STORIA DI UNA MALATTIA E DI UN NOBEL MANCATO
Gennaro Rega | Il Ponte rosso n. 121 -dicembre 2025 | saggi
Ricostruita la biografia di Battista Grassi, che individuò nella zanzara Anopheles il vettore della malaria
di Gennaro Rega

Malaria.
Il Nobel negato. Storia di Battista Grassi
Neri Pozza, Vicenza 2025
pp. 304, euro 20,00
Paolo Mazzarello ha concluso brillantemente la sua carriera di cattedratico di Storia della Medicina a Pavia, pubblicando a settembre il suo ultimo saggio intitolato Malaria, edito da Neri Pozza. Il sottotitolo anticipa il plot di un vero e proprio thriller scientifico: Il Nobel negato. Storia di Battista Grassi. D’altronde il saggista, è un apprezzato divulgatore scientifico nonché romanziere. Basterà citare tra i suoi libri, più volte ristampati, quelli sulle geniali figure di Lazzaro Spallanzani e di Alessandro Volta, del criminologo Cesare Lombroso o del neuroscienziato Camillo Golgi, lui sì premiato con il Nobel nel 1906. In questo caso Mazzarello con dovizia e ricchezza di particolari (una quarantina di pagine, quelle finali, contengono Note e Bibliografia) ricostruisce la vita del medico comasco Battista Grassi (1854 – 1925) con molti dettagli fin qui ignorati dai profili ufficiali. Ma soprattutto dipana scrupolosamente l’intrico di cause che congiurarono contro il luminare italiano e gli impedirono di ottenere il Nobel per la Medicina nonostante avesse scoperto che la zanzara Anopheles era la vettrice nell’uomo della malaria, morbo da secoli radicato in ampie porzioni del globo e in Italia all’epoca considerato una vera e propria «malattia nazionale».
Alla fine dell’Ottocento già alcuni scienziati avevano intuito che la trasmissione della malaria avveniva tramite la puntura di una zanzara ma il merito di comprendere e provare che il genere zoologico responsabile era rappresentato dalle Anopheles fu esclusivamente di Grassi.

Questa scoperta decisiva divenne in seguito la base per la profilassi più adeguata contro la malattia, soprattutto attraverso l’eliminazione radicale dell’insetto dalle zone umide e paludose.
Purtroppo lo scienziato italiano, dal carattere impulsivo rigoroso e pungente quanto gli insetti che studiava, nel corso delle sue ricerche e sperimentazioni volle contestare quelle svolte in Maremma e nel Lazio senza esiti determinanti da un’autorità scientifica come il batteriologo tedesco Robert Koch, scopritore del bacillo tubercolare. Costui, sostenuto da generosi finanziamenti da parte di vari governi dell’epoca: tedesco, italiano, asburgico (come in seguito accenneremo), a partire dagli anni novanta del XIX° secolo aveva allargato le sue ricerche alla malaria. Grassi e la sua équipe operavano in quello stesso periodo presso la facoltà di Scienze di Roma. Anche le loro ricerche erano tese a studiare il meccanismo della trasmissione del plasmodio, ovvero del protozoo parassita, dalla zanzara femmina al corpo umano, per realizzare una profilassi più completa che non fosse soltanto la somministrazione in dosi massicce del chinino. Ma purtroppo, come avviene spesso ancor oggi, per i loro esperimenti sul campo e in laboratorio i finanziamenti erogati dal governo erano modesti.
Tuttavia dal 1898 Grassi definì un modus operandi che gli permise di scoprire che le zone infestate dalla malaria erano anche quelle popolate da zanzare peculiari (in particolare l’Anopheles claviger), ma assenti dalle aree dove non attecchiva il morbo. A questa mappatura della localizzazione e della tipologia di specifiche zanzare dannose per l’uomo, seguì un intenso periodo di esperimenti in laboratorio che confermò questa ipotesi.

Koch nel frattempo, senza aver ottenuto risultati significativi, terminava alla fine di quello stesso anno la sua «campagna d’Italia», snobbando le scoperte del “gruppo romano” di Grassi. Era inevitabile che si accendesse un’acrimoniosa controversia fra queste due figure di scienziati, che pure in precedenza si erano stimate. E di lì a qualche anno accadde che Koch si mobilitò con tutto il suo prestigio per impedire al comasco di vincere il Nobel e favorire invece il britannico Ronald Ross che infatti nel 1902 gli “scippò” il prestigioso premio dell’Accademia svedese.
è costui nel libro il vero antagonista di Grassi e Paolo Mazzarello, con altrettanta ampiezza di dati documentali di quelli presentati per l’italiano, ne delinea la personalità, il percorso professionale e le scoperte.
Medico coloniale, operò a più riprese in India fra gli anni ottanta e la fine del XIX secolo guidato dai consigli del suo collega “pigmalione”, lo scozzese Patrick Manson. Fu proprio costui che lo sollecitò ad occuparsi della eziologia della malaria. Ross si concentrò sulla dimostrazione inoppugnabile del ruolo delle zanzare nel diffondere la malattia. Riuscì per primo a documentare la trasmissione del plasmodio malarico dallo stomaco delle zanzare agli uccelli, ma non procedette con sistematici esperimenti sull’uomo. Inoltre rimase sempre convinto che esistesse uno stadio libero del parassita nell’acqua stessa.
Dunque gli studi del medico inglese, pur notevoli, non rispondevano a tutti i quesiti della trasmissione del morbo. Quale la specie esatta dell’insetto? Su questo restava nel vago. Quale il ciclo del parassita nel vettore umano? Non lo chiariva. Infine come operare concretamente per debellare l’epidemia? Tentò di mettere dell’olio di kerosene nelle pozze idriche, con la conseguenza di inquinarle senza riuscire ad eliminare definitivamente la diffusione del morbo.
Al contrario il grande zoologo ed entomologo italiano, seppe dare spiegazioni documentate, grazie anche ai suoi rigorosi metodi sperimentali. D’altronde già prima che fosse invischiato in questa triste e intricata vicenda frutto di rivalità accademiche, Grassi aveva ottenuto prestigiosi riconoscimenti, come la «Darwin Medal» del 1896 per le sue ricerche sulle termiti e le anguille.
Ma a questo punto lascerei al lettore scoprire il racconto appassionante delle avverse situazioni, condite perfino da malevole accuse di plagio, che macchinarono contro Grassi e gli negarono l’attribuzione dell’ambito Nobel.

Concluderei invece con una vicenda riportata da Mazzarello alle pp. 177/78 che mi ha particolarmente attratto perché legata alla storia del litorale istro-dalmata e forse da non molti conosciuta.
Paul Kupelwieser, proprietario e governatore austriaco del piccolo arcipelago delle Brioni, contattò nel 1900 il prestigioso infettivologo germanico. Aveva letto, infatti, sui giornali delle attività di Koch a Grosseto e gli chiese aiuto per controllare la malaria su quell’insieme di isole della costa istriana, oggi Brijuni in Croazia, al tempo abitato da soli 300 individui. Desiderava, infatti, trasformarlo in un parco archeologico e in una località termale, ma il morbo rappresentava un ostacolo.
Koch, a fine anno, accettò con scrupolo l’incarico e messo piede a Brioni pianificò degli esperimenti per controllare l’epidemia attraverso il chinino, come aveva fatto pochi mesi prima in Nuova Guinea. All’inizio non mancarono resistenze e perplessità ad opera di burocrati e di medici viennesi (accenno al fatto che nel territorio malarico di Rovigno si erano avviati quasi in contemporanea dei tentativi per distruggere le zanzare con «i metodi italiani», come riferì lo stesso Koch nei suoi appunti). Ma il suo prestigio, la sua diplomazia e le sue competenze alla fine prevalsero e ottenne dalle autorità carta bianca.
Nei primi mesi del 1901 il batteriologo tedesco e i suoi collaboratori ampliarono le ricerche anche sulla vicina terraferma dell’Istria: Stignano, Fasana, Ossero, Punta Croce dove la percentuale di popolazione infetta arrivava intorno al 10%
In una relazione lo scienziato annotava: «Per rendere innocui tutti – o quasi tutti – i parassiti, dobbiamo esaminare al microscopio il sangue di tutte le persone sospette prima di trattarle con chinino. In tutti i tentativi che ho finora intrapreso per estirpare i parassiti della malaria, ho agito secondo questo principio, e ho potuto convincermi che l’esecuzione di questa misura non è così difficile come può sembrare a prima vista…».

Bassorilievo celebrativo di B. Grassi
Brioni, Croazia
Inoltre sulla base dei suoi sistematici esperimenti, prescriveva: «1 grammo (15 grani) di chinino per due mattine consecutive, da ripetere dopo nove giorni. Il trattamento deve durare almeno due mesi. Nella febbre quartana, la forma più ostinata, il chinino deve essere somministrato per tre giorni consecutivi fin dall’inizio. Ai bambini sotto i sei mesi si dà generalmente 1/10 di grammo (1½ grani), e ai più grandi secondo l’età. Il chinino è ben tollerato e non sgradito se mescolato con sciroppo di lampone o accompagnato da tè dolce.»
Alla fine del 1902 la profilassi di Koch riuscì a debellare completamente la malaria a Brioni. Per l’arcipelago si prospettava una brillante vocazione turistica che dura ancora oggi. Invece la stessa profilassi si dimostrò parzialmente efficace sulla costa, dove il morbo continuò ad essere endemico. A conferma che era la strada tracciata da Battista Grassi quella risolutiva. In Italia il cammino verso l’estirpazione della malaria si sarebbe definitivamente concluso mezzo secolo dopo con l’uso sistematico del DDT che eliminò le Anopheles.
Comunque Kupelwieser espresse profonda gratitudine verso il “grande benefattore dell’umanità”, facendo erigere a Brioni un bassorilievo in onore di Koch realizzato nel 1908 da Josef Engelhart, scultore e pittore della Secessione viennese.
Il turista non distratto dai riti vacanzieri potrà ammirarlo nella sobrietà del luogo dove il monumento ancora si trova, ossia alla parete di una delle cave di pietra, che sono tra le attrattive del Parco naturalistico delle Brioni. Austera invece è la tomba che da un secolo conserva le spoglie di Battista Grassi e dell’amata consorte, Marie Koenen, nel cimitero di Fiumicino, dove sembrano ancora risuonare i versi virgiliani del poemetto La zanzara (Culex, in latino): «ogni gloria si frantuma per il dardo aggressivo dell’invidia».
