per i suoi genitori come scrive egli stesso: «Tormentati dal rigido clima canadese, a disagio in una lingua con la quale erano costretti a convivere… tendevano a una nostalgia e a una desolazione devastanti». E come loro tanti altri hanno reso testimonianza del loro smarrimento, senza contare quelli che , come sempre, sono rimasti anonimi nella massa degli emigrati.

 

A proposito di Simic, Andrea Molesini ha scritto: «Faceva parte di un emigrato vivere in diversi mondi contemporaneamente… nei ricordi e nel presente, nel reale e nell’immaginario… E proprio alle poesie toccava sfidare la riga invisibile che separa il dicibile dall’indicibile: perché è lì, su quella riga, che si annida il mistero dell’identità».

Su quella riga invisibile vivono – per poco tempo ancora – gli esuli dell’Istria. Un esilio particolare, un esilio improprio, in quanto si trattava di attraversare un  pezzo di mare per toccare la terra patria: la lingua, la “capsula” che preserva Brodskij, rimane la stessa. Ma è la madre terra che si rivela matrigna e costringe ad altri, dolorosi e imprevedibili esili: Canada, America del Nord e del Sud, Australia.

Gente di confine, poliglotta fin dalla nascita, aperta e tollerante, fuggendo dai “barbari” (dei quali peraltro nulla conosceva e nulla aveva cercato di capire) verso un’Italia che amava senza conoscerla – si ritrovò in una “patria” che non la riconosceva, a mala pena sapeva dov’era collocata quella penisola che era stata di tutti e di nessuno e che aveva scelto di rimanere fedele alle antiche radici “classiche”.

La riga invisibile si sdoppia: da una parte coloro che accettano, dall’altra coloro che rifiutano. Rifiutano la realtà storica – ormai solidificata – si nutrono di rancore e di rabbia, per loro l’Istria è Istria ancora, non importa se italiana, Istria e basta.

E invece l’Istria non è più e i figli dei figli non sapranno il suo nome, diranno Istra o Croazia, e Rijeka  e Rovinij e Raab. La storia è passata come il vento di bora su quella splendida e sconosciuta appendice dell’Italia. Per gli alleati fu un gioco di scacchi. Churchill ammirava Josip Broz: la resistenza sul monte Durmitor, la battaglia della Sutjeska… bravo, bravo. Gli diamo l’Istria: che cos’è? Appena una macchiolina  sulla mappa del mondo; si dice che a Roma qualcuno abbia chiesto: l’Istria? Ma dov’è? Ed ecco l’Istria non è più. Come in un gioco di scacchi la pedina è stata eliminata. Chi conosceva la sua storia secolare? L’impronta di Roma, i nomi romani imposti ai suoi figli, Sergio, Claudia, Giulia, Nevio, Marcello…

Sono rimasti in pochi, sia di qua che di là. Presto spariranno. È tempo di dimenticare. Ma nessun esilio è stato più travagliato, più infelice di questo nella storia. Al punto che è difficile parlarne, difficile narrarlo, difficile farlo accettare. La riga invisibile si è spezzata , frantumata, si è perduta nel nulla.

Perché, alla fine, nulla è quello che rimane.

 

Bruno Catalano

Angelo

bronzo, 2018