La Germania di Guglielmo II

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di Fulvio Senardi

 

Di Gustavo Corni – già docente di storia all’Università di Trento, e a cui si devono ricerche rivolte soprattutto a chiarire certi segmenti decisivi della storia tedesca (Federico II, la Repubblica di Weimar, il nazionalsocialismo) – è uscito, per i tipi della Salerno Editrice, un volume dedicato a Guglielmo II. Bibliograficamente aggiornato, ricco di notizie, di elegante e scorrevole scrittura.

Due punti importanti vengono messi in rilievo già in introduzione; l’uno di metodo, la rinuncia cioè a scavare ancora in fonti archivistiche già abbondantemente escusse, con il rischio di ammassare dettagli a spese dello sguardo d’insieme, tenendo invece bene in considerazione le monografie più competenti. L’altro sul piano del giudizio storico, ovvero che «i tentativi dell’imperatore di imporre il proprio potere autocratico e illimitato al governo e al parlamento […] reiterati e messi in atto con largo dispiego di risorse, […] rimasero intermittenti ed ebbero effetti limitati» (p. 10). Insomma Guglielmo II come autocrate fallito.

Differenzia questo libro dalla più parte della saggistica prosopografica (ed è indubbiamente un pregio) il fatto che, in parallelo ai capitoli dedicati al personaggio biografato, uno spazio di riflessione altrettanto consistente è dedicato alla storia della Germania in anni decisivi per il suo sviluppo nazionale e per la crescita economico-sociale. Sezione utilissima, se consideriamo che stiamo parlando di un Paese che fu alleato dell’Italia nel 1866, poi nella Triplice Alleanza e che negli anni crispini e giolittiani rappresentò per più aspetti un modello di sviluppo, oltre che un partner economico fondamentale (si pensi per esempio solamente all’importanza che ebbe per gli inizi dell’industrializzazione italiana il capitale tedesco, di cui era tramite e vettore la Banca commerciale italiana).

Dunque un Guglielmo II che potrebbe benissimo portare come sottotitolo quello di storia della Germania negli anni che vanno dalla morte di Guglielmo I alla Grande guerra. Corni segue attentamente la crescita del nobile rampollo che nasce nel 1859, prima dunque della fondazione del Reich, proclamato nel 1871 dopo la vittoria su Napoleone III, individuando alcuni importanti nodi psicologici ed esistenziali: la piccolo menomazione che ne segnò gli anni giovanili, il difficile rapporto con la madre, il carattere impulsivo ed irritabile. Nel 1881 sposò Augusta Vittoria von Holstein, tradizionalista, anglofoba e nazionalista, caratteristiche che certo non aiutarono Guglielmo a sviluppare una visione del mondo aperta e tollerante. Asceso al trono nel 1888, dopo tre mesi di regno del padre, Federico III, figlio di Guglielmo I, dimissionò Bismarck nel 1890, tanto per ragioni politiche che per inconciliabilità caratteriale.

Ampia l’analisi di Corni sul sistema politico-istituzionale tedesco negli anni che prepararono la riscossa parlamentare del Partito socialista, grazie al mancato rinnovo delle leggi anti-socialiste (Sozialistengesetze) volute da Bismarck e che videro, nel contempo, il consolidamento del potere imperiale, secondo una politica condotta nella certezza del diritto divino dei sovrani e con spirito di grandeur che ebbe una delle sue prime manifestazioni nell’ampliamento della Corte che, contravvenendo al costume di sobrietà dei suoi predecessori, Guglielmo II allargò così tanto da farle raggiungere i 2000 dipendenti. L’attivismo in politica interna sui temi della scuola e del bilancio militare ebbe un’interfaccia in politica estera, ancorché «contrassegnata da un continuo zigzagare privo di una progettualità» (165).

Impossibile seguire tutte le iniziative dell’Imperatore, che Corni registra con ampia contestualizzazione: in dialettica non sempre armoniosa con il Cancelliere Bernhard von Bülow (1900-1909, con successivo passaggio delle consegne a Theobald von Bethmann-Hollweg) Guglielmo, sempre protagonista, da vero narcisista insicuro, di una «presenza mediatica debordante» (240), si schiera dalla parte dei Boeri nel braccio di ferro con la Gran Bretagna, aiuta segretamente la Russia nel corso della guerra russo-giapponese, non esita a tagliare la strada alla Francia, ma senza risultati di rilievo, nelle sue mire sul Marocco, vara una campagna di riarmo navale che portando la Germania in potenziale collisione con la Gran Bretagna (tanto da far sfiorare la guerra, tra il 1907 e il 1908) alimentando un clima di acceso nazionalismo, mentre fallisce nel tentativo di creare un rapporto preferenziale con la Russia. Atmosfera tesissima dunque a livello internazionale che venne esasperata dall’“affare del Daily Telegraph” (un’intervista concessa dall’Imperatore nel 1907, pacificatrice nelle intenzioni, e che invece ottenne l’effetto opposto). Vicino all’Austria, su pressione del Cancelliere, nella crisi seguita all’annessione della Bosnia, accettò in seguito una politica di stretta alleanza con la Duplice Monarchia che sfociò, nel corso del biennio delle guerre balcaniche (1912-13) in una dichiarazione di appoggio «fino alle estreme conseguenze» (219). Vennero anche quelle: la guerra europea era infatti dietro l’angolo. E i “sonnambuli” vi si sarebbero precipitati, sull’abbrivio di un clima dove il nazionalismo esasperato si sposava alla miopia circa la natura e la durata di un possibile conflitto.

Quando giunge al 1914 e alla grande deflagrazione, Corni non può esimersi dal toccare il tema delle responsabilità che, a suo parere, andrebbero meglio distribuite tra i vari attori, confutando una diffusa visione storiografica che vede in Austria e Germania i soli colpevoli; non vi è dubbio invece che l’intensificazione della guerra sottomarina fosse voluta dell’ Imperatore che però, quanto alle strategie militari nel loro complesso, non fu mai coinvolto in decisioni importanti, «imperatore-ombra» relegato ai margini da un Comando Supremo (Oberste Heeresleitung) che ebbe sempre il ruolo di ultimo decisore. Poi, nel prosieguo del conflitto, in un Paese sempre più provato dai lutti e dalla fame, «colui che aveva costruito incessantemente la propria figura pubblica attraverso le forme sfarzose della regalità non era più che una pallida ombra ai margini delle decisioni politiche e, soprattutto, dell’attenzione pubblica» (251). Dopo tre anni di guerra sarebbe emerso un elemento nuovo ed inusuale per la Germania: «l’ostilità verso l’istituzione monarchica» (ivi), alimentata, nel corso del 1918, da ondate di scioperi e dimostrazione per la pace. Dopo la catastrofe, il 9 novembre, il Kaiser abdicò e prese la strada dell’Olanda.

Chiude il libro di Corni un capitolo sulla creazione della Repubblica e il successivo avvento al potere di Hitler (momenti della storia tedesca sui quali lo storico ha già fruttuosamente lavorato). Una serie di eventi che Guglielmo Hohenzollern osservò da lontano, nella vana speranza di poter riavere il trono. Era intanto scoppiato il nuovo conflitto, di cui l’anziano ex-imperatore, che sarebbe morto a 82 anni nel 1941, pareva «del tutto incapace di cogliere le dimensioni straordinariamente drammatiche», considerandolo fino all’ultimo «come una sorta di vendetta personale contro l’Inghilterra e chi la controllava: ebrei e massoni» (296).

 

 

Gustavo Corni

Guglielmo II

L’ultimo Kaiser di Germania

tra autocrazia, guerra ed esilio

Salerno, Roma 2022

  1. 334, euro 24,00