La fantastica desolazione

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Timmel e Bolaffio protagonisti di una mostra curata da Daniele D’Anza alla Galleria Comunale d’Arte della Città dei Cantieri

di Fulvio Senardi

 

Monfalcone segna un punto a favore, quanto alle mostre d’arte, contro la vicina, spocchiosa Trieste, sulla via di diventare un non-luogo del turismo mordi e fuggi, tanto gretto quanto potente in termini di fatturato, tale da dettare modi e tempi degli opachi caroselli espositivi che si susseguono anno dopo anno, rigorosamente made by Arthemisia o Navigare.srl. I musei non sono, sia ben chiaro, un’intoccabile spazio sacro ma nemmeno un magazzino che funga da stazione d’arrivo a mostre peregrinanti, di scarsa originalità e prive di rapporto con il territorio che le ospita. Ma riattraversiamo il Timavo (ai tempi di Arbasino veniva suggerita la “gita a Chiasso” per sprovincializzarsi): fino al 25 giugno 2023, la Galleria Comunale d’Arte, avvalendosi della collaborazione tra il Comune di Monfalcone e la Fondazione Musei Civici di Venezia, mette a confronto le opere di due artisti giuliani di primaria importanza, lungo un percorso che allinea poco più di una ventina di opere, provenienti da musei della Regione e da collezioni private, scelta minima ma sufficiente per suggerire fasi e caratteristiche dell’ispirazione.

I due campioni di questa incruenta sfida – di cui è mallevadore il curatore della mostra, Daniele D’Anza, che vanta un’importante esperienza museale a Venezia ed è autore del volume della Fondazione CrTrieste su Vittorio Bolaffio (2010) – sono Vito Timmel (Venezia 1886-Trieste 1949) e, appunto, Bolaffio (Gorizia 1882-Trieste 1931). Assai vicini per ragioni anagrafiche, entrambi con un acme di produttività negli anni Venti, quando si definisce la loro identità e inizia a stabilizzarsi la loro poetica, ed entrambi poco sensibili alla rigidità delle convenzioni, sono pittori di grande diversità, che la mostra monfalconese permette di cogliere in pieno, anche senza essere osservatori raffinati. Pur radicati entrambi nel linguaggio del realismo e poi collocati sul versante meno destrutturante della sua contestazione post-bellica, risentono l’uno, Timmel, di suggestioni centro-europee, l’altro, Bolaffio, del rapporto con gli ambienti artistici fiorentini e poi parigini, che frequentò nel 1910.

Per Timmel sono tappa fondamentale gli studi ed esordi viennesi, dove ebbe Kokoschka come compagno all’Accademia di Belle Arti; da qui la  passione per Klimt, che segna la prima fase di un eclettismo che non troverà pace (stante anche la tormentata psicologia del pittore, con emblematica espressione nel diario del Magico Taccuino, scoperto e valorizzato da Anita Pittoni) e che gli guadagnò il giudizio di “decadente raffinato”, espresso da Dario De Tuoni negli anni Venti.  Tormentato da una sorta di horror vacui Timmel aggredisce la tela con serrate fantasmagorie cromatiche, dove il soggetto tende ora alla semplificazione cartellonistica, impreziosita però da un non so che di magico e fiabesco, ora invece a smaterializzarsi quasi in un arruffio di colori che vibra di affioranti pulsioni, come nel Centauro del 1924, che ha la surreale potenza espressiva di un arcobaleno impazzito. Negli anni della guerra Timmel dipinge a Trieste dei pannelli decorativi, di ironica monumentalità, per il cinema Ideal e dopo il conflitto decora gli interni del teatro di Panzano (in apertura di mostra qualche campione di questa esperienza), secondo un programma di lavoro che rimanda, in senso lato, a quell’idea di arte applicata dalla marcata funzione sociale che fu caratteristica della Secession. Insomma, un artista assolutamente emblematico di una koiné artistico-culturale centro-europea che in Trieste, prima dell’autarchico Ventennio nero, ebbe la sua estrema propaggine sui mari caldi, proiettata verso il mitico Sud dove fioriscono i limoni. Negli anni Trenta una nuova svolta: i colori si increspano in un pointillisme in ritardo che conduce le figure verso le sponde di uno svaporato onirismo. Ma già si annuncia quel disagio psichico – secondo uno schema: abbruttimento nell’alcool, depressione, angoscia, che sembra ricalcare il mito dell’artista maudit – il cui punto d’arrivo sarà il ricovero in manicomio.

Altro l’apprendistato di Bolaffio, in una Firenze che ancora sentiva l’impronta dei macchiaioli, e la cui suggestione il pittore in seguito declina ispirandosi alle novità francesi (e quindi a Parigi e poi in Oriente, alla caccia di più carichi stimoli visivi ed emozionali). Ma comincia presto a dichiararsi ciò che rappresenta il tipico della sua pittura, e che così bene risalta al paragone, utilissimo, con Timmel: un bisogno di cieli aperti, di ariosità meridiane, soffuse di malinconiche tinteggiature rosate, dove il colore, trepido e sognante, è atmosfera che riverbera su tutta la tela (La ragazza con cesto e rondini, le scene marinare): l’ora che volge il desio ai naviganti e ‘ntenerisce il core. E, di contrasto, figurine svettanti, dai contorni netti e di delicata stilizzazione, come a rifare, ma in maniera meno puntigliosa, certe silhouette della pittura di genere. Senza ombra di leziosità, ad ogni modo, perché Bolaffio, pur lontano da ogni esito retorico in una stagione in cui era fin troppo facile indulgervi per moda o piaggeria, fu, secondo il giudizio di Stuparich, che leggiamo in un saggetto degli anni Quaranta dedicato a lui e a Nathan, pittore “gagliardo”. Come una calamita richiama però il visitatore della mostra monfalconese il ritratto di Umberto Saba quarantenne, abitualmente conservato presso la Sede RAI di Trieste, in cui l’azzurro degli occhi sfida e riprende il colore del cielo, mentre sullo sfondo una barca tirata a secco sull’arenile, funge insieme da delicato complemento decorativo e di richiamo alla fatica (e alla dignità) del lavoro, un tema particolarmente caro al “socialisteggiante” Bolaffio (“socialista di sfondo tolstojano […] evaso dalla propria classe sociale”, lo definì Aurelia Gruber Benco). Ci viene incontro una figura elegante, precocemente stempiata e di cui colpisce l’espressione indecifrabile di ritegno e introversione (ben diverso, anche come tocco pittorico, il ritratto del poeta di Carlo Levi di 25 anni posteriore, che suggerisce invece malattia e fragilità). L’amicizia con Umberto Saba (che dedicò al pittore un testo del 1946 e alcune poesie del Canzoniere) fu in effetti un fondamentale punto di riferimento della breve vita del pittore, che amava frequentare i luoghi praticati dalla più spregiudicata intelligenzia cittadina, e che nella spirito di fronda dei letterati della “Bohéme triestina”, accoccolati ai tavolini del Caffè Garibaldi come infreddoliti gabbiani sull’orlo dei moli, trovava il giusto contorno al proprio carattere anticonformista e ribelle (senza peraltro precludersi la frequentazione di artisti meno controcorrente, come quell’Edgardo Sambo – per più di venticinque anni Conservatore del Civico Museo Revoltella – al quale promise di far dono del suo Trittico del porto).

 

Vittorio Bolaffio

Ritratto del poeta Umberto Saba

Trieste, RAI – Radiotelevisione Italiana –

Sede Regionale per il Friuli-Venezia Giulia