REFERENDUM NON CONFERMATIVO

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E poi la gente, (perché è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi,
perché nessuno la può fermare.

Francesco De Gregori, La storia siamo noi

 

Sembra troppo difficile da capire per i politici di questo Paese che quando vai a toccargli la Costituzione, soprattutto quando – anche limitatamente ad alcuni aspetti – c’è il sospetto che si voglia intaccarla in qualcuno dei suoi assunti fondamentali, la gente “te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare” come canta De Gregori.

Abbiamo avuto tre referendum confermativi che hanno clamorosamente respinto la riforma proposta a dieci anni di distanza l’uno dall’altro.

Ci aveva provato per primo Silvio Berlusconi nel 2006, con una proposta di modifica costituzionale il cui cuore era l’edificazione di un sistema basato sul presidenzialismo – affidato al Presidente del Consiglio ai danni delle prerogative del Presidente della Repubblica. Al referendum gli elettori bocciarono la riforma con un voto negativo per il 61,29% e positivo per il 38,71%, in presenza di un’affluenza al 52,46%.

Fu poi la volta di Matteo Renzi, nel 2016, anche in quel caso basato sulla proposta del superamento del bicameralismo paritario mediante l’istituzione di un “Senato delle Regioni”, composto da 100 membri non eletti dai cittadini, ma nominati 95 dai consigli regionali e 5 dal Presidente della Repubblica, la riforma del Titolo V della Costituzione relativa alle ridefinizione delle competenze tra Stato e Regioni, con il ritorno alla competenza esclusiva dello Stato per alcune materie chiave, l’abolizione delle Provincie e del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (norma, quest’ultima, avversata soltanto dai consiglieri dell’istituzione e loro stretti famigliari, immaginiamo). Anche in questo caso la proposta di modifica costituzionale fu respinta dal 59,12% degli elettori contro il 40,88%, con un’affluenza del 65,47% del corpo elettorale.

Dieci anni dopo, è stata la volta del referendum voluto da Giorgia Meloni a conferma della cosiddetta riforma della Giustizia, con una condivisione popolare che sembrava ampiamente maggioritaria nei sondaggi all’inizio della campagna referendaria e il cui esito ampiamente negativo per l’attuale maggioranza parlamentare è cronaca di queste ore.

è da dire che se la sono cercata, la bocciatura della loro riforma. Dapprima in Parlamento, dove la legge costituzionale è transitata quattro volte sostanzialmente senza confronto dialettico, fino ad arrivare all’approvazione del testo presentato dal Governo senza che neppure ai parlamentari della maggioranza fosse consentito proporre la minima modifica del testo. Poi sui mezzi d’informazione, dove abbiamo assistito ad affermazioni contraddittorie riguardo allo stesso oggetto della pretesa “riforma della Giustizia”, che non sarebbe servita a rendere il sistema più efficiente (ministro Nordio) anzi sì (presidente Meloni) anzi no (senatrice Bongiorno: «Solo un’ignorante può pensare una cosa del genere»). Fino ad arrivare alle catastrofiche dichiarazioni pubbliche degli ultimi giorni di campagna elettorale, incluse quelle della premier.

Vi sono poi altre cause per la bruciante sconfitta, nel merito della riforma e anche al di fuori di esso, con i casi del capo di Gabinetto e del viceministro della Giustizia. Ma tra le concause del rigetto della proposta di modifica vi è certo il diffuso attaccamento degli elettori alla nostra Costituzione, investiti della sovranità loro assegnata dal suo primo articolo.