PADRE E FIGLIO, “RUSINI”ILLUSTRI

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Gli Zveteremich, dalle radici slave: due grandi uomini di cultura; uno dei due “inventò” la grafica Olivetti, l’altro tradusse Il dottor Živago

di Roberto Curci

Se n’è andato in febbraio a Trieste, novantottenne, colui che è stato considerato e definito, giustamente, l’ultimo dei cartellonisti: Angelo Battistella. L’ultimo esponente, s’intende, di un’arte del manifesto che sarebbe ingiusto definire “d’epoca” ma che indubbiamente, con immagini e colori non omogeneizzati dal digitale e dai suoi trucchi, con arguti e piacevoli manifesti dedicati soprattutto alla promozione delle grandi compagnie di navigazione, si collegava alla lezione/tradizione del messaggio pubblicitario figurato, che aveva gettato una sorta di ponte fra Trieste e Milano fin dai tempi dei colossi Dudovich e Metlicovitz, ma anche da quelli, meno remoti, di un Giorgio Dabovich e del figlio Sergio.

A Milano, epicentro della modernità nella comunicazione visiva, e dunque della pubblicità, hanno lavorato poi grafici giuliani quali Giampaolo Amstici e Giuliano Bartoli. A Milano nello stesso campo opera oggi lo studio del triestino Giovanni Porro. A Milano – su un piano peraltro non “manuale”, ma manageriale e culturale, da fine studioso e saggista dell’universo pubblicitario – è vissuto Gianluigi Falabrino, dopo i suoi anni formativi trascorsi per l’appunto a Trieste.

Bandiera della comunità
etnica dei Rusini (o Russini)

A Milano, del resto, si sono create, negli anni Trenta del secolo scorso, due realtà – concettuali e operative – che al messaggio grafico pubblicitario hanno impresso una svolta decisiva, propiziata dall’adesione ai canoni del razionalismo e dall’innesto avanguardistico del fotomontaggio: lo Studio Boggeri e l’Ufficio Pubblicità della Olivetti (trasferitosi da Ivrea). Ed ecco, daccapo, un triestino far capolino, un triestino dal cognome difficile, che denuncia complicate ascendenze: è Renato Zveteremich, nato a Trieste nel 1893 da una dinastia che affonda le radici in una ben poco nota realtà etnica, quella slava dei “rusini” (o “russini”), geograficamente e linguisticamente all’incrocio tra Ucraina e Slovacchia. O, con maggior precisione, Rutenia sub-carpatica.

Da quella dimensione, mitteleuropea nel più appropriato senso della parola, deriva la multiculturalità di Zveteremich: poliglotta, vive, studia e lavora a livello dirigenziale tra Vienna, Berlino e Colonia. Wikipedia (cui occorre affidarsi) lo descrive come sodale di Freud e Adler, simpatizzante (se non militante) comunista, coinvolto in qualche misura nel famoso viaggio su un treno blindato che nel 1917 riportò avventurosamente l’esule Lenin dalla Svizzera in Russia.

Xanti Schawinsky
Olivetti portatile
1934

Che Zveteremich fosse quanto meno un progressista libertario lo conferma il fatto che nel 1931 un generoso utopista-umanista quale fu Adriano Olivetti lo volle a capo di quello che allora si chiamava Ufficio Sviluppo Vendite e Pubblicità dell’azienda piemontese, per coordinarne la strategia comunicativa secondo concetti inediti di multidisciplinarietà progettuale. Col senno di poi Zveteremich divenne davvero, da quell’anno e da quell’esperienza, il “pioniere della pubblicità” con cui è noto (troppo poco, a dire il vero). Dal ’31 al ’38, quando lasciò l’Olivetti per darsi alla libera professione, coagulò attorno all’azienda il fior fiore dei giovani grafici emergenti, destinati tutti a un brillante avvenire professionale: artisti davvero “nuovi”, di straordinario (ma rigoroso) estro creativo, quali Bruno Munari, Erberto Carboni, Xanti Schavinsky (quello del manifesto per il Caffè Illy), Luigi Veronesi, Fausto Melotti, Costantino Nivola, Giovanni Pintori, insomma il Gotha del design e della comunicazione nei decenni successivi.

Grafico, consulente pubblicitario per grandi marchi, pubblicista per riviste-pilota quali Casabella e Domus, Renato Zveteremich ebbe però vita breve. Si spense a Milano nel 1951; come scrive Alessandro Colizzi nel suo Identità Olivetti. Spazi e linguaggi 1833-1983,  «la sua carriera doveva proseguire nell’immediato dopoguerra, ma l’improvviso decesso gli impedirà di realizzare nuovi progetti che lo avrebbero iscritto nel novero di quegli intellettuali prestati all’industria, che negli anni del boom economico porteranno avanti un’analoga concezione della comunicazione aziendale», attenta sì alla promozione commerciale ma non priva di una forte motivazione di responsabilità sociale.

Una pubblicità dal volto umano, insomma, di cui oggidì si avverte la totale mancanza.

Pietro Antonio Zveteremich
Frontespizio della prima edizione
del Dottor Živago
traduzione dal russo:
P.A. Zveteremich
Feltrinelli 1957

Buon sangue non mente, sostiene il proverbio. E, su un versante diverso (ma non per fede ideologica), non mentì affatto il sangue di Renato Zveteremich. Suo figlio Pietro Antonio, nato a Colonia nel 1922, sarebbe diventato, quasi per biologica e culturale filiazione dal mondo dei “rusini”, slavista insigne, traduttore (dal russo) e scrittore (in russo). Le sue fervide simpatie per quella che era allora l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, la sua condivisione di quel macrocosmo intellettuale, prima ancora che politico, gli costarono caro nel 1961, quando Mosca gli negò per sempre il visto d’ingresso nel Paese.

Era successo che, grazie ai suoi forti legami con l’intellighenzia sovietica negli anni della destalinizzazione, Pietro Antonio era venuto in possesso del manoscritto inedito del Dottor Živago di Borìs Pasternák, quello che all’autore avrebbe fruttato un Nobel per la letteratura mai potuto ritirare. Zveteremich lo tradusse e lo fece pubblicare da Feltrinelli , nel 1957: la prima di tantissime altre traduzioni a livello planetario, con conseguente ira sovietica e le suddette ritorsioni personali.

Pietro Antonio Zveteremich
Le notti di Mosca
Sugar, 1986

A suo modo Zveteremich si sarebbe vendicato nel 1971, quando avrebbe scritto in russo, sotto il falso nome di Vlas Tenin, un romanzo ferocemente satirico, pubblicato in Italia col titolo Le notti di Mosca e tradotto pure nelle lingue di parecchi Paesi. Nuovo scandalo in Urss, dato che alcune copie dattiloscritte del libro vi circolarono, introdotte clandestinamente, e inutile caccia all’irriverente ma inesistente autore. Appena nell’86 il libro fu ripubblicato in Italia con il vero nome di chi l’aveva scritto e la beffa fu svelata. Pietro Antonio Zveteremich sarebbe morto a Roma sei anni dopo.