LASCIAMO UN MONDO UN PO’ SGUALCITO
Il Ponte rosso n | Il Ponte rosso n. 119 - ottobre 2025 | intervista | Marina Silvestri
Andrea Camilleri in dialogo con Francesco De Filippo
di Marina Silvestri
Di pianeti e di uomini
In dialogo con Francesco De Filippo
Carocci, Roma 2025
pp. 130, euro 16,00
«Quasi tutta la critica mi considera uno scrittore di genere, cioè uno scrittore di serie B, ignorando completamente i romanzi storici e civili. Sono il noto giallista», perciò, racconta Andrea Camilleri, alcuni libri sono stati publicati solo in Germania con la riserva che non ci fossero traduzioni in italiano, e chiosa: «E io, questa soddisfazione non gliela do». Lo scrittore che deve la notorietà e il successo alle inchieste del Commissario Montalbano, è un autore fra i più celebri in Italia e all’estero, con centinaia di libri tradotti in una trentina di lingue; è stato per la cultura italiana un protagonista: ha insegnato per diciotto anni all’Accademia d’Arte Drammatica, per sei al Centro Sperimentale di cinematografia, autore televisivo e radiofonico, commediografo, regista; ha fatto conoscere al pubblico italiano Harold Pinter, messo in scena Becket e Pirandello. Il dialogo con il giornalista Francesco De Filippo, ripubblicato di recente nel libro Di pianeti e di uomini (Castelvecchi, 2025) è frutto di alcuni incontri in cui si parla di letteratura, di filosofia (e fisica quantistica), di arte, politica, di emergenze del presente e del futuro, nonché dell’amata Sicilia. Sottolinea De Filippo, responsabile dell’Agenzia Ansa del Friuli Venezia Giulia, scrittore a sua volta: «Davanti alla monumentale conoscenza non si poteva lesinare nelle attribuzioni – grande vecchio, saggio, maestro, – né si potevano trascurare le umanissime caratteristiche, la voce roca, la naturale simpatia, gli eccessi del fumo. Tanto bastava: non si poteva trascurare la figura del regista teatrale d’avanguardia, l’uomo dal marcato impegno sociale e politico, umile ed eticamente rigoroso, l’intellettuale non organico e non corporativo, lo scrittore animato da una continua, indomabile ricerca letteraria espressiva, proseguita oltre 90 anni di età».
La conversazione avvenuta nel 2011 risulta di grande attualità, per l’evoluzione di alcuni aspetti di geopolitica allora prevedibili, altri impensabili. I temi sono molteplici. In merito alle guerre Camilleri afferma: «Ti frego il mercato senza il bisogno di buttarti addosso nessuna bomba. Perché le guerre diventeranno un’altra cosa, diventeranno guerre economiche, guerre di mercati, guerre di multinazionali, ma computerizzate, combattute col computer, combattute con gli spostamenti mostruosi di capitali da un posto all’altro». Ad una domanda sul terrorismo risponde: «Queste persone non si disarmano sparandogli addosso ma con una politica di altissimo profilo e rinunciando alla continua pressione della violenza dell’Occidente nei confronti dei Paesi più poveri. Non credo che possa funzionare l’idea di rispondere alla violenza del terrorismo con un altro tipo di violenza. Occorre ribaltare il concetto di violenza, è indispensabile agire, invece, con intelligence e intelligenza, e tutto questo non finirà fino alla soluzione dell’origine del cancro, che è la situazione israelo-palestinese». Camilleri rovescia la domanda di De Filippo su quando è iniziato lo scontro tra le civiltà e facendo un’acuta disamina dei fatti che ruotano attorno all’11 settembre risponde: «Non c’è scontro di civiltà nelle Sacre Scritture. Allora qual è il discorso che mi fa temere molto? È un discorso assolutamente cinico e spregiudicato che fanno queste forze che si appellano allo scontro di civiltà. Non vorrei che tutto questo diventasse un “colpiamo prima noi”». Lo scrittore ci regala lucidi giudizi sull’America: il suo essere divenuta «da isolazionista a una specie di guardiana»; a cui fa seguito un excursus da Roosevelt ad Eisenhower, a Kennedy. La guerra fredda, la crisi di Cuba, poi la caduta del muro di Berlino. Afferma Camilleri: «Non hanno saputo cogliere quest’occasione, continuando a trovare dei nemici inesistenti, dei pretesti» e nell’analisi cerca le costanti storiche che spesso passano in secondo piano e sono invece le ragioni profonde di posizioni che si ripresentano. Dall’Unione Sovietica «che mandava in Siberia, poi fucilava, poi mondava al manicomio, poi da nessuna parte perché non esistette più», alla Russia di oggi «che è una dittatura», di Putin che è «uno zar». All’Europa il cui «peccato originale è quello di essere partita da Maastricht, un’organizzazione bancario-economica». E afferma: «Credo che l’Europa avrebbe dovuto fare quello che diceva Spinelli nel Manifesto di Ventotene, cioè quali ideali, quali idee abbiamo in comune? Quale modo di guardare l’esistenza? Verifichiamo i comuni denominatori. Invece l’Europa è stata fatta chiedendo: quanti soldi hai in tasca?». Poi la Cina «che non mi piace per niente» afferma il Maestro, perché «nel momento in cui all’interno del comunismo è esploso il capitalismo, non controllato dallo Stato, checché mi si venga a dire, è chiaro che a ’sto punto che cavolo è ’sto comunismo? Boh?». Alla radice delle problematiche del pianeta il “capitalismo speculativo”. Volutamente, ci informa De Filippo di avere lasciato nella trascrizione dei dialoghi la fluidità della conversazione, la naturalezza espressiva che di Camilleri il pubblico ha conosciuto, «la voce del Maestro, il suo modo di parlare, il ritmo del dialogo».
Il libro presenta un ventaglio di argomenti in equilibrio fra la politica «che non potrà mai colorarsi di senso morale», e la cultura. Calzanti le riflessioni sulla transizione che coinvolge oggi i partiti di destra e di sinistra, e sull’impegno dei giovani non più in politica ma tutt’al più nel sociale. Nato a Porto Empedocle nel 1925, scomparso il 17 luglio 2019, di Camilleri traspare il ritratto di un intellettuale fuori dagli schemi, del suo amore per le origini che lo porta ad avere introiettato la ‘grecità’ della terra natale, definendosi uno scrittore siciliano nato in Italia, filosofo (della natura) fisico e poeta allo stesso tempo, naturalmente portato a pensare che non abbia senso la divisione fra le due culture: umanistica e scientifica. Giudica la grande letteratura che la sua terra ha prodotto, Verga, De Roberto, Capuana, come necessità di “conservazione della memoria” di autori arrivati subito dopo l’unità d’Italia che ha “cangiato” radicalmente i sistemi di vita di quello che era stato il Regno delle Due Sicilie; sulla piaga della mafia non più presente come organizzazione, intravvede il perdurante “pensiero mafioso”, una sorta di metafisica, «un modo di essere, di intrattenere rapporti». Tagliente è il suo giudizio sulla televisione mezzo le cui potenzialità ben conosce e sulla politica in televisione: «I politici pensano che portando il loro dibattito in pubblico riescano in qualche modo a controllare la televisione. In realtà questo non avviene perché la televisione è sì uno strumento, ma uno strumento impietoso. La telecamera lavora sul primo piano il primo piano è il disvelamento della faccia dell’uomo. […] Che cosa ci si aspetta quando tre o quattro politici di diverso parere, di diversa posizione politica si ritrovano riuniti in una trasmissione televisiva? Ci si aspetta una rissa, cioè ci si aspetta lo spettacolo puro». Le ultime pagine dell’intervista sono dedicate al ruolo della filosofia «che è come l’aria», della arte definita «una forma di autodifesa», della lettura che oggi avviene “per contagio” anche con “il tablet, e sempre lettura è”, perché «bisogna leggere comunque intanto, altrimenti finiremo per avere un analfabetismo di ritorno». C’è molta amarezza però nelle parole di Camilleri, riguardo all’eredità delle precedenti generazioni alle nuove: «lasciamo un mondo un po’ sgualcito» dice, ma anche una nota di ottimismo: «Da quando non vedo, tutto mi è più chiaro: vorrei morire sapendo di lasciare ai miei figli, nipoti e pronipoti un mondo di pace. Spero molto nelle generazioni giovani». Un libro «per orientarsi» così lo presenta Francesco De Filippo” sottolineando di Andrea Camilleri l’avere saputo «valicare la dicotomia fra cultura alta e cultura bassa, aver fatto riflettere divertendo, ridere argomentando convinzioni non banali».
