IL ROSSETTI TRA MUSICAL E JAZZ

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Reunion, il recital è stato una sorta di richiamo (come si usa per i vaccini) dei grandi eventi passati e di anticipazione di quelli futuri

La musica contende il palcoscenico alla prosa con sempre maggior frequenza nella programmazione dello Stabile del Friuli Venezia Giulia

Fresu, nel rievocare Miles Davis, parla anche di sé, rievoca la propria storia di musicista e suona la propria musica

di Luigi Cataldi

he Reunion

THE REUNION

Trieste si conferma città italiana del musical e il Teatro Rossetti suo palcoscenico. Reunion, il recital andato in scena il 15 (lo spettacolo a cui abbiamo assistito) e il 16 gennaio scorsi, è stato una sorta di richiamo (come si usa per i vaccini) dei grandi eventi passati dal Rossetti (The Phantom of Opera, Les Misérables, Rocky, Anastasia, Peter Pan, Grease) e di anticipazione di quelli che passeranno dal suo palcoscenico nel prossimo futuro (Mamma mia).

Sul palco (con luci aggressive spesso rivolte verso la platea, ma senza alcuna scenografia) sei divi di prima grandezza del musical per la loro carriera nel West-End e a Broadway: Ramin Karimloo, l’ideatore dello spettacolo, che fra le altre cose è stato Raoul in The Phantom of the Opera e perciò è acclamatissimo a Trieste, Samantha Barks, Earl Carpenter, Hadley Fraser, Holly-Anne Hull e Natalie May Paris. Dietro di loro l’Orchestra FVG (l’orchestra regionale fondata nel 2019 e da allora assai attiva in regione sia nel repertorio classico che in quello leggero) e Beatrice Venezi, direttore (come dice lei) in grande affermazione negli ultimi tempi, che non ha bisogno di presentazioni.

Le sei stelle del musical hanno dato vita a uno spettacolo di più di due ore, non privo di una coerente struttura: una ventina di brani di successo (solistici, in duo o in trio), provenienti sia dagli schermi cinematografici che dal mondo del musical, incorniciati da fantasie (medley) arrangiate da Adam Hoskins (con tutti in scena): un inno introduttivo (un Reunion Anthem, cioè una fantasia con brani da Hercules, Smash, The last five years) e due finali, un Misérables Medley dall’omonimo musical per la prima parte e un Adrew Lloyd Webber Medley con le musiche di questo celebre autore per la seconda. Artisti bravissimi, dotati di voci potenti e capaci di tenere senza fatica il palcoscenico sia nelle parti musicali, che nelle presentazioni, effettuate o dal solo Karimloo o dialogate, tutto rigorosamente in inglese (che buona parte del pubblico, al contrario di me, ha mostrato di comprendere ridendo alle battute e applaudendo frequentemente). Hadley Fraser è stato in grado di far cantare quasi tutto il teatro per accompagnare una sua composizione, Just let go. All’altezza si sono mostrate anche l’Orchestra FVG e Beatrice Venezi.

Fra i numerosi musical teatrali o cinematografici da cui sono state attinte le musiche (Frozen, The Phantom of The Opera, Hercules, La famiglia Addam, Mamma Mia!, fra gli altri) può valere la pena di soffermarsi su Wicked di Winnie Holzman (testo) e Stephen Schwartz (musica) del 2003, che dopo i successi in teatro, ha trionfato sul grande schermo nel 2024. È tratto dal romanzo Strega – Cronache dal Regno di Oz in rivolta (1995) di Gregory Maguire, a sua volta rivisitazione del film Il mago di Oz di Victor Flaming del 1939. Parla della conflittuale amicizia fra la bionda e bella Glinda, strega buona del Sud, e la verde Elphaba, strega indisciplinata dell’Ovest. Condividono la stessa stanza al college e amano lo stesso uomo, Fiyero, il fidanzato della prima. Ma Elphaba, che assiste la sorella paraplegica Nessarose, è meno malvagia di quanto si direbbe (anzi, lo è solo perché vittima di maltrattamenti familiari) e fra le due sorge un legame d’amicizia. Una storia che afferma valori politicamente corretti come si usa fare oggi. Da quest’opera Samantha Barks e Holly-Anne Hull hanno cantato What is this feeling, duetto in forma di parallela letterina ai genitori in cui ciascuna delle due maghe descrive la compagna di stanza in mezzo a un coro di studenti adoranti la bionda buona e maldicenti la cattiva verde. Qual è il sentimento che entrambe provano e che perciò le unisce più profondamente di quanto credano? «Il disprezzo più assoluto, verso il tuo viso, la tua voce, il vestito […] è odio puro, lo so e non potrà spegnersi, anzi crescerà in eterno, ed ogni giorno io ti odierò», cantano insieme. «Una canzone d’amore al contrario» l’ha definita Schwartz, il suo autore. Meno banale di quanto ci si aspetti da una storia di maghe.

Paolo Fresnu
© Enzo Fomione

KIND OF MILES CON PAOLO FRESNU

Terzo segmento di un’apprezzatissima trilogia (Tempo di Chet e Tango Macondo i precedenti) Kind of Miles di Paolo Fresu ha fatto tappa al Teatro Rossetti di Trieste il 18 e il 19 gennaio. Siamo stati presenti alla prima delle due rappresentazioni in mezzo ad un teatro stracolmo ed entusiasta. Lo spettacolo peraltro gira l’Italia dallo scorso anno ed è stato accompagnato dalla pubblicazione di un doppio CD per l’etichetta Tǔk dallo stesso titolo, con gli stessi interpreti e gli stessi brani (qualcosa in più visto che contiene venti tracce). È stato scritto e raccontato da Paolo Fresu, prodotto dal Teatro stabile di Bolzano, con la regia di Andrea Bernard e le luci Marco Alba. Dietro la band, sulla parete di fondo e su quella di sinistra, immagini suggestive della vita di Davies e luci generate elettronicamente dai suoni, curate da Marco Usuelli e Alexandre Cayuela.

Uno spettacolo difficile da definire. Fresu ha raccontato la vita e descritto la personalità di Miles Davies: le sofferenze (la discriminazione razziale subita, il carcere), le debolezze (l’amore per il lusso, l’arroganza, la scontrosità) e le cadute (la droga), ma anche le sue passioni (la boxe, le automobili), la sua storia musicale e la sua importanza nell’universo del jazz. Un “biopic” (come si dice oggi con un fastidioso anglicismo) teatrale? Ha suonato brani celebri del repertorio del trombettista afro-americano. Un concerto? Ha parlato di sé, del modo in cui si è dedicato al jazz e della parte che in ciò ha avuto Davies. Un’autobiografia? Certamente lo spettacolo è stato tutto ciò e anche altro.

Si può partire dal suono. Fresu e i sette musicisti in scena a volte si sono uniti in una sola band, ma più spesso hanno formato due gruppi con alcuni elementi in comune: lo stesso Fresu (tromba e flicorno), Dino Rubino (pianoforte e piano elettrico), Filippo Vignato (trombone). Il primo gruppo con inclinazione acustica (un quartetto di base che si allarga a volte a sestetto, adatto alla musica di Davies degli anni Cinquanta e Sessanta), completato da Marco Bardoscia (contrabbasso) e Stefano Bagnoli (batteria); l’altro con inclinazione elettrica (più aderente al periodo successivo del trombettista afro-americano), da Bebo Ferra (chitarra elettrica), Christian Meyer (batteria) e Federico Malaman (basso elettrico). Due gruppi aperti (variabili per formazione), che insieme o divisi aderiscono al diverso stile della musica di Davies… o, meglio, di Fresu. Perché il suono, ovviamente, è quello di Fresu. Lo ha spiegato lui stesso raccontando delle infinite ore passate a riprovare mille volte, «con tutta la cocciutaggine di un sardo», l’introduzione di tromba con sordina di ’Round About Midnight, senza mai riuscire a raggiungere lo scopo prefissato. Ma il racconto è parso smentito da una dimostrazione. Parte il disco di quella celeberrima introduzione, poi, senza soluzione di continuità, il gruppo “acustico” prosegue suonando il resto del brano ed io confesso che, senza averlo visto in scena, non avrei saputo distinguere i due suoni. In realtà nessuna smentita: concerto e racconto hanno mostrato concretamente il modo in cui Fresu ha assimilato la musica di Davies per farla cosa sua. Bello persino lo sconcerto che Fresu ha detto di aver provato da giovane al suo paese, Berchidda, la prima volta che si è accostato al jazz dopo un ascolto di Autumn Lives. Con il suo complesso di allora (che si esibiva a ingaggio ai matrimoni) aveva suonato un sacco di volte quella canzone, ma non riusciva a riconoscerla fatta così: la musica della libertà, ha concluso.

Sul palco poi, con atteggiamento d’attore, ha suonato come Davies, con le spalle al pubblico e il viso rivolto agli altri musicisti (per dialogare con loro) o ripiegato verso il suolo (per ascoltare e ascoltarsi meglio). Il racconto, elegante e ricercato, ha mantenuto un tono assertivo come di chi si avvicini a qualcosa di sacro. Ammetto che questo, almeno inizialmente, mi è parso un limite, ma, d’altra parte, l’atteggiamento con cui Fresu si accosta a questo mito del jazz (sempre evocato, come fanno molti quando parlano di lui, con il solo nome di battesimo, Miles) si è reso in questo modo palpabile e concreto. Fresu insomma (ed è certamente un bene), parla di sé, rievoca la propria storia di musicista e suona la propria musica.

Delle due fasi della vita musicale di Miles Davies Fresu ritiene più importante far conoscere la seconda, quella venuta dopo la svolta jazz-rock di Bitches Brew (1969), perché più aperta verso il futuro. A suggellare questo stile una bellissima versione di Time After Time di Cindy Lauper.

Ho parlato solo di Fresu per semplicità, ma la creazione dell’intero concerto, in fase di studio e sulla scena, è collettiva, opera del gruppo intero. E il gruppo intero credo condivida i valori del loro fondatore, quando parla dell’importanza della musica nel mondo attuale, così violento, così brutale: «anche il rumore può essere musica, ma il boato no. Il boato è una cosa terribile, che mette a repentaglio la vita, la libertà, la dignità del prossimo. Credo che la musica mai e poi mai sia capace di mettere a repentaglio la dignità e soprattutto la vita di qualcun altro. Basta un suono per evitarlo» (da Girobanda, documentario disponibile su Raiplay).

Kind of Miles
© Tommaso Le Pera