MASSIMO KLUN NON SCRIVE POESIA IN GIAPPONESE

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di Francesco Carbone

Massimo Klun
e il cielo si fece acqua
a spasso con haiku
e tanka nippo-triestini

prefazione di Francesco Carbone
Ensemble, Roma 224
pp. 156, euro 16,00

Sono incompetente in fatto di haiku: ne so quanto basta per avere idee esotiche, erronee, impossibili. Del resto non mi risulta che Massimo Klun sia un cultore della cerimonia del thè, che scriva ideogrammi o che si trasferisca a Kioto per la pioggia primaverile dei petali dei ciliegi. Proprio lo status riprovevole di non giapponese ha messo però Klun nella condizione di scrivere oltre cento haiku e una trentina di tanka. Che ci siano incompetenze feconde lo sappiamo tutti.

Scrivere haiku (e tanka) quindi è legittimo. L’haiku, come il sonetto, è una forma. Lo si riconosce quasi al volo: è fatto di 17 more distribuite in tre versi in modo simmetrico: 5, 7, e quindi di nuovo 5 more. L’haiku è un chiasmo, e cioè una microstruttura a specchio: 5-7-5. Con una drastica semplificazione, diremo che a una mora corrisponde una sillaba. Un haiku è quindi una poesia di 17 sillabe: un fulmine, che inderogabilmente dirà tutto quanto ha da dire nella sua piroetta 5-7-5.

Il tanka invece ha 31 sillabe. Tanka vuol dire poesia breve. Klun ha scritto un tanka su com’è fatto un tanka:

trentun sillabe

cinque versi due

strofe giusto?

cinque sette e cinque

sette più sette: voilà

Come si giochi all’haiku lo si scopre ovviamente leggendo haiku. Alla fine di questo libro avremo una competenza che magari neppure sospettavamo che ci mancasse. Klun scrive:

falce di luna:

tutti gli alberi a

bocca aperta

Provo a capire: il primo verso ha ritagliato dal cielo notturno il dettaglio luminoso della falce di luna (5 sillabe), e il verso finisce coi due punti. Quindi si va A CAPO: l’a capo è un segno, e dice al lettore «qui devi fare silenzio, una pausa; sarebbe auspicabile che facessi un respiro».

L’a capo è un segno musicale molto forte; sappiamo che negli spartiti i compositori sono molto scrupolosi sulla faccenda della durata dei silenzi. A essere per quel che possibile esatti (essere esatti nelle cose belle è bellissimo), qui la pausa è allungata dai due punti; due punti vuol dire che sta per succedere qualcosa, che qualcosa sta per esserci rivelato: suspense, quindi pausa: «falce di luna:». Leggi la pausa della fine del verso e dei due punti.

Solo adesso puoi scendere dalla falce di luna, e leggere: «tutti gli alberi a»… A? A cosa? Non è interessante? Non si sa a cosa si riferisca quell’a fin quando non si legge il verso finale, ma intanto l’autore di haiku ci chiede una seconda pausa, un secondo respiro: restiamo sospesi su qualcosa che ancora non sappiamo. Tutti gli alberi a?

La a è la più aperta delle vocali. L’autore non vorrà che restiamo con quella a tenuta con la bocca aperta? Se leggiamo solo col pensiero sarà una a mentale, ma pur sempre una a, la vocale che spalanca…

Rileggiamo:

falce di luna:

tutti gli alberi a

Adesso l’autore di haiku cosa vuole che faccia? La stessa pausa che ho fatto discendendo dal primo verso al secondo? Sospetto che il qui presente autore di haiku, che lo sappia o meno, ci chieda di farci esperti di una certa arte musicale, che è quella del rubato. Il più bravo lettore di haiku sarà quello che saprà sospendersi su quella a. Non è detto che il miglior lettore sia l’autore: sono arti diverse. Stravinskij che dirigeva Le sacre du printemp era noioso.

Quella a lasciata a pencolare per un attimo più lungo degli altri ci dovrebbe far cadere, con la stessa lenta inderogabilità di una goccia che cola dal bricco dell’olio, nel finale – vedi caso – «bocca aperta»:

falce di luna:

tutti gli alberi a…

bocca aperta

Adesso si può pensare che tutto torni. Ammesso infine che si possa dire di ognuno di sé qualcosa di attendibile, il cosiddetto Io oscillerà in un campo che va dal mistico al cialtrone, e viceversa. Né potremmo illuderci di dire quale dei due sia meglio. Notevole che per Klun la questione sia anche linguistica:

cossa te disi

se scrivo un haiku

cussì patoco?

Klun ha dunque un registro comico che esige il dialetto: per dire cose che non potrebbero essere dette altrimenti, se non traducendole. Per cui, e forse soprattutto:

no te podessi

studar el telefonin

co semo soli?