“FIGURE DA UN BASSORILEVO”
Il Ponte rosso n. 121 -dicembre 2025 | Maurizio Casagrande | poesia
di Maurizio Casagrande

Figure da un bassorilievo
con due linoleografie di Mariacristina Colombo
Il Ponte del Sale, Rovigo 2025
pp. 88, EURO 14,00
Marco Munaro è un poeta contemporaneo che tuttavia si avvicina maggiormente alla sensibilità dei romantici, piuttosto che a quella moderna, erede, in questo, delle lezioni di Virgilio, Zanzotto, Rebellato e Maretti. Tale e ad esempio il suo approccio ai temi della natura e del paesaggio, oppure ai classici e al mito, o ancora il suo intento di tradurre la parola in musica e ritmo, spesso nella modalità di una dissonanza alla Schӧnberg, piuttosto che dell’armonia mozartiana. Romantica e inoltre in lui la dialettica che intercorre tra la vita e la morte, come la predominanza, sulle altre, della corda amorosa.
Ma veniamo alla sua ultima pubblicazione, quel Figure da un bassorilievo che già nel titolo testimonia di alcune costanti nella sua poetica, a cominciare dalla fedeltà alla lezione dantesca, come pure alla storia, riconoscibile nell’amara vicenda della ragazza ebrea convertitasi al cattolicesimo nella Rovigo di primo Seicento («La mattina eri al forno, / tra il terraglio e l’alzaia, / e adesso hai l’aspetto del pellicano / ligneo scolpito sul portale», Marrana, p. 19), oppure, ad un livello più universale, nella lirica Naufragio che codifica il segno negativo della storia, e addirittura della cronaca, attraverso la velata allusione a La zattera di Medusa di Gericault: «[…] nel silenzio di Dio / da attraversare // Il sole sferza il vento, / il vento sferza la luce / Ore in pasto ai cani. / Un’altra sera muore. // […] // […] Torme di anime sull’abisso […]» (p. 11); altrettanto presente risulta il tema della famiglia e delle sue controverse vicende (la madre e il padre soprattutto, cui e dedicato l’intero libro, insieme a uno zio pittore al quale il poeta aveva gia destinato in precedenza una lirica dal titolo Figura: Figure, pertanto, e anche un omaggio alla sua memoria), senza trascurare la consuetudine con la morte evocata nella metafora del bassorilievo che allude al chiaroscuro e quindi all’indistinto e all’ombra. L’ombra, a sua volta, chiama in causa il Tartaro, uno dei fiumi del Polesine cui Munaro è più legato, ma rappresenta anche l’ingresso agli inferi, giacche la poetica del polesano si distingue per un solido ancoramento ai Lari e ai defunti e pertanto i suoi fiumi valgono anche a stabilire una connessione/comunicazione con l’al di là alla maniera degli xenotes della cultura Maya dello Yucatan. C’e insomma qualcosa di ancestrale ed universale ante litteram nella poesia di Munaro, una costante che viene, da una parte, da una visione delle cose nella quale esiste un nesso inscindibile fra la vita e la morte, dall’altra viene alimentata e nutrita dalla consuetudine con alcuni maestri in ombra ai quali Munaro ha concesso attenzioni anche sul terreno editoriale, vale a dire i poeti Gino Piva, Eugenio Ferdinando Palmieri e Bino Rebellato. Ma la cura delle sonorità e della musica va di pari passo con la vocazione pittorica dell’autore testimoniata anche in questi testi, in parallelo a quell’intreccio tra lingua e dialetti (il veneto euganeo, il quasi ferrarese di Castelmassa, o altre varianti regionali) che attribuisce un colore e una connotazione molto particolari ai suoi versi.
Un ulteriore guadagno è costituito dall’ingresso nella strumentazione lirica di Munaro delle competenze botaniche ed erboristiche ereditate dal padre, sempre finalizzate in lui al tentativo di dipanare il mistero insondabile del male e del dolore nelle vicende umane, come è attestato dai testi della seconda sezione, In herbis salus, vero e proprio erbario di rimedi contro il negativo che vengono a sintetizzarsi con estrema coerenza nella metafora che da il titolo all’ultima sezione, Il profumo di un fiore che non ha nome, ovvero la poesia: «La poesia è servire vincendo. // Sovverte il no e il sì. // Svela il mistero del male e della morte e ne fa un bene. // La sua fragilità è la sua forza. // Vive per amore di ciò che non è stato ancora amato» (Dixerint, p. 65).
