TRIESTE COME INGRESSO E SPECCHIO

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Nei racconti di Verso il mare, Božidar Stanišić, esule dalla Bosnia nel 1992, approdato in Friuli rappresenta Trieste come città-soglia

Per Stanišić, i luoghi (Sarajevo, Trieste, l’Olanda) diventano stazioni di riflessione, sofferenza, ridefinizione, passaggio

di Gianluca Bocchinfuso

Božidar Stanišić
Verso il mare
Besa Muci, Nardò 2025
pp. 112, euro 14,00

L’Adriatico dimora dell’esule

La figura di Božidar Stanišić emerge nel panorama letterario contemporaneo come una delle voci più nitide e dolenti della diaspora bosniaca in Italia. L’approdo di Stanišić nel nostro paese nel 1992 insieme alla famiglia – abita a Zugliano, frazione di Pozzuolo del Friuli, in seguito al suo rifiuto di imbracciare le armi e portare una divisa in conseguenza allo scoppio delle guerre jugoslave in Bosnia ed Erzegovina – non è solo un dato biografico, ma l’inizio di una rinegoziazione poetico-letteraria dello spazio.

In questa prospettiva, ai suoi occhi, da subito, sul piano narrativo, Trieste smette di essere una semplice coordinata geografica per farsi “città-soglia”: un cronotopo intermedio dove il trauma della disgregazione balcanica si rifrange contro la realtà del presente italiano. Il ponte tra un Oriente perduto e un Occidente che accoglie senza mai integrare pienamente.

L’autore opera una vera e propria toponomastica della memoria, trasformando l’esilio in una lente d’ingrandimento metafisica. Trieste non viene mai consumata dallo sguardo turistico: è piuttosto un setaccio storico in cui l’esule cerca i frammenti di un’identità polverizzata. Il viaggio verso l’Adriatico si configura così come una ricerca di senso che muove dallo sguardo, solo apparentemente terso, dell’infanzia, ponendo le basi per un racconto sospeso tra l’orrore del passato e la bellezza persistente del paesaggio.

Verso il mare: l’innocenza davanti alla cecità della Storia

La raccolta Verso il mare e altri racconti brevi (Besa Muci Editore, Nardò 2025) si caratterizza per una struttura riflessiva in cui i luoghi – Sarajevo, Trieste, l’Olanda – diventano stazioni di riflessione, sofferenza, ridefinizione, passaggio.

Nel racconto d’apertura, Verso il mare (p. 7), Stanišić mette in scena una gita verso Sistiana che si trasforma in un cortocircuito tra l’idillio estivo e l’irruzione della colpa collettiva. Il viaggio è interrotto bruscamente dalla visione di un cartello: «Lager – Vergogna!» (p. 8). È qui che la curiosità del bambino, indicato nel testo come «il nipote», si scontra con il «muro grigio» della storia.

Questo muro, descritto con precisione come «senza finestre» e dotato di un «portone enorme» (p. 9), diventa metafora dell’architettura della dimenticanza. La sua “cecità” riflette il silenzio che gli adulti tentano di opporre all’indicibile. Sebbene il testo non la nomini esplicitamente, la topografia suggerisce la presenza spettrale della Risiera di San Sabba, trasformando la gita balneare in un pellegrinaggio involontario. La nonna si trova nell’impossibile posizione di dover tradurre l’orrore in un linguaggio accessibile a chi sta ancora imparando a leggere il mondo attraverso i cartelli pubblicitari.

«Il grido del bambino li scuote. Da quando ha imparato a leggere, a volte durante il tragitto si diverte a pronunciare a voce alta le insegne di qualche località, i messaggi pubblicitari, i nomi dei negozi. Lager? Da dove è saltato fuori? Guarda a destra, dice lei sottovoce. Il bambino dice che lui sa che cosa vuol dire vergogna. È come quando nella sua scuola, nella sua “primina”, Samuele colpisce qualcuno e la maestra grida: Vergogna! Davanti a quel muro uno ha picchiato un altro e qualcuno ha scritto vergogna? Per far capire che non è una bella cosa? Forse, dice lui. Il bambino insiste: Sì o no? Forse tu hai ragione, dice lui, così qualcuno è avvisato che non deve picchiare gli altri. Non si deve, concorda il bambino, così la maestra non deve gridare. Proprio così, dice lei.

Ma, lager?

Te lo spiegheremo quando sarai cresciuto, promette lei al nipote. Lui si ostina, insiste che è grande. Anche troppo grande per quella tuta estiva color mare, gliene hanno comprata una nuova. Verde. Sì, dice lui, ma questo non c’entra con la tuta. Hum, c’entra con quel muro? E loro due guardano il muro. In silenzio. Il nipote ripete la domanda. Alla quale ne aggiunge subito altre. Perché quel muro è così grigio? E così lungo? E così alto? E senza finestre? Perché il portone è così enorme? Chi abita là? Loro tacciono, poi all’unisono dicono che bisogna affrettarsi, non siamo diretti al mare? Il nipote osserva la nonna come se non capisse il senso di quella domanda. Poi dice, imitando la voce del nonno: “Quella gita al mare la conoscono già anche le rondini che volano sopra il nostro cortile”. Poi ridono tutti. Il nonno si rimette al volante. Partono». (pp. 8-9).

Il contrasto tra la «tuta color mare» e la grigiastra cecità del muro sintetizza la condizione dell’esule: il tentativo di abitare la bellezza mentre l’ombra del Lager rimane muta e ingombrante ai margini della strada. Come segno che non si sposta, che rimane, che va osservato e indagato per comprenderne fino in fondo i significati e i segni della storia, del luogo.

Božidar Stanišić

Una nave da guerra nel Golfo di Trieste: la decomposizione telegrafica

Se nel primo racconto la storia è un muro immobile, nel racconto Una nave da guerra nel Golfo di Trieste (p. 61) diventa un’intrusione dinamica che decompone il linguaggio. Stanišić adotta una scelta stilistica «telegrafica» (pp. 62-63) che non è solo una sperimentazione formale, ma il riflesso di una realtà frammentata. L’uso ossessivo del termine «Stop» richiama il linguaggio del telegramma, storicamente legato alla comunicazione d’urgenza, alla notifica di morte e ai dispacci bellici. Un’immediatezza che, a livello narrativo, apparentemente riduce l’elemento descrittivo capace di trasmettere emozioni, sensazioni e stati d’animo.

Questa sintassi spezzata crea un collage gastronomico-militare grottesco: la piacevolezza dei «vini del Carso» e la stasi del «Caffè degli Specchi» vengono violentate dalla comparsa della nave da guerra. L’inquietudine bellica non è più un ricordo del passato, ma un monito presente che inquina l’idillio triestino, una quiete di persone e di luoghi proiettati verso una dimensione di equilibrio e di vitalità.

«Stamattina a Trieste Stop Tutto liscio come l’olio Stop Molte discussioni Stop Ma tutto normale Stop Pranzo Stop Una taverna Stop Buon cibo Stop Ottimi vini Stop Del Carso Stop Uno del 1988 Stop Invecchiato dieci anni Stop Poi pausa caffè Stop Caffè degli Specchi Stop Locale storico Stop Guardate tutto liscio come l’olio Stop Qualcuno racconta una barzelletta Stop Sull’avarizia degli istriani Stop Risate Stop Guardate Stop Dice un giornalista Stop Sta arrivando una nave da guerra Stop Tutti guardiamo Stop verso il Golfo Stop Mi manca un binocolo Stop Dice un professore Stop Impressionante Stop Anche così da lontano Stop Perché è arrivata Stop Come non lo sai Stop Una giornalista Stop Dice a chi ha fatto la domanda, uno scrittore Stop Gli altri tacciono Stop La nave è sempre più grande Stop Rallenta Stop La gente è stanca Stop Dice un’altra giornalista Stop Bisogna bombardarli Stop Bombardare chi Stop Chiede un altro professore Stop Si sa chi Stop E storia finita Stop Pace nel mondo Stop Solo così Stop Pace Stop Che cosa pensa Stop Dice lo scrittore Stop Il diretto interessato resta Stop Quindi io Stop Il diretto interessato tace Stop Osserva la nave Stop Dice già all’ancora Stop Sembra Stop Quindi Stop Dice la prima giornalista Stop Qualcuno nella storia è il signor Sima Stop Dice lui Stop Continua Stop Qualcuno invece è la signora Nata Stop Una barzelletta Stop Non importa Stop Chi lo chiede Stop Qualcuno Stop Non importa chi Stop Questo è un racconto Stop Sto raccontando Stop Tutto in breve Stop Diabete Stop Il signor Sima Stop Per lui Stop Solo malattie da zoticoni Stop Scabbia Stop Podagra Stop Intestino crasso Stop Per la signora Nata Stop Diabete Stop Solo malattie signorili Stop Questo è tutto Stop Non ho capito niente Stop Dice l’altra giornalista Stop Neanch’io Stop E così via Stop Guardate Stop Grida uno Stop Tutti guardano Stop Due imbarcazioni Stop Dalla nave da guerra Stop In mare Stop Arrivano Stop Dice una giornalista Stop Chi Stop Chiede il professore Stop I diabetici Stop Dico io Stop Mi guardano Stop Tutti Stop In silenzio Stop Qualcuno a bocca aperta Stop» (p. 62).

Le navi da guerra, che da lontano sembrano barchette da bambini nella vasca (p. 63), demistificano la violenza rendendola parte di una quotidianità assuefatta, dove il silenzio a bocca aperta è l’unica reazione possibile davanti all’assurdo che sottende l’impossibilità a reagire.

Trieste è una città sul mare: la ricorsività come identità

Trieste è una città sul mare (p. 97) sposta l’asse dalla visione all’enunciazione. Il titolo funziona come un mantra o un rifugio linguistico per i personaggi dispersi nelle geografie della diaspora (Danimarca, Francia, America). In questo contesto, Trieste emerge come un monumento all’anormale: è l’unico luogo dove la frammentazione interiore del protagonista trova una corrispondenza esterna, permettendogli finalmente di «riaprire bocca» (p. 99) dopo anni di afasia esistenziale.

La “normalità” ricercata a Trieste è paradossale. Come recita il titolo del racconto successivo, Che ne sappiamo noi di cosa è normale? (p. 99), la città è lo spazio dove la precarietà diventa stabilità. Il dialogo tra le due sorelle evidenzia una tensione circolare: il sogno di un’isola remota, un’utopia di isolamento perfetto, si infrange e si ricompone nella realtà tangibile di Trieste, intesa come approdo finale per chi ha visto la propria patria trasformarsi in una «fotografia appesa al muro. E tu, sorella mia, se non sei su un’isola, almeno sei sul mare. Sul mare? dice lei. È come risvegliata da un sonno profondo, dice sedendosi sul divano: ma sì, Trieste è una città sul mare» (p. 98).

Questa presa di coscienza trasforma Trieste da luogo di transito a punto fermo, un’ancora di salvezza per chi naviga nel mare della perdita e dell’assenza personale e collettiva.

Trieste come messaggio universale

Dall’opera di Stanišić emerge una Trieste che è, al contempo, un “non-luogo” di transito e un “anti-non-luogo” di radicamento profondo. Se per la sociologia classica il non-luogo è privo di identità, per l’esule bosniaco Trieste diventa il luogo per eccellenza proprio grazie alla sua natura di frontiera. È lo spazio in cui il confine cessa di essere una condanna per farsi condizione esistenziale condivisa.

Attraverso una prosa che oscilla tra l’ironia e la tenerezza, Stanišić eleva la città a metafora della condizione umana contemporanea. Siamo tutti costantemente in bilico tra la contemplazione del “mare” – simbolo di una bellezza possibile – e lo scontro frontale con il “muro” – monito della storia e del trauma. Verso il mare e altri racconti brevi non è dunque soltanto un resoconto della diaspora, ma una mappatura della memoria collettiva europea, capace di trasformare la topografia triestina in una geografia universale dell’anima.

 

Nato a Visoko, in Bosnia, nel 1956, lo scrittore, poeta e traduttore Božidar Stanišic si è laureato in Filosofia all’Università di Sarajevo e ha lavorato come insegnante fino al 1992, quando è fuggito dalla guerra civile scoppiata nel suo Paese. Si trasferisce in Italia, dove tuttora vive con la famiglia, a Zugliano, piccola frazione di Pozzuolo del Friuli. Nel 1993 pubblica I buchi neri di Sarajevo e altri racconti (MGS Press); negli anni successivi pubblica tre raccolte di poesie: Primavera a Zugliano, , Non-poesie (ivi, 1995), Metamorfosi di finestre, e successivamente La giraffa in sala d’attesa, la raccolta di racconti intitolata Tre racconti. È presente con un suo testo nell’antologia della narrativa bosniaco-erzegovese del Novecento Racconti dalla Bosnia, scelti e tradotti da Giacomo Scotti (DiaBASIS, Reggio Emilia 2006). Riprende la produzione in prosa con Bon Voyage, con prefazione di Paolo Rumiz, Il sogno di Orlando, Il cane alato e altri racconti, La chiave nella mano. Nel 2011 pubblica il libro per ragazzi La cicala e la piccola. Diversi suoi testi e opere sono stati tradotti in: sloveno, inglese, francese, albanese, giapponese e cinese. In italiano è tradotto da Alice Parmeggiani.