JORDI SAVALL E LA MUSICA “CLASSICA”
Francesco Carbone | Il Ponte rosso n. 110 - dicembre 2024 | MUSICA
Il concerto inaugurale della stagione della Società dei concerti
di Francesco Carbone
Per non impazzire, abbiamo sempre bisogno di ordine, ma anche di un po’ di soqquadro: per non rincitrullirci a forza di ripetere a pappagallo idee che, ormai stereotipi, i sempre pigri benpensanti – noi – mettono al posto della cultura. La cultura, come Pinocchio, non sta mai ferma: infatti a un certo punto iniziamo a odiarla.
A proposito del concerto di Savall (che ha inaugurato la stagione della Società dei Concerti al Teatro Verdi di Trieste), il precario recensore se la può anche cavare dicendo che era bellissimo, sublime, indimenticabile e blablà. L’ipocrisia liquidatoria dei complimenti la conosciamo tutti. Ma Savall merita altro.

Per esempio, farci tornare su domande ingenue e scomode, come cosa sia la “musica classica”… Grazie a Dio (allo Spirito dei Tempi), abbiamo idee più confuse e incerte di una volta. Sappiamo che l’idea della musica “classica” è borghese, europea, accademica, che tende a vestirsi di nero, che col Novecento ha fatto sorgere da sé le intransigenti e arcigne avanguardie, quelle che fino a una ventina d’anni fa ci avevano addestrato a restare fermi e ad applaudire senza godere.
Stando tetragoni a quell’idea – direbbe Mozart – «come scoglio», si chiamò “classica” tutta la musica che questo Canone fece suo: proprio Savall, nella presentazione, ha ricordato quel concerto davvero epocale in cui Mendelssohn fece risorgere la Passione secondo Matteo di Bach e la fece diventare, da morta, classica: era il 1829.
Ma Bach non sapeva di comporre musica “classica”, né Mozart si curava di scrivere per l’Eterno, quando faceva cantare Papà-papà a Papageno nel Flauto Magico. Lo stesso Beethoven, non bussava dalla mattina alla sera alla porta del destino: trascriveva anche canzoni scozzesi, danze tedesche, ecc. Si può continuare.
E a forza d’insistere si può arrivare a dire che il divorzio tra musica “classica” e popolare forse non si è mai davvero dato; che, i commerci tra le due magari si saranno fatti clandestini, parodistici, citazionisti, ma che non sono finiti mai: meno che mai per gli americani, il popolo giovane e naïf dell’Occidente: ancora Lenny Bernstein, che era amico di tutti, chiedeva ai suoi frigidissimi colleghi atonali: «una bella canzonetta mai?». Questo ci fa sospettare che forse la differenza della musica classica da tutte le altre è una differenza senile.
Torniamo a Savall: da poco ha registrato il Sogno d’una notte di mezza estate di Mendelssohn, Le quattro stagioni di Vivaldi, la Missa solemnis di Beethoven: tutta musica “classica”!
Ma alla Società dei Concerti, il 25 novembre, il suo trio di virtuosi di strumenti per noi occidentali problematici (rebab, santur, kanun, ribeca, oltre la sua celeberrima viola da gamba) ha seguito composizioni di anonimi vissuti tra il XIV e il XVI secolo tra Bisanzio, la Persia, la Turchia, l’Armenia, la Spagna, l’Afghanistan, i Balcani, la Grecia, Gerusalemme, la Barberia… Barberia è il nome antico dell’area dell’Africa che va dalla Tripolitania al Marocco. Le musiche ci mostravano civiltà – malgrado Crociate, Reconquistas e Turchi alle porte – irrelate da un comune vagare di stilemi, strumenti, idee che possiamo chiamare Mediterraneo.
Nel più “classico” dei contesti – il Verdi di Trieste! –, Savall (catalano), con il virtuoso di oud Hakan Güngör (turco) e di percussioni Dimitris Psonis (greco), ha offerto un concerto, che è volato, di albe, lamenti, di musiche concepite per accompagnare narrazioni, canti e danze.
Le danze facevano almeno al sottoscritto un effetto complicato: ascoltare un saltarello compostamente, come se fosse un metafisico quartetto di Beethoven, si ammetterà che può essere straniante. Per chi volesse farsi un’idea, tra i tanti, c’è su YouTube il video, del 2012, Mare Adriaticum: bellissimo.
Il capolavoro, che non si darà mai, si avrà quando l’educato pubblico troverà inevitabile alzarsi in piedi e – in platea, nelle gallerie, persino nei palchi – si metterà a ballare l’Erotokritos di Anonimo bizantino del Trecento: ballarlo come viene viene. I passi, se esistono, ce li faremo insegnare dal primo bambino armeno che passa la prossima volta.
