TRE DONNE IN VIAGGIO (PER NON PARLAR DEL CANE)
Il Ponte rosso n. 120 - novembre 2025 | Luigi Cataldi | Yeatro
di Luigi Cataldi
Argo di Letizia Russo, in scena alla Sala Bartoli del Teatro Rossetti dal 14 novembre al 7 dicembre (ho assistito al debutto), con la regia di Serena Sinigallia, interpretato da Ariella Reggio (Vera), Maria Ariis (Beatrice) e Lucia Limonta (Carla), scene di Andrea Belli, costumi di Valeria Bettella, luci e suono di Roberta Faiolo, coprodotto dal Teatro Stabile Del Friuli Venezia Giulia e dal Teatro Stabile di Bolzano, stringe legami che persistono al di là del testo. È liberamente tratto da Argo di Maria Grazia Ciani (ne parla Walter Chiereghin nella sua recensione riprodotta di seguito), ma di quel mirabile libro non conserva che minime e non sostanziali tracce; richiama la tragedia dell’esodo dall’Istria, ma solo come innesco del meccanismo rappresentativo e senza alcun riferimento storico; è posto in scena a Trieste, città che più di ogni altra – di qua del confine – quella tragedia ha conosciuto e dalla quale, nel bene o nel male, è stata segnata, ma senza alcun riferimento agli accadimenti che vi si svolsero. Questi legami non appartengono al testo, ma si allacciano nella mente degli spettatori; del testo costituiscono il non detto e offrono a chi guarda una base, un pre-giudizio, per l’individuale comprensione dello spettacolo.
È la storia di un viaggio di riconciliazione di una famiglia composta da tre sole donne: Vera (85 anni), che è dovuta fuggire da bambina da Pola dove è nata e che ora è malata di Alzheimer; Beatrice (55 anni), sua figlia; Carla (30 anni), sua nipote. La vita in comune delle tre donne ha col tempo eretto barriere, acuito contrasti. Beatrice è piena di rancore verso la madre Vera, di cui pure si occupa con rabbioso zelo, forse per la nostalgia del padre, morto chissà quando, col quale parla, nei brevi momenti di solitudine, mentre fuma di nascosto. Carla è furiosa per l’atteggiamento della madre verso la nonna, che lei invece ama teneramente. Dopo la diagnosi della malattia i ricordi e la realtà stessa vanno pian piano svanendo nella mente di Vera. Così Beatrice e Carla decidono di condurla a Pola, per farle vedere i luoghi che lei, a cinque anni, da esule, fu costretta ad abbandonare e che ancora, confusamente, la ossessionano. Parla, anzi vaneggia, di un cane, Argo, il suo cane da bambina. Il viaggio si svolge di notte, dalla loro abitazione, in una imprecisata località, fino al confine (nemmeno la Croazia è mai nominata nel testo). I litigi sono continui e costanti: per disporre le valigie nel bagagliaio, per la strada da prendere, per come si allacciano le cinture di sicurezza, per le insegne che si vedono lungo il viaggio, insomma ogni pretesto è materia per il rancore. Lo alimentano, in verità, l’insoddisfazione per la propria vita e la paura del futuro di Beatrice, l’incapacità di parlare con la propria madre e la rabbia per l’atteggiamento sgarbato di lei verso la nonna di Carla.
Come s’è detto, tutto è indeterminato nella rappresentazione. Tutto è avvolto dal buio, reale (è un viaggio notturno) e metaforico. L’unica città nominata, è Pola, ma non si sa da dove si parte, né per quali strade si procede e neppure quanto lungo è il viaggio («mancheranno due ore» è frase che ricorre più volte). Da ciò si comprende che non si tratta di un viaggio in uno spazio concreto, ma di un viaggio dentro di sé, alla ricerca di sé, attraverso il rapporto con le altre. La messa in scena assolutamente minimale, costituita da una fila di sedie concatenate sul fondo, che, grazie all’evocativo linguaggio del teatro, si fanno automobile, studio medico, autogrill e oltre cui i personaggi guardano il mondo fuori scena e ne danno al pubblico cognizione, lo sottolinea.
La strada è spesso smarrita, le liti aumentano. Ci si impantana nel fango e si è più volte sul punto di tornare indietro. Beatrice non ha saputo comunicare né la compassione per la madre, né l’affetto per la figlia, che teme di perdere; Carla non ha trovato il coraggio di dire alla madre che partirà, perché ha trovato un lavoro ad otto ore di fuso orario di distanza (località ancora una volta indeterminata). Poi, quando tutto sembra essere perduto, con la macchina impantanata, Beatrice e Carla decidono di abbandonare la zavorra (il pesantissimo bagaglio di Vera, reale e, ovviamente, metaforico). L’auto riparte verso l’alba e verso le luci del confine (di nuovo non nominato). Una sosta. Vera si allontana qualche passo e accarezza il cane Argo che vive nella sua fantasia. Lo ha ritrovato dentro di sé, come Beatrice e Carla hanno trovato il coraggio per dirsi ciò che in un’intera vita non erano state in grado di dirsi.
Dov’era insomma Pola? Non nel mondo reale, ma dentro la percezione di ciascun personaggio, su cui il mondo reale ha lasciato il segno. Su Carla, che per trovare lavoro deve emigrare, su Beatrice che soffre per la malattia della madre e per l’imminente partenza della figlia, su Vera che vede sfumare, con la malattia, le cose della vita e le parole stesse per descriverla. Dunque Pola, l’unica località nominata, è riappacificazione con il ricordo dei traumi della propria infanzia e ritrovamento del proprio cane Argo per Vera; è riconciliazione per Beatrice e per Carla.
Il testo di Letizia Russo (su una drammaturgia ideata da Maria Ariis e da Serena Sinigallia, secondo quanto comunicato nella presentazione dello spettacolo) è solido, coerente e curato. La regia sorvegliata e discreta. Eccellenti le tre interpreti. Efficace, essenziale e meritoriamente privo di eccessi, è il ritratto di Vera offerto da Ariella Reggio; di grande impatto scenico le interpretazioni di Maria Ariis e di Lucia Limonta. Con le loro voci hanno saputo dar concretezza al rancore, reciproco e verso sé, dei loro personaggi e al progressivo sciogliersi delle tensioni: dai toni urlati dell’esordio a quelli distesi dell’epilogo.
No. Pola non è quella degli esuli istriani, che passarono per Trieste, né quella di Maria Grazia Ciani ed Argo non è York, il cane evocato in quel libro, ma lo spettacolo, sulle angosce e sulle sofferenze indotte dal mondo attuale e sulla speranza della riconciliazione, merita di essere visto e applaudito.
