UN IMPROBABILE FIGLIO DELLA LUPA
Fulvio Senardi | giugno 2025 | Il Ponte rosso N.° 116 | narrativa
Basta il titolo a incuriosire. Reduci dalla lettura di Bambino di Marco Balzano e sapendo che un Figlio della lupa (di Luciano Manara, con sottotitolo: Come sono sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale) è uscito nel 2018, ci si aspettava di trovare, nel Figlio della lupa di Francesco Tomada e Anton Špacapan Vončina (Bottega Errante 2025, I edizione 2022), qualche rampollo, con contorno di camerati e gerarchi, di una sfegatata “piccola italiana”, transitata poi magari nelle schiera delle ausiliarie di Salò. Nulla di tutto ciò; la lupa è, in effetti, una “mannara”, è impone al romanzo che tende al realismo una slabbratura fantasy, che non basta il centimetro quadrato di vissuto che esso contiene (l’intervista ad una anziana slovena ricoverata in casa di riposo) a rimettere sulle rotaie del verosimile.

Francesco Tomada e
Anton Špacapan Vončina
Il figlio della lupa
Bottega Errante, Udine 2025
pp. 336, euro 19,00
Troppo presente questo personaggio tutto istinto e zanne (all’anagrafe la maestra Majda del paesino di Čepovan, a est della Bainsizza, una ventina di chilometri da Gorizia, località che figura come Chiapovano già nel catasto austriaco degli anni Venti dell’Ottocento) per non scuotere dalle fondamenta l’impianto narrativo, e troppo attivo e incombente per rappresentare – ciò che avrebbe potuto essere – una metafora del radicamento nella propria terra, nella propria storia, nella propria lingua degli abitanti della Čepovanski dolina (Vallone di Chiapovano) che l’invasore pretende di snaturare. La trama è semplice e non la anticipiamo per non togliere a chi vorrà leggere il piacere della sorpresa. Basterà dire, per darne il succo, che il racconto mostra piuttosto efficacemente ciò che fecero gli italiani in terra slovena, dopo essersi spinti, sentendosi nel 1918 vittoriosi eredi del defunto Impero, fino a una cinquantina di chilometri da Lubiana in territorio storicamente e integralmente sloveno. Tutto ciò che era necessario per farsi odiare, a dirla breve. Alimentando una sorgente di rabbia che presto (1943, 1945) sfocerà in superficie con la forza di un geyser. Il libro contiene in effetti una rubrica delle infamie che vale non solo per il passato fascista ma per tutti i paesi e le epoche dove non sia discesa nel cuore della forza pubblica un’idea democratica di ruolo e responsabilità (vogliamo ricordare, per rimanere a casa nostra, il “malore attivo” che pose fine alla vita di Pinelli, o i metodi da repressione sudamericana nella Genova di 24 anni fa?, ecc. ecc.).
Il cattivo del libro è il tenente del Regio Esercito Angelo Ottavi, che ha chiesto il trasferimento nell’avamposto militare a Chiapovano per mettere in riga – siamo nel 1931 – quei selvaggi con fattezze umane che si rifiutano di imparare e di parlare in ogni luogo pubblico la meravigliosa lingua di Dante (ma il macellaio del paese, ex soldato KuK, già la domina a perfezione – ?) Ed è in relazione a lui che il romanzo deborda nel fumettone pseudo-storico. Angelo (nomen non est omen, in questo caso) è un vigliacco che, spacciandosi per eroe, è stato promosso per meriti di guerra da caporalmaggiore a ufficiale (?) e nonostante l’invalidante paraplegia mantenuto nel servizio attivo (?) e spedito al confine con la Jugoslavia. Lì tratta il brigadiere della locale stazione dei carabinieri come un proprio sottoposto (?), scaccia (?) dalla scuola una maestra che, a suo parere, è troppo morbida nell’insegnamento della lingua e “civiltà” italiane in quell’ultima Thule della barbarie in cui vige il coprifuoco (?) e il razionamento (?) Insomma non sbaglia definendosi, in un rapporto destinato ai superiori, “ufficiale fascista”, tanto più che lo ritroviamo nel 1944 nell’Esercito di Salò (meno comprensibile perché il narratore definisca un soldato del Regio esercito del 1931 “soldato fascista”, secondo un sillogismo che ricorda quello di italiani uguali fascisti corrente in campo jugoslavo nei giorni dell’occupazione, era venuto il loro turno, di Pola dopo il 1947 e dei comuni costieri dell’Istria occidentale).

Francesco Tomada
Sarà proprio Angelo, nell’ultimo capitolo, a trasmettere al Comando di Gorizia l’ordine del maggiore Miculan di effettuare un rastrellamento a Chiapovano, ultima ruota di una catena di comando saldamente in mano dall’autunno 1943 ai tedeschi, che avevano creato, nella regione giuliana, l’OZAK (Zona di operazioni litorale adriatico). Mai mostrati né nominati, se non nella profezia del tenente di cui parliamo, che si augura che Mussolini vorrà seguire l’esempio di Hitler facendo piazza pulita dei tiepidi e degli oppositori (previsione molto azzardata nel 1931, quando socialisti e comunisti arrivavano al 28 % – elezioni tedesche del 1930 – e i nazisti solo al 18). Vi fu poi in effetti nel 1944 una battaglia di Chiapovano, a quanto ricorda la memorialistica, che vide però di fronte ai partigiani un reparto particolare dei militi di Salò, la X Mas, quella formazione che nella Gorizia di oggi ha sempre un posto speciale nel cuore di chi la governa. Un libro insomma che zoppica nella gamba storica (i punti interrogativi di cui ho fatto uso segnalano ciò che storicamente è discutibile o inattendibile); e dispiace perché l’intenzione è buona e la temperatura morale altrettanto, per come trabocca di indignazione per il genocidio culturale tentato dal fascismo in terra slovena (un tema che, oggi, in epoca di agguerrite “giornate del ricordo”, pare quasi fuori luogo).

Anton Špacapan Vončina
Ma c’è di più. Si intuisce che gli autori intendono rappresentare una realtà linguistica spaccata tra occupatori e popolazione locale, carnefici e vittime (c’è anche il latino, per la verità, in occasione di un funerale), ma l’alternanza delle due lingue non emerge dalla pagina con limpida evidenza. Capisco che far precedere ciascuna frase da “disse in italiano”, “affermò in sloveno” finirebbe per imporre alla scrittura una rigidità da manuale di glottodidattica. Mentre far parlare ciascun gruppo nella propria lingua renderebbe il volume invendibile. Ma una soluzione andava trovata, e ciò non è avvenuto. Il lettore deve arrangiarsi con l’intuizione, e il testo non aiuta. Perché Srečko che ovviamente pensa in sloveno impiega i termini storpiati di “nono” per “nonno” e “mama” per “mamma” rimuginando tra sé e sé? Sono venature di italiano presenti nel dialetto di Čepovan? Mi permetto di dubitarlo, ma se fosse andava segnalato. E perché a momenti nella parlata dei locali vengono incastonate delle espressioni in sloveno? Per suggerire che tutto il discorso si è svolto in quella lingua? Non funziona. Riporto il dialogo tra la lupa e il nipote, solo per offrire un esempio del trattamento maldestro. La belva-donna (chiedo scusa alle signore lettrici) ha immobilizzato Angelo e si rivolge al nipote: – «Io devo andare, la neve ha iniziato a sciogliersi» (in corsivo… lo preferiscono le licantrope?) «E lui?», ripete come implorando Srečko. «Cosa devo fare? Cosa faccio?» «Sedaj je odločitev tvoja» (con traduzione in nota). Il lettore è propenso a immaginare che l’intero dialogo si sia svolto in sloveno. Ma allora, perché non lasciare tutto in italiano, in questo caso lingua di servizio del narratore? Non dimentichiamo che la letteratura è lingua, oltre che contenuti, e che l’opacità, qui, è imperdonabile.
