27 APRILE 1966: LA FINE DELL’INNOCENZA
Il Ponte rosso n. 125 - aprile 2026 | Roberto Spazzali | storia
Paolo Rossi, 19 anni, socialista, al primo anno di Architettura, viene ucciso dai fascisti all’Università di Roma
Le reazioni delle organizzazioni democratiche e della società civile all’omicidio del primo caduto per mano neofascista dal dopoguerra
di Roberto Spazzali
C’è un giovane. Studente universitario iscritto al primo anno di Architettura, alla Sapienza di Roma. La più grande e affollata università italiana. È un mondo accademico rigoroso, fatto di rituali e ruoli, di gerarchie. Quel giovane ha 19 anni. Uno in meno della giovane Repubblica italiana. Sono passati soltanto 21 anni dal 25 aprile 1945, festività civile che ha assunto un significato istituzionale soltanto dagli inizi degli anni Sessanta. Dopo i fatti di Genova e con il centrosinistra al governo del Paese. Quel giovane si chiamava Paolo Rossi.
Allora l’università era un mondo a parte, irraggiungibile per la maggioranza dei giovani italiani, ancora elitario e selettivo nell’accesso alle facoltà, governato da vecchie regole e consuetudini dove la mera presenza studentesca è garantita dall’Unuri, l’Unione nazionale universitaria rappresentativa italiana che allora comprendeva diverse sigle, già connotate politicamente. Il Cudi, Centro universitario democratico italiano riferimento del Partito comunista e del Partito socialista; l’Ugi, Unione goliardica italiana, di giovani socialisti e comunisti, repubblicani e socialisti di unità proletaria; l’Intesa, formata dalla Federazione universitaria cattolica italiana di area democristiana; l’Agi, di area liberale e della sinistra laica; il Fuan, Fronte universitario d’azione nazionale emanazione del Movimento sociale italiano e monarchici. Sigle che oggi dicono ben poco, ma in loro seno si formerà la classe politica degli anni Settanta e Ottanta.
Sono in corso le elezioni per il cosiddetto parlamentino universitario. Il tepore primaverile romano scalda pure gli animi ma tenere banco sono le richieste per una effettiva svolta democratica nelle università italiane e, non ultimi, i riflessi delle contestazioni studentesche negli atenei statunitensi contro la guerra nel Vietnam.
Paolo Rossi. Un giovane sano, solare, sportivo e alpinista. Iscritto al Partito socialista, cattolico e scout dell’Asci. È un giovanissimo candidato alle elezioni per l’Unione goliardica italiana. È venuto a Roma dall’Umbria, la sorella è da qualche anno a Lettere. I genitori, papà Enzo e mamma Psiche sono artisti, intellettuali con un passato nella lotta partigiana. Hanno fatto più di un sacrificio per garantire a loro gli studi universitari.
Quella mattina del 27 aprile 1966 Paolo sta distribuendo volantini nei viali della Sapienza. La situazione è tesa per le contestazioni dei risultati elettorali da parte degli studenti di destra ma nulla preannuncia uno scontro, una tragedia. Altri studenti, neofascisti e aderenti al gruppo Caravella del FUAN, girano con atteggiamento intimidatorio, vola qualche minaccia verbale.
Paolo, mentre stava invitando a non cadere nelle provocazioni, viene aggredito in un viale della cittadella universitaria e colpito al petto da un pugno, reso letale da una noccoliera metallica. Si rialza e si dirige all’interno della facoltà di Lettere per distribuire i volantini che ha in mano. Qui c’è un altro scontro, con un gruppo di studenti aderenti alla Primula Goliardica, un piccolo nucleo di neofascisti che si erano impossessati di un circolo di Nuova Repubblica di Randolfo Pacciardi, e che successivamente daranno vita a movimenti extraparlamentari di estrema destra. Nello scontro, Paolo Rossi cade da un muretto che delimita la sommità delle scale, vola all’in giù per cinque metri: versa subito in gravi condizioni per un trauma cranico. Dopo quindici ore di coma, muore. Inizialmente il decesso viene attribuito alla concitazione e alla casualità ma l’autopsia poi dimostrerà che il malessere era stato causato dal pugno precedentemente ricevuto e la successiva da una caduta provocata da ignoti.
Alla notizia della sua morte, la facoltà di Lettere viene occupata per la prima volta nella sua storia. Ci sono degli scontri con gli studenti del Fuan. Allora, sì interviene la polizia chiamata dal rettore Ugo Papi. Trecento poliziotti, in piena notte, arrivati dalla vicina caserma di Castro Pretorio. Retata e arresti. Tengono lontani pure i parlamentari accorsi sul posto, ma non si possono opporre al sottosegretario all’Istruzione on. Tristano Codignola, il padre dell’istituzione della scuola media unica, che pretende e ottiene la liberazione degli studenti.
Alla mattina la facoltà viene rioccupata dagli studenti ai quali si affiancano operai e sindacalisti. Ora ci sono pure deputati e senatori che affiancano gli studenti: Pietro Ingrao, Pietro Secchia, Nilde Iotti, Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio dei ministri, Carlo Donat Cattin. C’è pure Ferruccio Parri, già capo della Resistenza ed ex primo ministro, parla agli studenti mentre i neofascisti continuano a lanciare sassi e a insultare, sostenuti da altri arrivati dalle borgate romane per dar man forte ai camerati. È uno scontro tra giovani in cravatta e camicia e altri in giubbino e maglione. Una demarcazione semantica nella medesima generazione.
Davanti alle indignate e preoccupate proteste dei docenti, il rettore Papi minimizza i fatti e mette in dubbio che Paolo Rossi sia morto per l’aggressione subita. Continuerà a farlo, sostenendo la tesi della fatalità. Tesi smentita dalla successiva autopsia e dopo due anni la magistratura archiviava il fascicolo contro ignoti, perché rimasti tali, come “omicidio preterintenzionale”. Omicidio appunto. Omicidio politico. C’era una fotografia, un’istantanea, l’ultima di Paolo in vita, mentre cercava di trattenere un suo compagno a non reagire alle aggressioni. Un gesto di estrema umanità mentre lui era già stato colpito.
Ora l’università è presidiata da lavoratori e sindacalisti. Le manifestazioni di protesta di estendono in altre città. Quei giovani studenti non sono così apatici come finora erano stati descritti. Non sono soltanto beat. La loro partecipazione al funerale è composta, seria, dolorosamente preoccupata. Un solo gesto di contestazione: la corona di fiori inviata dal rettore viene rovesciata. Una folla immensa partecipa al funerale di Paolo Rossi. Settantamila persone riportano le cronache del tempo.
Al funerale parla Walter Binni, critico letterario, antifascista e padre costituente. Parla davanti a una platea di studenti e di politici di primo livello: Pertini, Lombardi, La Malfa, De Martino, Longo, Nenni, Piccoli, Forlani. Denuncia la gravità dei fatti e ammonisce per gli inquietanti segnali emersi nella circostanza. Qualche estremista di destra prova a disturbare la cerimonia. Sono figure che qualche anno più tardi agiteranno l’eversione nera.
La questione non terminerà lì. La Sapienza è occupata, i missini, con in testa i deputati Giulio Caradonna e Raffaele Delfino, cercano di cacciare coloro che sono dentro. Il rettore Papi è costretto alle dimissioni dopo le sue dichiarazioni e la scoperta che nei seggi c’erano stati palesi brogli elettorali. In Parlamento la discussione politica è molto accesa, il governo è in difficoltà. Si verificano scontri in altre università, a Palermo i più gravi. È chiara la ripercussione che ha rotto un fragile equilibrio e che per l’Italia si sta aprendo una nuova e inquieta stagione.
Il 29 aprile, se ne parla al consiglio comunale di Trieste con un indirizzo di cordoglio del sindaco Giovanni Franzil seguito una discussione piuttosto lacerante tra i consiglieri presenti. Alfio Morelli del Msi giudica la morte di Paolo Rossi conseguenza una disgrazia provocando la reazione di comunisti e socialisti che abbandonano l’aula, non prima di avere sentito Bruno Pincherle (Psiup) temere una violenza connivente, Sergio Coloni (Dc) preoccupato per il clima politico, Arnaldo Pittoni (Psi) indignato per la brutale aggressione. Una situazione analoga si replica in Consiglio regionale. Infatti, c’è ancora l’eco delle manifestazioni nell’estate dell’anno precedente per il controverso ingresso in giunta comunale di un esponente sloveno espresso dal Partito socialista.
Pure a Trieste c’è una manifestazione di solidarietà e di protesta, al teatro Auditorium organizzato dai gruppi universitari. Però, si apprenderà poi, la maggioranza dell’O.R. goliardico si era opposta all’iniziativa e in particolare l’Agi, gli Indipendenti, il Gnt, Rinnovamento cattolico e il Fuan. Comunque si tiene, organizzata dalla Consulta giovanile sotto la presidenza di Franco Terzon che condanna e respinge ogni provocazione e atto di violenza.
Nel corso dell’assemblea prendono la parola Adriano Goldschmied, componente nazionale dell’Unuri, Lucio Ghersi dell’Agi, Bonifazi presidente dell’assemblea dell’O.R. goliardico, Arduino Agnelli, professore associato. Sono pure presenti Giampaolo De Ferra in rappresentanza dei docenti e Camber per gli assistenti. Viene impedito l’ingresso ad alcuni studenti di area liberale e di destra, a un paio di signore e pure ad alcuni che avevano organizzato la manifestazione. Adriano Goldschmied parla apertamente di gazzarra fascista. Il clima non è sereno, dalla platea qualcuno contesta gli oratori e viene fatto uscire scortato dalla polizia. È quel Goldschmied che qualche anno più tardi diventerà stilista di grande fama e fondatore del brand Diesel.
Arduino Agnelli ammonisce vigorosamente: «è il momento, per tutti noi, di fare un esame di coscienza, è l’ora di pensare alla realizzazione di quella realtà democratica per la quale ci battiamo… la realtà del Paese erano quelle settantamila persone che hanno seguito il feretro di Paolo Rossi».
I giovani liberali di Armando Zimolo si radunano nella loro sede lamentando l’incapacità altrui di tenere una commemorazione comune, perché dietro c’era una evidente speculazione politica sulla drammatica morte di Paolo Rossi.
Il giorno dopo, 3 maggio, il Movimento sociale italiano tiene un comizio pubblico in piazza Sant’Antonio con gli interventi di Sergio Giacomelli, Roberto Damiani e Renzo de Vidovich che rimarcano il tema della speculazione, contestano la ricostruzione dei fatti nella stampa italiana e difendono forze dell’ordine e magistratura da una asserita campagna diffamatoria. Un comizio contestato a distanza dagli universitari di sinistra e che si concluderà con qualche scontro tra le opposte fazioni malgrado la massiccia presenza di polizia e carabinieri.
Rimaneva sullo sfondo la tragica morte di Paolo Rossi, ritenuto il primo caduto per mano neofascista nel dopoguerra e primo di una lunga e drammatica stagione che si apriva in quella primavera del 1966 mentre gli italiani ascoltavano Michelle dei Beatles e Nessuno mi può giudicare di Caterina Caselli.
Stava finendo la stagione della consapevole innocenza.
