MOTA SAFÒN: LA PROFEZIA AVVERATA DI PASOLINI

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di Greta de Walderstein

Franco Dugo Pasolini
Puntasecca, mm 500 x 400
1995

Nel 1969, Pier Paolo Pasolini scelse la laguna di Grado come uno dei palcoscenici per la sua Medea. Non fu una scelta dettata da ragioni logistiche, né da una banale ricerca di esotismo. Pasolini, infatti, cercava uno spazio, un “non-luogo”, un deserto metafisico, dove potesse consumarsi l’urto tra due civiltà inconciliabili, e lo trovò tra i canneti, le barene, le acque basse e salatissime, i casoni, il silenzio spezzato solo dal fruscio del vento, un paesaggio sospeso tra la terraferma e il mare aperto. E a distanza di oltre mezzo secolo, questo scontro non rimane confinato nella pellicola di celluloide, ma continua a persistere.

Mentre la città di Grado si affermava come celebre meta turistica balneare, la sua laguna manteneva un’anima selvatica, inaccessibile, quasi magica. Mota Safòn divenne per Pasolini non soltanto un set cinematografico, ma un rifugio per l’anima e un simbolo potente: l’incarnazione visiva di quell’universo arcaico da cui proviene Medea. È la Colchide, il regno del sacro e dei riti, del legame viscerale con la terra, dove l’essere umano non conosce (ancora) la frattura con la natura. A questa dimensione primordiale si contrappone la moderna e pragmatica Corinto. Qui, infatti, l’adulto Giasone, dopo essere stato educato dal centauro Chirone al valore sacrale e mitico, tradirà le proprie origini per lasciarsi ammaliare dal calcolo utilitaristico e dalla ricchezza.

Nell’ottica pasoliniana la tragedia di Medea offriva al pubblico una chiave interpretativa del presente: la borghesia stava operando un vero e proprio genocidio culturale e antropologico ai danni del mondo arcaico e contadino.

Oggi noi assistiamo al compimento definitivo di quella parabola. Se si cerca di visitare l’isola di Mota Safòn, si scopre che il viaggio costa ben 45 euro e viene proposto esclusivamente in giorni feriali: un’esperienza tagliata su misura per pensionati benestanti, da cui lavoratori e studenti sono tagliati fuori. È l’ironia suprema, la vendetta postuma e beffarda del consumismo: il luogo dell’educazione spirituale di Giasone è diventato un’esperienza da tour operator: si paga il biglietto, ci si gode il panorama lagunare per qualche ora, si scattano le foto di rito da pubblicare sui social (Facebook il più azzeccato, vista l’età dei fruitori) e alla fine si torna sulla terraferma, pronti per l’aperitivo. In questo gesto apparentemente innocuo risiede la grande tragedia della nostra epoca: la mercificazione del sacro, che non solo abbiamo ucciso, ma che abbiamo imparato a confezionare e a mettere a listino.

Pasolini, che aveva previsto con profetica lucidità la devastazione dell’anima e del paesaggio italiani, avrebbe trovato in tutto questo la conferma definitiva delle sue riflessioni raccolte negli Scritti Corsari «Il consumismo e la proliferazione delle industrie terziarie ha distrutto in Italia il mondo campestre e sta distruggendolo in tutto il mondo» e ancora «il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo. Per la religione […] non c’è più spazio».

Questo nostro modus operandi moderno non nasce ex nihilo ma è il risultato del medesimo tradimento perpetrato da Giasone. È da quel primo atto di abiura che scaturisce la frattura insanabile tra la natura e l’uomo, tra la comunità e l’individuo atomizzato della società contemporanea. Medea – con la sua irrazionalità, il suo sangue sacrificale e la sua trascendenza – rappresenta ciò che eravamo un tempo. Giasone, al contrario, è esattamente ciò che siamo diventati oggi e non è un caso se il punto di rottura del film risiede proprio nell’incapacità del secondo di vedere la prima se non come un ostacolo al suo egoistico avanzamento.

Un piccolo Giasone in groppa al centauro Chirone
Pier Paolo Pasolini, Medea, 1969, frame