LA GUERRA DI ILARIA TUTI

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Riflessioni indotte dalla lettura di un romanzo di successo in una città stravolta dal turismo di massa

Improbabili investigazioni spesso confinate nell’ambito del “romanzesco” in una ricostruzione storica incurante della verosimiglianza

Sul travagliato terreno del giudizio estetico e delle valutazioni di contenuto, sembra regnare un’unica, inflessibile divinità: il successo commerciale

di Fulvio Senardi

Ilaria Tuti

Dopo una lunga passeggiata in centro città siedo alla scrivania nel mio tranquillo habitat di periferia (appena un po’oltre via Giulia 37, edificio che a Svevo appariva remoto, ovvero a “casa del diavolo”, come scrisse alla moglie il 14 maggio 1899). Stanco e infastidito; immagina caro lettore: non un solo posto libero ai caffè; una continua giostra fra trolley e zainoni sulle spalle di viaggiatori più attenti a scovare l’Airbnb prenotato su Booking che a chi passa loro accanto; impossibile la passeggiata sulle Rive in vista del mare, dal momento che un bel tratto è transennato a beneficio dei pullman dei croceristi; spintonato dallo sciamare di gruppi che alla pecoreccia seguono il capogita, nessuno più in bermuda ma quasi tutti in tute da ginnastica o affini, mentre solo qualche tempo fa, siamo in novembre, hanno ostentato vezzosi completini da barca; e a fare da colonna sonora, il fracasso degli operai che smontano le casette (già del villaggio della Barcolana, poi utilizzate alla Kaiserfest tra ottobre e novembre, e presto per San Nicolò) – dove si sono venduti gadget e salsicce, e l’incaricata di Eon ha spiegato quanto vantaggioso sia il gas venduto dall’azienda e si è potuto trovare il pecorino arrivato da Pienza, al doppio del prezzo delle salumerie; aggiungici il chiacchiericcio molesto di avventori di bar e ristoranti tra i quali ho fatto slalom lungo tutto Viale XX settembre, divenuto, per gentile concessione del Comune, un’enorme mangiatoia all’aperto. La città è ormai terra di mezzo tra Disneyland e la Oktoberfest, alla quale avrei già dovuto fare il callo, con il turismo che ha fagocitato ogni piazza e ogni via, come il deserto si mangia la terra fertile.

Ilaria Tuti
Risplendo non brucio
Longanesi, Milano 2024
pp. 320, euro 22,00

Giunto in salvo, apro, a fianco del computer l’ultimo libro di Ilaria Tuti, l’autrice di superbesteller cui ha attinto anche la TV (come a dire: il trionfo!), vincitrice, ad oggi, di 8 (otto!) premi letterari, invitata già nel 2020 a Pordenonelegge (non siamo sull’Olimpo e neppure purtroppo sul Parnaso, per la vocazione “populista” che spinge i pordenonesi a intrecciare benemerite operazioni di promozione culturale a concessioni, eccessive a mio parere, al gusto delle masse). Ilaria (Lei consente, vero?) è parte di quella schiera non esigua di coloro che contribuiscono ad attirare le folle turistiche a Trieste, un fazzoletto di terra tra il Carso il mare che basta qualche migliaio di visitatori (pardon, “presenze”) a saturare; come chiamarli?, uccelli da richiamo, mosche cocchiere, esche vive, o per dire peggio, sfrontati pusher che promettono a Trieste ineguagliabili esperienza dei sensi (“magnar e bever” direbbero gli indigeni) e dello spirito (una delle mostre alla van Gogh?). Conto mentalmente la biblioteca “triestina” del dopo-Covid. Ci sono libri d’ogni tipo e qualità, vivande per tutti i gusti: Ilaria Tuti, dunque, con Risplendo non brucio, che mette a tema la Risiera; e prima La città celeste di Diego Marani, un amarcord dei suoi anni universitari, poi Alma di Federica Manzon, con Trieste-trampolino per occhi che scrutano e est, mentre è appena uscito Bambino di Marco Balzano, romanzo di formazione di una camicia nera triestina; non mancano gli stranieri, ben rappresentati da Gli innamorati di Piazza Oberdan di Christian Klinger (in italiano nel 2024) e, a far buon peso gli indigeni, come dimostrano Trieste sottosopra o selvaggia (Covacich e Nacci), agguerrito drappello rosso-alabardato che un’apposita minoranza arricchisce e completa: Fiamme nere e Foibe di Marij Čuk, e La soffitta in cittavecchia di Dušan Jelinčič, libri tutti, questi ultimi, prima usciti in sloveno. Che belli gli anni in cui chi veniva a Trieste aveva nelle valige (allora si usavano) il libro di Ara-Magris e forse Il canzoniere! Supplica agli scrittori: cari e bravi autori, alzate gli occhi a tutti gli svettanti campanili del Bel Paese! Disegnano ghirigori nel cielo azzurro! C’è Ivrea la bella con le rosse torri, Volterra, splendida città del silenzio, Brescia che profuma d’acquasanta e trasuda ricordi longobardi, Pistoia con i suoi straordinari pulpiti romanici, ecc. ecc.! Luoghi propizi per gli sfoghi della penna e per le divisioni in marcia dell’esercito turistico.

Mi ricompongo, per non far pesare su Tuti il cattivo umore e ritrovare l’oggettività del lettore professionista. Dunque Risplendo non brucio (Longanesi, a tutto ottobre IVª nella classifica di vendite italiana della narrativa), che si svolge su due poli geografici con due personaggi-guida e il cui tempo del racconto è quello atroce dell’Europa del 1944. La struttura è, in ottica di genere, di impronta giallistica (è li che la Tuti si è fatta le ossa e la fama, inventando una figura di poliziotta, Teresa Battaglia, portata sul piccolo schermo da Elena Sofia Ricci). Due i delitti e due gli improbabili detective. Il professor Adami, medico forense all’Università di Salisburgo finito a Dachau per essersi opposto al programma di eliminazione dei disabili voluto da Hitler per la “salute” della razza e aver manifestato apertamente la sua opposizione al regime, è chiamato da un suo ex-studente diventato gerarca delle SS (poi scopriremo che fa il doppio gioco e lavora per gli alleati) a far luce su una morte sospetta in uno dei quartieri generali del Führer fra le colline del Taunus, a nord di Francoforte, dove Hitler soggiorna tra dicembre e gennaio ’45 per essere più vicino al fronte occidentale in occasione della controffensiva delle Ardenne. Scoprirà la realtà dei fatti ma la terrà celata, offrendo invece al Führer una tranquillizzante verità di comodo. Sulla via del ritorno verso Dachau – così le indicazione di Veil, l’ex-studente – «un commando farà fermare il furgone. […] Avrà a disposizione poco tempo per allontanarsi […] Avrà questi documenti falsi a disposizione, ma sono tedeschi. […] Dovrà percorrere diversi chilometri a piedi, prima di poter anche solo pensare di essere al sicuro». Un commando anti-nazista nel cuore della Germania hitleriana? 900 chilometri da percorrere clandestinamente nell’Europa della croce uncinata dall’Assia a Trieste (dove ritroviamo Adami nell’epilogo inaspettatamente felice)? Mah, è quello che mio nonno chiamava il “romanzesco” quando, tenendo la mia mano di bambino, guardavamo insieme alla TV Sandokan che ammazzava la tigre a schiaffoni.

Assai simile per principi e carattere l’altro detective. È la figlia Ada, sposata ad un soldato italiano disperso in Jugoslavia (e che i partigiani fucileranno credendolo una spia) e madre di un bambino disabile, una donna insieme forte e tenera e che non cessa di rimproverare mentalmente al padre di aver sacrificato la famiglia ai suoi principi di uomo retto, finendo nel Lager e lasciandola sola. Ma anche lei è persona di solidi valori, e ad essi è pronta a sacrificare la vita. Svolge una sua personale indagine su un maniaco seriale che attacca le ragazze, uccidendole a morsi e a colpi di lama. Ne è stata vittima anche una giovane amica di famiglia e Ada non sa darsi pace. La ricerca la porta alla Risiera, nelle cui prossimità ha avuto luogo l’ultimo delitto, un lugubre edificio che per qualche ora la fagocita, elevandola al rango di testimone di pratiche omicide di cui dà al lettore un resoconto minuzioso. È l’orrore allo stato puro, fra cunicoli scuri e claustrofobici, con la musica per coprire le urla, e un’impalpabile polvere grigia che, in certe giornate, aleggia opaca tra gli edifici. Capirà di cosa si tratta, e vedrà con disgusto il comandante del Lager, Oberhauser (personaggio storico, che termina indisturbato l’esistenza, Tuti ce lo ricorda, come mastro birraio a Monaco), “assaggiare” quell’aria corrotta quasi compiaciuto. Poi una sarabanda di vicende, cui dà tensione narrativa l’alternanza di capitoli fra Trieste e la Germania. Ada si è rifugiata sulla costa istriana a pochi chilometri da Trieste e finirà nelle mani di un reparto di partigiani sloveni che vorrebbero portare, lei medico, all’ospedale Franja, un luogo leggendario della guerra partigiana, fra Idria e Bled nelle colline della Slovenia occidentale. Riuscirà a scappare, ma al nuovo incontro con una pattuglia partigiana le sfuggirà qualche parola in tedesco e verrà infoibata: «I titini spinsero tutti verso la radura. Ada era l’ultima della fila. La legarono con il fil di ferro a un ragazzo che doveva avere sì e no sedici anni. Aveva il naso rotto e tracce di pianto sulle guance. La guardò per un istante con occhi da bambino. Ada […] vide per primi i bossoli sparsi sull’erba che stava ricrescendo, poi gli oggetti: un pettine in guscio di tartaruga, un taccuino aperto su una pagina macchiata di pioggia e inchiostro, una scarpetta da donna, un nastro rosa per capelli» (mancano solo le bamboline di pezza per completare l’inventario del patetico). Infoibamento insomma, nella variante, purtroppo molto attuale in Italia, del femminicidio. «Lei immaginava la fila di corpi legati gli uni agli altri sul fondo. I titini spararono. Ada si sentì trascinare giù».

Elena Sofia Ricci interpreta Teresa Battaglia

Siamo nel dicembre del 1944. L’operazione Wolkenbruch dell’ottobre del 1943 ha “ripulito” l’Istria, con 2500 morti fra partigiani e vittime di rappresaglie e l’intera area nord-adriatica è posta alle dipendenze del Reich (nella forma di una “zona operativa del litorale adriatico”). Quello che rimane del partigianato istriano è nascosto nel Gorski Kotar, a est di Fiume, in attesa di tempi migliori. Ciò che Tuti descrive non può essere avvenuto in quel luogo e in quel momento (ma se la scrittrice possiede documenti storici o testimonianze che potrebbero avvalorare ciò che è assolutamente improbabile avrebbe fatto bene a inserirli in appendice). Il meglio però deve ancora venire. Caduta indenne nell’inghiottitoio perché il ragazzo le ha fatto scudo con il suo corpo, verrà salvata da due donne, “italiane di Fiume” che con una lunga corda fanno scendere fino a lei, nella profondità della foiba, un paio di solide tenaglie (oggetto, pare ovvio, che ogni donna in fuga porta con sé) con le quali la sventurata taglia il filo di ferro che la tiene avvinta al morto. «Le parlarono del grande esodo che si stava preparando e dello strazio di dover lasciare la terra amata, che più non le amava». Sono due “sorelle esuli”, che chiudono nel cuore il «sogno di una nuova casa che le accogliesse da persone libere», e per cercarla, in un’Europa tutta occupata da Belgrado a Bordeaux dal sempre più incattivito esercito del Reich, attraversano l’Istria con un carretto tirato da un asino, mosse anche dalla speranza di poter ritrovare, in qualche anfratto tra Fiume a Gorizia, «una sorella gettata in una foiba perché levatrice». Un episodio del grande esodo – che intanto, dicono, «si stava preparando» (?) – clamorosamente fuori contesto storico, ma a cui Tuti vuole assolutamente alludere avvalendosi del pretesto delle due fiumane in fuga; circostanza che, sfiorando il ridicolo, precipita il racconto non in una foiba, ma nelle nebbie dell’inverosimile. Si è letto di peggio, senza dubbio, ma anche qui l’imbroglio spicca evidente e non bastano le buone intenzioni (la denuncia del male, ovunque si manifesti) a renderlo, per come la penso io, accettabile. L’epilogo del libro, che prima riunisce padre, figlia e nipote e poi ci trasporta al tribunale di Norimberga (senza che manchi anche in questo caso un pizzico di “romanzesco”) sigilla un racconto non privo di tensione narrativa, ma povero, tanto nella sua cifra stilistica di sintassi semplice e di lessico enfatico, che nel tratteggio dei caratteri ridotti all’elementarità di sentimenti primari (come troppo spesso nei narratori con apprendistato “giallistico”). Tuti non conosce la magia della parola sommessa capace di infilarsi insinuante nei labirinti dell’interiorità e gli artifici per scurire la pagina sono quelli antichi del romanzo gotico: il cuore “abitato da spettri”, i corvi più neri della notte, Goebbels, “faccia da topo” ma con “zanne affilate”, ecc. Della verosimiglianza si è detto e non intendo aggiungere altro.

Si impone però una riflessione conclusiva, che traduce il mio sconforto per la “società” letteraria del nostro Paese (leggo nelle classifiche di vendita che Il dio dei nostri padri di Cazzullo è nelle prime posizioni… ma non cederò alla disperazione). Tuti, per questo libro, è stata trionfalmente accolta a Trieste in una serata che ha visto mobilitati perfino degli attori a interpretarne alcune “scene” (con effetto disorientante, perché il libro romanzo è, e non teatro), è stata intervistata alla fine di settembre addirittura da una “inviata” (da Milano a Trieste?) del “Corsera” che chiude l’articolo con la certezza che i protagonisti di Risplendo non brucio, «fanno tornare un po’ di fiducia nel futuro. E nel genere umano» (Corriere della sera, 29 .IX.2024), e siamo solo agli inizi di un percorso di fama e di quattrini che avrà, prevedo, storia assai lunga.

Su quel travagliato terreno del giudizio estetico e delle valutazioni di contenuto, il luogo d’elezione di chi di letteratura discute soppesando le opere con l’onesta bilancia dei pregi e dei difetti, terreno fecondato da duemila anni di tradizione umanistica e da sempre campo di giostra su cui si avvicendano le scuole interpretative e si confrontano le opinioni con sovente accaniti ma sempre salutari contraddittori, sembra ormai regnare un’unica, inflessibile divinità, il successo commerciale. Contro questo totem nulla pare possibile: è qui che si decidono i “valori”, si intrecciano gli allori, si fonda il canone. I libri viaggiano nel mondo dei lettori non più accompagnati da una coscienziosa critica militante (ricordo, avevo vent’anni, il dibattito serio e profondo che accompagnò l’uscita della Storia di Elsa Morante), ma da business experts che mirano ai primati di marketing, perfettamente a livello con una cattiva televisione, tutta pubblicità e liquami, e con giornali che un po’ assomigliano ai rotocalchi popolari del passato un po’ ai cataloghi di Postalmarket (il Corriere peggio degli altri, triste fine di una nobile signora che ora fa la venditrice porta a porta: un giorno a caso, 19 ottobre, 10 pagine intere di pubblicità, 24 pagine che contengono appariscenti inserzioni… e pensare che qualcuno ancora vi pubblica quella cosa seria e triste che sono i necrologi!). Una caterva di concorsi letterari alimenta la fiumara, con premiazioni tutte luci e lustrini dove fa la ruota l’assessore alla cultura del borgo ospitante. Nei luoghi più improbabili, detto con assoluto rispetto per le piccole patrie (Venafro, scade il 31 dicembre; Cimitile, scade il 3 gennaio 2025, ecc.) e sui temi più curiosi, per quanto spesso moralmente assai degni (il premio: “un ponte sul fiume guai”, “per chi desideri esprimere e condividere emozioni e vissuti legati all’esperienza della malattia oncologica”). Insomma, tutto congiura a fare del libro una merce, e niente di più; preziosa per l’indotto non in quanto veicolo di idee. Resta da vedere se solo per cattiva coscienza da parte di chi governa il gioco (gli editori e i loro “terminali” nella stampa quotidiana, quelle penne, presto basterà l’IA, che producono la recensione rimodellando i comunicati stampa o sbirciando nelle alette della copertina; i curatori dei festival, per insaziabile bulimia di mondanità; le giurie dei premi, perché si va dove va il mondo e intanto il gusto, peggiorando, marcisce) oppure anche, come temo, per grave carenza di strumenti intellettuali.