SVEVO A TEATRO, NON SENZA OMBRE
Fulvio Senardi | Il Ponte rosso n. 122 - gennaio 2026 | teatro
La donna, centro di gravità dell’universo di Giovanni Chierici
di Fulvio Senardi
Ammettiamolo. Portare sulle scena un dramma di Svevo richiede un certo coraggio. E non penso agli attori dello spettacolo ora a Trieste, che – Nello Mascia in testa come protagonista (Giovanni Chierici), contornato da un cast di qualità – hanno offerto una prova senza dubbio convincente. Né all’allestimento scenico di Luigi Ferrigno che cura nei minimi particolari una contestualizzazione perfettamente in linea con gli anni di stesura della Rigenerazione (perché di essa parliamo) stesa probabilmente tra il 1927 e il 1928 (un torno d’anni che gli americani chiamarono roaring Twenties e che da noi è un periodo di consolidamento del regime e, nei teatri, del trionfo di Pirandello), incompiuta e mai pubblicata né rappresentata durante la vita di Svevo (una fortuna che toccò solo a Prima del ballo, stampato in una strenna del 1891 a firma di E. Samigli).
No, chi porta la croce del maggior impegno e della più pesante responsabilità è sicuramente il regista, nel nostro caso Valerio Santoro (direttore del Teatro Biondo di Palermo che co-produce con lo Stabile del FGV il dramma che abbiamo visto al Rossetti in occasione della Prima, il 14 gennaio scorso). Spetta a lui di portare all’univocità quello sfarfallio di suggestioni, allusioni e rimandi, spesso contrastanti e centrifughi, che fa del teatro di Svevo un calderone di spunti stimolanti ma eterogenei, non peritandosi di usare la forbice (non inopportuna visto che questo testo è il più lungo in assoluto delle pièce sveviane) e imprimendo alla scrittura drammaturgica, con tutti gli strumenti che l’officina registica consente, il sigillo di un senso coerente e trasparente. Compito svolto, nella fattispecie, solo in parte felicemente.
Ma andiamo al nocciolo del problema: come in fondo tutto il teatro del grande triestino, e ci affidiamo al magistero di uno dei lettori più competenti, La rigenerazione è un testo «vincolato in modo condizionante da un archetipo narrativo» (Mario Lavagetto). Come un fiore cresciuto con birichina spontaneità grazie ai semi portati dal vento da due grandi aiuole adiacenti, quella della Coscienza di Zeno, da un lato, e delle cosiddette Continuazioni (forse i lacerti di un nuovo romanzo) dall’altro. Basterà dire Umbertino, il fanciullo sempre nominato ma mai mostrato nella Rigenerazione e il pensiero vola a un importante frammento, il cui autografo porta infatti questo titolo, e di cui La rigenerazione riprende alcune significative riflessioni (per dirne una, l’arguzia di affermare di essere nati a sproposito, perché figli di un’epoca che venerava le canizie e invecchiati in una stagione che invece la disprezza, sempre in dissonanza col proprio tempo insomma); o menzionare la verifica malandrina della ritrovata virilità che Giovanni Chierici, il protagonista della pièce, tenta, un po’ come il Conte nelle Nozze di Figaro con la fresca Susanna, in corpore vili (anzi, in corpore puellae) insidiando la servetta di casa per ricordarci l’esperimento di Zeno, nell’ultimo capitolo della Coscienza, che incontrando Teresina l’afferra per l’avambraccio, risale con la mano verso la “spalluccia” e conclude, confortato, che «aveva cessato la cura in tempo».
Veniamo dunque ad una prima conclusione. La rigenerazione è sicuramente un piatto succulento per gli svevisti, come coccio scavato dalla terra per un archeologo che in esso vede schiudersi tutto un mondo, mentre per noi andrebbe bene al massimo per il foro di drenaggio di un vaso di gerani. Ma al pubblico che affolla i teatri e dai quali non si può pretendere competenza specialistica può La rigenerazione dire qualcosa? Il divertimento non è mancato, perché Nello Mascia, sul crinale sottile che separa umorismo sornione e aperta comicità, interpreta con vivacità la parte del vecchio deciso a tornare giovane grazie al procedimento Voronoff. Che è quello stesso del filetto al cognac (così chiamato da uno chef inventivo), ma di cui si parla, nella Rigenerazione per l’intervento chirurgico con cui il dottore pretendeva di ridare freschezza giovanile (e potenza sessuale) ai matusalemme grazie al trapianto di ghiandole animali.
Ma, chiarito tutto ciò, bisogna domandarsi: oltre alla risata franca che Santoro ci strappa con la finta ingenuità dai risvolti astuti e sornioni di un personaggio dalle molte sfumature, passa qualcosa della problematicità di un testo difficile (perché, in fondo, grezzo, come un diamante prima di passare dai tagliatori di Anversa)?
© Tommaso Le Pera
Meno di quanto sarebbe stato possibile con un filtraggio più calibrato. La semantica del testo si regge tutta su un intreccio serrato di ambivalenze: morte e vita, innanzitutto, con retroterra darwinistico che viene subito in evidenza nella scena di apertura dove si racconta di tenere creaturine, i pulcini di un passero, divorati dal gatto. E poi salute a malattia, naturalmente, un binomio sussunto in quello più insistentemente declinato: vecchiaia e giovinezza, decisivo per lo svolgimento dell’intreccio, con un vecchio – il protagonista – convinto che l’operazione abbia avuto successo mentre resta inesorabilmente relegato nella stagione cui appartiene per ragioni anagrafiche e dalla quale avrebbe voluto fuggire. E tutto ciò con una finissima alternanza drammaturgica tra veglia e sogno: è con un sogno infatti che La rigenerazione chiude ognuno dei suoi 3 atti aprendo uno squarcio rivelatore negli abissi dell’inconscio (per cui se nella Coscienza il sogno è un artificio utile ma non essenziale, e in un caso perfino gioco parodico escogitato da Zeno per trarre in inganno il dottor S., qui acquista invece una decisiva funzione tematico-strutturale). Ma c’è di più: il vecchio-giovane, ha sognato di ringiovanire per seguire la lancetta del desiderio che nella bussola della sua esistenza indica invariabilmente il polo femminile, la Donna (cosa che nega sempre in esplicito, intonando senza tregua il ritornello della moralità, come a voler convincere se stesso prima degli altri: «il dottor Giannottini […] deve garantirmi […] che non ci sia pericolo per la mia moralità […] la mia rispettabilità»).
Sappiamo bene però come per Svevo, nel fittizio dei personaggi e nella realtà della vita vera, la doppia esca di rispettabilità e trasgressione rappresenti un ambivalente, irresistibile richiamo. E la conclusione voluta da Santoro, che incongruamente porta in scena un grande albero frondoso (proponendo suggestioni metaforiche, bibliche, druidiche?, che allontanano dal senso profondo della pièce) finisce per cancellare questa complessa e contraddittoria intenzionalità. Nel testo il dramma si chiude, nelle parentesi di un sogno, con la fanciulla (l’attraente camerierina «dalle gonne e dai capelli corti», in cui il protagonista vede riassumersi l’universo femminile nella totalità delle sue seduzioni e offerte di gioia, e la totalità della sue esperienze vissute in quanto uomo) che domanda a Giovanni, che porta una zappa sulla spalla, di rendere fertile la dura terra. Una simbologia che più chiara non si potrebbe. Al che il vecchio-giovane, con una scelta di campo assai saggia (ma certo assolutamente provvisoria e sempre revocabile, direbbe Svevo se fosse ancora fra noi) riprende il suo ruolo di vecchio-vecchio a fianco della moglie (pur scelta, in anni giovanili, come succedaneo delle ben più seduttiva Margherita), con un lieto fine conciliante (e in fondo conformista) che odora di resa di fronte al mistero della Vita, che si svolge e si rinnova fino all’ultimo istante: «Anna: […] Vuoi darmi un bacio? – Giovanni: Un bacio? No, assolutamente, io ti amo. Io mai volli ucciderti. Io ti amo. […] Amerò per amor tuo tutte le tue bestie […]. E lavoro per te. […] Questo è il dovere di noi vecchi, di noi giovini vecchi, di noi vecchi giovini». L’abdicazione del desiderio che spegne il suo fuoco nelle acque tranquille di una quieta esistenza borghese? Una conclusione alla quale, sono sicuro, se fosse vissuto più a lungo del 1928, Svevo avrebbe sicuramente avuto qualcosa da aggiungere.
