IL LIBANO DI SÉLIM NASSIB

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di Diego Zandel

Quante Beirut sono esistite? Sélim Nassib, giornalista e scrittore nato e cresciuto nella capitale libanese in una famiglia ebraica siriana, nel romanzo Il tumulto, ne racconta almeno tre. Ma non sono finite, per una città che muore e risorge continuamente, e che ora si trova di nuovo in una di tali sue fasi. Ma il romanzo di Sélim Nassib, si ferma al 1982, attraversando i primi 35 anni della sua vita, anche se il protagonista, io narrante, porta un altro nome, Yussef Hosni, pure lui di famiglia ebraica. Se non autobiografico, Il tumulto trae, però, molti spunti dalla vita dell’autore che, come il protagonista, ha vissuto negli anni che hanno cambiato il Medioriente, per arrivare oggi a una sorta di resa dei conti.

Ah, ma che nostalgia per la Beirut dei suoi primi anni! Una città multietnica, multiconfessionale, cosmopolita, paragonabile a un’Alessandria d’Egitto tra le due guerre, a una Smirne di fine Ottocento.

Sélim Nassib
Il tumulto
Edizioni e/o, Roma 2024
traduzione: Alberto Bracci Testasecca
pp. 416, euro 19,00

Yussef Hosni, come Sélim Nassib, frequenta la scuola ebraica, tra i suoi migliori amici ha Fuad, un musulmano, figlio dell’insegnante di arabo, ma si ritrovano tra maroniti, drusi, falangisti, greco-ortodossi. Yussef, ormai tredicenne, è in attesa del suo bar mitzvah, e ricorda la sua vita di allora con pennellate di quel mondo visto con gli occhi incantati di un adolescente che scopre la vita, nelle sue piccole gioie, ma anche nei dolori, ad esempio in famiglia. I genitori che non vanno d’accordo, il padre ludopatico che finirà in prigione per debiti, l’aspirazione della madre ad andarsene lontano, nell’amata Parigi, una turbolenza che regala pagine di grande fascino, per i sentimenti che mette in luce insieme alle birichinate, le emozioni, la scoperta del sesso, il giro dei bordelli, per risvegliarsi dopo un’ubriacatura tra le braccia di una donna che si spoglia per lui, tredicenne.

Poi la guerra dei sei giorni del ’67, raccontata da lontano, ma nel cuore degli eventi vissuti con la ferita di un giovane che, universitario, si trova nei gruppi di sinistra, partecipante a manifestazioni di protesta che lo porteranno all’arresto. Una scelta di parte che lo metterà in conflitto con il suo ambiente, tuttavia ancora compatibile con lo spirito di tolleranza che rappresentava Beirut all’epoca. Una città che vedrà il suo ultimo anno di pace nel 1975, quando scoppiò a guerra civile che durerà fino al 1982.

Ma in quei sette anni Yussuf è emigrato a Parigi per studiare. Diventato giornalista, torna a Beirut in veste di inviato. Ci arriva via nave, perché gli aerei civili non atterrano più. «Due giorni prima l’esercito israeliano ha varcato il confine con il Libano per lanciarsi all’attacco del paese con tutto ciò che ha, centomila uomini, carri armati, caccia e navi da guerra provocando la chiusura quasi immediata dell’unico aeroporto». Yussef capisce che non può vivere lontano da quella città. Qualcuno lo aveva avvertito, prima che partisse: «Beirut ti seguirà ovunque fino all’ultimo respiro, sarà Beirut a chiuderti le palpebre per l’ultima volta». E il romanzo, con un taglio narrativo che ti prende alla gola, perché Yussuf vive tutto come una ferita, fotografa la città tanto affascinante quanto dilaniata.

Da che parte stare in un confronto che si chiuderà sull’eccidio di Sabra e Shatila da parte delle Falangi Libanesi alleate degli israeliani? Corrispondente di un giornale francese, Yussef incontra il suo vecchio amico e compagno di scuola Rocco, ebreo come lui, che reagisce a certi commenti che egli ha letto sul giornale per cui scrive. Rocco è passato con Al fatah, e rimprovera Yussef, di fare il doppio gioco. «“Sei sempre stato un debole, Yussef” gli rinfaccia “una persona influenzabile. E sai perché? Perché non hai capito che si può essere ebrei senza essere sottomessi”, e lui gli risponde: “Parliamone! Tu sei entrato in Al Fatah, dici che fai quello che vuoi, ma sei obbligato a conformarti a quella linea, altro che non sottomesso! Si fidano di te in ogni circostanza, ma sai perché? Perché sei ebreo».

Il tumulto è questo, un confronto che sopravvive anche oggi, forse in forme ancora più radicali, ma che il romanzo di Sélim Nassib ben fa emergere e che serve, meglio di tanti servizi giornalistici, a capire l’attualità di un’altra guerra in cui Beirut è di nuovo coinvolta.