NEL SILENZIO DEL DIALETTO
Il Ponte rosso n. 114 - aprile 2025 | Maurizio Casagrande | poesia

Loredana Bogliun
di Maurizio Casagrande
La cifra distintiva della poesia di Loredana Bogliun, soprattutto in questa versione plurilingue (dignanese, croato, ciacavo-giminese e italiano) dal titolo In tal seilensio (Nel silenzio), sembra essere quella della più fedele adesione alle proprie radici, riconoscibili all’impronta nella terra d’Istria e nel vissuto contadino dei padri. Il che si traduce, di necessità e con naturalezza, nell’amorevole assunzione della lingua di questa terra e di queste genti, l’istroromanzo di Dignano, in una felice congiunzione di eleganza formale, trasparenza del dettato e innocenza sorgiva della quale il testo propone una discreta varietà di correlativi simbolici, a cominciare da quella bambola “dagli occhi buoni” (La poupa/ La bambola, p. 18) inclusa nella raccolta d’apertura La peicia/Mala (La piccola/Malena), che vale altresì quale allegoria della lingua e della stessa poesia a cui la accomunano la vocazione a parlare per immagini e a scomparire; le fanno da complemento, fra altre molteplici metafore, una carezza del sole e del vento (La carissa/La carezza, p. 20), gli asini simili a “ruveri de la scursa doura” (Anemai cu le rice impeirade/Animali con le orecchie rizzate, p, 26), un vecchio montanaro dalla pelle scabra (Vecio eistrian/Vecchio istriano, p. 38), o un’anziana donna ormai sola e devastata dagli anni, assunta a madonna dei dolori (Par la vecia de Baredeine/Per la vecchia di Baredine, p. 56). Il che non va inteso nella chiave della rassegnazione o della negatività, dal momento che questa poetica è intrisa di una visione serena delle cose testimoniata dalla frequenza con cui irrompe l’epifania della luce, soprattutto lunare o interiore: «Saravo bel cugnussi tignei par sempro / quil ch’a loustro te breilta in tai oci / […] / cu le to man ch’a me scalda douta // e in tala staion ch’a vignarò sigoura / savì catà sempro ouna favela / par quil ch’al cor vuravo / sconto in tal’anema ch’a breila» («Sarebbe bello conoscere tenere per sempre / quello che luccicante ti brilla negli occhi / […] / con la tua mano che mi scalda tutta // e nella stagione che verrà sicura / saper trovare sempre una parola / per quello che il cuore vorrebbe / nascosto nell’anima che brilla», Grupi/Groppi, p. 86).

Dignano
E la dimensione che meglio si attaglia ad una terra e ad una componente sociale così marginali ed emarginati da sempre è, appunto, il silenzio degli umili, ossia di coloro che non hanno voce, si tratti degli ambienti naturali, delle persone, o di creature animali e vegetali di cui nessuno più si cura, in piena sintonia, da questo punto di vista, con le poetiche di autori quali il veneto Luciano Cecchinel o il piemontese Remigio Bertolino. Questo in stretta connessione ad un canto ininterrotto nella tonalità dell’elegia all’indirizzo di una realtà umana, sociale e linguistica negata ferocemente dagli uomini e dalla storia nel suo sacrosanto diritto ad esistere, come si ricava dalla lirica incipitaria nella summenzionata silloge, col risultato di farsi portavoce di ogni altra minoranza fatta oggetto di soprusi: «Co le ca∫e se di∫gourba a peian / a peian mei se ch’a piura douto Dignan. / Ancui ghe vidi sulo la ruveina / i se ch’a mai el turnarò quil de preima» («Quando le case si sfasciano a piano a piano / io so che piange tutto Dignano. / Oggi ne vedo solo la rovina / so che mai tornerà quello di prima», Me paro la madona, p. 16).
L’amore per la terra, come per le persone o la lingua, assume sovente i connotati della sacralità, talora con esiti che ricordano il Cantico dei Cantici o le repentine accensioni dei mistici: «[…] seita la favela ardo in tala carno, / cumo brama brou∫ada / la vouia ∫ì de issi s’cita. // Coussei nouda / gnente me se taca ∫ura, / no lassa signo al suspeir / de sto sussour ch’a se banduna // e douto me caio e me se inguanta, / la trasparensa me par ch’a ∫vula. // Ciapime douta, mouvimento de l’anema” (“[…] zitta la parola arde nella carne, / come ardore bruciato / la voglia è di essere pulita. // Così nuda / niente mi si attacca sopra, / non lascia segno il sospiro / di questo sussurro che si abbandona // e tutto mi cade e mi si attacca, / la trasparenza mi sembra che voli. // Prendimi tutta, movimento dell’anima», amur/amore, p. 22).

Loredana Bogliun
In tal seilensio /
Va tisine u tišini /
Nel silenzio
Nova Istra DHK, Pola 2024
pp. 159, euro 22,00
Figura sacrale di silenzio e sacrificio è su tutte quella del padre: «sta feia / iò capei ouna sustansa sula, / ch’a ∫ì sempro quila d’al moto de l’onda / ch’a reiva e se distouda» («questa figlia / ha capito una sostanza sola, / che è sempre quella del movimento dell’onda / che arriva e si spegne», me paro inseina ombre/mio padre senza ombre, p. 24). Una sacralità che si manifesta non di rado nell’investimento, tutto al femminile, nelle vesti di figlia, di madre, di nonna e di donna ardente e tenace d’altri tempi; esemplare in tal senso la lirica Ma∫era/Muricciolo di campagna: «Reidi, reidi mama / parchì ∫ì bel incontrate in tale fuie ch’a crisso / in tala fighera ch’a se ∫larga, in tal ∫lavano / ch’a parfouma sempro // Le ma∫ere ch’a par l’Eistria qualcodoun / a iò alsà le iò ouna piera ch’a scumensia / ouna ch’a fineisso, ancui le iò de strapassà / ma le ∫ì doure cumo al corno d’al man∫o // e tinare parchì vece / stagne cumo la to ligreia, al to fà de ∫barasseina», («Ridi, ridi mamma / perché è bello incontrarti nelle foglie che crescono / nel fico che si allarga, nell’alloro / che profuma sempre // I muriccioli di campagna che per l’Istria qualcuno / ha messo su hanno una pietra che incomincia / una che finisce, oggi sono malconci / ma duri come il corno del manzo // e teneri perché vecchi / saldi come la tua allegria, il tuo fare di sbarazzina», p. 66). Ma questo inno al silenzio, all’isolamento di certe località sul Carso, alla solitudine, alla dignità nella povertà, alla semplicità nel vivere, veicola altresì un’esortazione di sapore quasi spartano alla fermezza nella resilienza. Si potrebbero portare molti esempi in proposito, dalla frequenza con cui ricorrono gli omaggi all’amata Dignano, microcosmo che si converte in macrocosmo, al primato riconosciuto al tema iconico dei muretti a secco quali cifre esistenziali che fungono anche da titolo alla silloge MA∫ERE / ZIDIĆI Muri a secco / Gromače (pp. 45-63), dove ad imporsi sono ancora gli asini pazienti e i sentieri di campagna, fino all’epos dell’abbandono e dell’esodo ne La ca∫a d’al monto/La casa sul monte, (p. 116).
Per un’analisi più approfondita della lirica in oggetto si veda il numero 221 della rivista La Battana, luglio-settembre 2021, Anno LVII, pp. 107-112: Piccola chiosa ad un testo di Loredana Bogliun: ‘La casa sul monte’); ci piace tuttavia suggerire un diverso referente, non meno significativo di quelli menzionati: «reiva oun altra staion: / fuie ch’a invulteissa l’aria / in tal bandon de sto inverno straco. / Vignarò anca la boura, / suspeir li∫ier de la me Eistria / ch’a ta∫o soun in tale piere de ∫regna, / ∫ì al carsulein ma ∫ura d’ai monti / a varò da crissi ouna madona binideita» («arriva un’altra stagione: / foglie che attorcigliano l’aria / nell’abbandono di questo inverno stanco. / Verrà anche la bora, / sospiro leggero della mia Istria / che tace lassù tra le pietre di Sdregna, / dove c’è il carso ma sui monti / dovrà crescere una madonna benedetta», Soun a ∫regna/Su a Sdregna, p. 40), con una folgorante risemantizzazione della bora eletta a “sospiro leggero” dell’Istria.
L’eredità della Bogliun, pertanto, va riconosciuta nell’ostinata fedeltà ad una lingua/treccia più vitale che mai, nonostante sia ad un passo dalla propria estinzione: «[…] me se stren∫o e squaia // drento se specia sto moto / de ∫ei a peian / man in tala man. // Co i oci varda in tai oci / vuiime ben anema de l’anema meia / portada cumo in gondoleta / ∫uta al murer ch’a impineisso la curto. E coussei sempro graspito de serenada cun tei me cumpagna la meia cuntrada» («[…]mi si stringe e dissolve // dentro si vede questo movimento / di andare piano / mano nella mano. // Quando gli occhi guardano negli occhi / amami anima dell’anima mia / portata come in gondoletta / sotto il gelso che riempie la corte. // E così sempre grappolino di serenata / con te mi accompagna la mia contrada», Drissuleina/Treccina, p. 120). Con la sola avvertenza che la saldezza tetragona di questo rovere non è mai tale da appiattire ogni cosa su di un piano puramente orizzontale: «[…] de mei pudaravi deite / peicada in tra le fuie // in tai arbori me favela / ch’a gnente iò pioun fursa / de sta radeiga ch’a me guanta par tera // a ∫ì ruvèr sto me arboro grando / douto al mondo ghe stà ∫uta / ma par quil ch’a manca, ∫ì da vardà ∫ura!» («[…] di me potrei dirti / appesa tra le foglie // tra gli alberi mi si racconta / che niente ha più forza / di questa radice che mi tiene per terra // è rovere questo mio albero grande // tutto il mondo gli sta sotto // ma per quel che manca, c’è da guardare in su!», Ruvèri/Roveri, p. 138).
Sarà il caso di aggiungere, a titolo di conclusione, che il volume valorizza le pregevoli traduzioni dal dignanese al croato di Mate Maras e Tonko Maroević, autore quest’ultimo altresì della pregevole prefazione di cui si raccomanda la lettura (Con la luce nella notte, pp. 10-14), in aggiunta alle versioni dal dignanese al giminese/ciacavo ad opera del linguista Miho Debeljuh risalenti a quasi a trent’anni or sono e rimaste inedite sino ad oggi, a riprova del fatto che l’autentica poesia non patisce le ingiurie degli anni.
