MAMET E IL SUO “MATRIMONIO BOSTONIANO” di Sabrina Di Monte

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Sono tante le ragioni per ammirare David Mamet (nato a Chicago nel 1947 da una coppia di ebrei russi), drammaturgo di talento, regista e saggista, che nel 1984 ha vinto il premio Pulizter con quello che forse resta il suo capolavoro, Glengarry Glen Ross, adattato da lui stesso per il film Americani. Sue anche le straordinarie sceneggiature degli Intoccabili e del Verdetto.

Un’altra ragione per essergli grati è aver riportato in uso l’espressione Boston marriage, con cui ha intitolato una sua commedia ambientata in un salotto della Boston di fine Ottocento. L’espressione “matrimonio bostoniano” (usata nel New England nei decenni a cavallo tra il XIX e XX secolo per indicare la convivenza di due donne economicamente indipendenti, spesso legate da un rapporto sentimentale) nasce col romanzo The Bostonians di Henry James del 1885, ispirato alla relazione della sorella dello scrittore Alice con un’altra donna.

In The Bostonians, una delle due protagoniste si rivolge spesso all’altra proprio come un’amante gelosa, ponendole infine la stessa domanda che chiuderà Boston Marriage: «Vuoi essere mia amica, la mia amica per eccellenza, al di sopra di ogni cosa, per sempre e per l’eternità?».

Maria Paiato e Mariangela Granelli foto di Serena Pea

La pièce di Mamet,rappresentata per la prima volta nel 1999, è andata in scena il 24 e 25 febbraio scorso al Politeama Rossetti di Trieste con la regia di Giorgio Sangati. Racconta il regista: «un salotto, due dame e una cameriera. Tutto farebbe pensare a una trama convenzionale, a un incontro tra amiche un po’ affettate, ma […] nella conversazione dal vocabolario ricercato fioccano volgarità e veniamo a sapere che le due sono state un tempo una coppia molto affiatata. Dopo la separazione, Anna, la padrona di casa, ha trovato un uomo ricco che la mantiene e vorrebbe ora approfittare della protezione di lui per riprendere con sé Claire, appena arrivata in visita. Ma Claire non è lì per quello; è tornata per ben altri motivi […]. È un Mamet diverso dal solito, che si prende una vacanza dalla gravità e gioca per il gusto di giocare, strizza l’occhio […] soprattutto all’ Importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde. Protagonista assoluto, infatti, insieme alle interpreti, è il linguaggio e, di contro, il non-detto, l’allusione, la stravaganza, il paradosso».

Ora, tutto questo sarebbe bello se fosse vero: cercando d’imitare Wilde, Mamet dimostra che lo stile e il brio non sono qualcosa che si possano semplicemente indossare come si fa con un cappello. Diversamente da The Importance of Being Earnest, qui i dialoghi sono spesso verbosi, affettati e le parolacce, inserite qua e là, non riescono a vivacizzarli.

Anche la trama è vaga e pretestuosa: Claire (interpretata da Mariangela Granelli) torna dalla vecchia amante per chiederle di poter usare la sua casa per portare a letto una giovane conquista lontano da occhi indiscreti. La sua stessa amica obietta: «casa tua non è grande a sufficienza?». Si potrebbe sorvolare sulla debolezza della trama, se la commedia fosse piena di wit, cioè di battute fulminanti e giochi di parole arguti e paradossali come nella migliore tradizione inglese, da Shakespeare a Oscar Wilde. Così purtroppo non è, malgrado in alcune battute riaffiorino il talento e l’intelligenza “cattiva” di Mamet, soprattutto negli scambi tra Anna (Maria Paiato) e la cameriera (Ludovica D’Auria), che viene chiamata sempre con nomi diversi e apostrofata regolarmente come irlandese quando invece è nata in Scozia. A proposito del rapporto con la cameriera, il modello è Jan Genet, anche se qui il tono è farsesco e non drammaticamente violento come ne Le serve (1946).

David Mamet avrebbe scritto Boston Marriage perché accusato di non saper creare buoni ruoli anche per le donne. Ci sono diverse lezioni da trarre da questo: innanzitutto, che un drammaturgo con qualcosa da dimostrare dovrebbe essere rinchiuso in un armadio fino a quando non gli passa.