TRIESTE IN & OUT di Svetlana Brecelj e Gaia Bigollo
Gaia Bigollo | giovani | Il Ponte rosso | n. 117 | settembre 2025 | Svetlana Brecelj
Giovani che lasciano la città, giovani che la scelgono
Contraddizioni di Trieste
di Svetlana Brecelj e Gaia Bigollo
«Quando nevica e c’è la bora, il Molo Audace si ricopre di onde congelate. La prima volta che l’ho visto mi è parso qualcosa di magico. Quel giorno, io e alcuni amici abbiamo saltato la scuola per ammirare il paesaggio e provare a camminarci sopra». Oggi Tina ha 23 anni, e i suoi ricordi sono vivissimi. Ha lasciato Trieste da adolescente per frequentare una scuola internazionale a Lubiana: «Sono partita perché volevo vedere cosa il mondo aveva da offrirmi. Abbandonare ciò che conoscevo è stato difficile, ma anche liberatorio. Ho avuto un’enorme fortuna: l’aiuto della mia famiglia, che ha sempre sostenuto la mia scelta di studiare all’estero».
Tina ha seguito un percorso accademico che l’ha portata in diverse città europee. Ha studiato imprenditoria e innovazione aziendale nei Paesi Bassi, partecipando ad un programma Erasmus in Irlanda. Successivamente, ha conseguito un master in Management e Produzione Musicale a Barcellona, dove vive ora, alla ricerca della sua strada. «Ritenevo che una scuola internazionale mi avrebbe aperto più porte per il futuro. Ma trovare lavoro oggi è difficile».
Per Andrej, triestino di 24 anni e studente di relazioni internazionali a Bologna, il momento del distacco non è stato doloroso. «Partire non è stato difficile, solo dopo ho sentito la mancanza di casa, della famiglia e del mare». Il mare gli è rimasto sempre nel cuore: «Ogni volta che torno, vado a passeggiare a Barcola e, se posso, mi faccio un bagno».
Andrej a 17 anni aveva lasciato Trieste per un programma di scambio a Krasnodar, in Russia, dove ha completato il penultimo anno delle superiori. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze Politiche all’Università di Padova, si è trasferito a Bologna per continuare gli studi. «Sì, anche ora Trieste ogni tanto mi manca. La città dove sono nato non appartiene del tutto al passato. Tuttavia, almeno in questo periodo della mia vita, non è nemmeno il luogo dove mi vedrei a vivere. La mia città natale sarebbe il posto ideale dove creare una famiglia, ma questo non è quello che cerco ora. Magari un giorno».
Per Jovana, invece, Trieste non è il punto di partenza, ma la destinazione. Ora ha 23 anni; si è trasferita dalla Bosnia Erzegovina negli anni delle superiori. «Mio padre viveva in Italia da trent’anni e tornava a Prijedor, la mia città natale, di tanto in tanto. Io e mia madre abbiamo deciso di raggiungerlo perché io volevo fare l’università in Italia. La prima impressione di Trieste? Una città malinconica, ma affascinante. Mi ricorda un po’ il film Midnight in Paris di Woody Allen, perché di notte Trieste cambia faccia: diventa nostalgica, sembra uscita da un’altra epoca. Di giorno è caotica, ci sono tanti turisti, mentre di notte appartiene agli studenti che si ritrovano in giro».
Un altro straniero che è stato adottato da Trieste è Mario De Angelis, 23 anni, pugliese. Ha scelto di studiare a Trieste perché attirato da una delle sue offerte universitarie più recenti: «Cercavo un corso su IA e Data Analytics, e l’offerta di Trieste mi è sembrata valida. Inoltre, avevo il desiderio di cambiare aria, di venire al Nord. Questa città mi è sembrata il posto giusto».
Mario è nato a Bovino, un paese della Puglia di tremila abitanti. «Nel mio paese trovi l’essenziale, ma anche solo per fare compere o andare in un locale diverso dal solito, devi spostarti. Trieste non è una metropoli frenetica, ma ha tutto a portata di mano: negozi, locali e un’università con tutte le sue strutture. Anche se a volte la tranquillità di Bovino un po’mi manca». Mario è stato colpito anche dalla natura: «Da me ci sono la campagna, il mare e le montagne del Subappennino Dauno, ma questo ambiente particolare, con il mare che entra in città e il Carso subito dietro, pieno di sentieri e di grotte, l’ho trovato solo qui».
Sia Jovana che Mario percepiscono un ritmo diverso rispetto al luogo da cui provengono, sia nel tempo che scandisce la quotidianità che nell’atteggiamento degli abitanti. Rispetto a Prijedor (Bosnia), per Jovana «Trieste è molto più internazionale, più aperta ma anche più lenta. In Bosnia le persone sono più calorose subito, qui serve più tempo, però poi al bar ti portano il solito senza bisogno di chiedere».
Mario sente una differenza analoga: «Da me ci si conosce tutti, si vive la comunità in senso stretto, mentre a Trieste le persone tendono ad essere più riservate. Qui c’è più anonimato, che da un lato implica più libertà, dall’altro richiede più impegno per trovare la tua piccola tribù. Non sento questa città ancora casa, però mi sento sempre meno ospite».
Anche Jovana ci dice: «Mi sento un po’a metà. È un luogo in cui è difficile sentirsi in poco tempo parte di qualcosa, però all’improvviso ci sono momenti in cui ci si sente nel posto giusto». Come, ad esempio, dinnanzi al fascino delle Rive. Dovendo esprimere la città una figura sola, per Jovana Trieste è una canzone cantata di sera sul Molo Audace con degli sconosciuti, «con una chitarra e il profumo di pesce nell’aria».
Tornando a chi Trieste l’ha lasciata, per Tina il profumo della città è quello del caffè: «Ritrovarsi a bere un caffè veloce, ma fatto bene, è un’abitudine che davo per scontata, ma che in altre città non è comune. Adesso quel profumo rappresenta il mio legame con Trieste».
Ad Andrej, che cerca di esprimere un punto di vista oggettivo, viene in mete il dipinto Il Canale di Suez, custodito al Museo Revoltella: «Mi fa pensare agli investimenti del barone Revoltella per la città.» Il quadro, che raffigura l’apertura del canale, celebra il sostegno dato dal finanziere all’evento, per uno sviluppo del commercio marittimo che sarebbe arrivato a coinvolgere anche l’economia di Trieste. Secondo Andrej, infatti, «La sua posizione geografica è un punto di forza. Vicino a tre confini internazionali, sul mare e vicino alle montagne, è a suo modo unica». Anche Mario apprezza la dimensione di confine della città, con la sua atmosfera «tra passato e futuro, Italia e Mitteleuropa. E non bisogna farsi ingannare dalla calma apparente, sotto sotto Trieste ha molto da offrire». Al contrario, secondo Jovana, la città ha «un’anima da nonna elegante: vecchie insegne, caffè storici, il vento che ti scompiglia e il mare che sembra dire calmati, respira».
Trieste attrae chi cerca un compromesso tra la frenesia delle grandi città e la piccola dimensione di paese. Ma per trattenere i giovani che scelgono di lasciarla, dovrà andare oltre alla suggestività e affrontare le domande che oggi i giovani le pongono: maggiori opportunità di studio, come quella offerta dal corso scelto da Mario, inclusione concreta e orizzonti più ampi. Altrimenti, per alcuni potrebbe restare solo un ricordo romantico o una sosta temporanea. Il racconto incrociato di Tina, Andrej, Jovana e Mario compone la rappresentazione di una città che non è mai solo il punto di partenza o di arrivo, ma un passaggio, una soglia. Se Trieste corrisponde ad un momento nel tempo, è una sospensione. Se è un segno di interpunzione, è una parentesi che resta aperta.
