MRS DALLOWAY E L’OMBRA DI JOYCE
Diego Marani | Il Ponte rosso n. 119 - ottobre 2025 | narrativa
A cent’anni dal romanzo di Virginia Woolf, che ancora si confronta con l’Ulisse, pubblicato tre anni prima
di Diego Marani
traduzione di Alessandra Scalero
Mondadori, Milano 1946
Cento anni sono passati da quando Clarissa Dalloway uscì a comprare i fiori in una mattina londinese. Cento anni da quando Virginia Woolf, con un gesto narrativo semplice e rivoluzionario, mise in moto una delle più grandi metamorfosi della letteratura moderna. Mrs Dalloway (La signora Dalloway, prima traduzione italiana nel 1946) non fu solo un romanzo: fu la dimostrazione che un’intera esistenza poteva stare in una giornata, che la trama poteva dissolversi in pensieri, esitazioni, ricordi e che la vita, ridotta a flusso di coscienza, era più vasta e misteriosa di qualsiasi epopea.
Eppure, dietro il successo e l’innovazione di Woolf, aleggia sempre un’ombra, quella di James Joyce. Lei stessa lo sapeva, e forse non lo sopportava. Ulysses uscì nel 1922, solo tre anni prima, ed ebbe l’effetto di un terremoto. Per molti, l’opera di Joyce era un vertice insuperabile, il punto di non ritorno della narrativa. Woolf lo lesse con insofferenza e ammirazione, come si legge un rivale che si vorrebbe detestare ma che si finisce per temere. Scrisse che Joyce era “grossolano”, che il suo romanzo puzzava di cucina mal lavata; ma non poteva negare che lì c’era qualcosa di inaudito, una libertà che nessuno aveva osato.
Virginia Woolf
tecnica mista, cm 100 x 70
2025
La rivalità fra Woolf e Joyce è uno dei drammi sottili della modernità letteraria. Non si incontrarono mai, ma furono l’uno il contrappunto dell’altra. Joyce, irlandese in esilio, scese negli abissi linguistici, portò l’inglese a una torsione che ancora oggi intimorisce i lettori. Woolf, figlia dell’alta borghesia londinese, cercò invece la musica interiore delle coscienze, il chiaroscuro dell’anima. Dove lui accumulava, lei rarefaceva; dove lui sprofondava nel groviglio verbale, lei cercava l’essenzialità di un gesto, di una sensazione sospesa.
James Joyce
tecnica mista, cm 100 x 70
2025*
Sono due modernismi speculari. Joyce volle dimostrare che la letteratura poteva essere un universo chiuso, un labirinto verbale autosufficiente. Woolf, al contrario, volle che il romanzo restasse finestra, ma su un paesaggio fatto non di eventi ma di coscienze. Nel suo flusso di pensieri, la realtà non è mai abolita, ma filtrata, trascolorata. Bloom viene preso nel vortice della sua giornata insignificante ma vorticosa e tutto quello che gli capita è carico di simboli. Clarissa si perde in ricordi, in ferite invisibili, nel senso del tempo che passa e consuma.
E tuttavia, è proprio in questa differenza che la letteratura contemporanea trova ancora alimento. Joyce ci ha insegnato la vertigine del linguaggio, l’idea che il romanzo possa diventare enciclopedia totale. Woolf ci ha insegnato invece che l’intensità sta nelle pieghe, nei dettagli, nel non detto. Oggi gli scrittori che cercano di costruire architetture mastodontiche, universi testuali smisurati, non possono evitare di misurarsi con Joyce. Ma chi tenta di dare voce all’intimo, al tempo interiore, trova in Woolf la maestra più fedele.
Il centenario di Mrs Dalloway ci ricorda che il romanzo non è morto, ma ha cambiato pelle. Se Joyce lo ha portato sull’orlo della dissoluzione, Woolf gli ha restituito una nuova possibilità: quella di raccontare non il mondo, ma la coscienza che lo abita. E in questo, il suo gesto appare più duraturo, più fertile. Ulysses resta monumento che si ammira più che si legge, vetta inaccessibile. Mrs Dalloway, invece, continua a parlarci: ci dice che le nostre giornate minime, con i loro gesti e i loro turbamenti, contengono interi universi.
Forse è questo il segreto della rivalità: Joyce scrisse per demolire il romanzo, Woolf per salvarlo. E a cento anni di distanza, mentre Clarissa continua a uscire per comprare i fiori, scopriamo che quella salvezza era necessaria.
Eppure, la vera forza dei loro esperimenti non sta solo nella difficoltà, ma nella promessa di libertà che contengono. Joyce libera la lingua, Woolf libera lo sguardo. Insieme, ci mostrano che la letteratura è un laboratorio permanente, in cui si può smontare e rimontare la realtà fino a trovarne un senso nuovo. A cento anni di distanza, Clarissa Dalloway e Leopold Bloom continuano a camminare accanto a noi: figure solitarie e quotidiane, ma per questo universali, che ci invitano a ripensare la nostra stessa vita come un romanzo ancora da scrivere.
Ritratto di Virginia Woolf
National Portrait Gallery
Londra
Virginia Woolf (1882-1941, suicida) è tra le maggiori scrittrici di tutti i tempi. Harold Bloom, autore del discusso ma influente Canone occidentale la colloca tra le vette della civiltà letteraria d’Occidente, mentre prima di lui, Erich Auerbach, l’autore di Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale (1946, in italiano dieci anni dopo) chiudeva l’ultimo capitolo citando e analizzando un brano di Gita al faro (1927) della Woolf, appunto. Collocandola a fianco di Proust e Joyce (non era ancora abbagliante la fama internazionale di Svevo, ma oggi possiamo aggiungerlo senza troppe timidezze) in una famiglia di scrittori che ha aperto nuove frontiere e solcato mari sconosciuti, oltre le colonne d’Ercole della letteratura di impronta ottocentesca
(a cura della Redazione)
