L’ANIMA NERA DEL BAMBINO

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Chiede amore e semina cieca violenza il protagonista del nuovo libro di Balzano. Ancora Trieste e le tragedie del suo ’900 dopo i romanzi della Manzon e della Tuti

di Gabriella Ziani

Marco Balzano

Con un certo lodevole coraggio, anche se con esiti diversi, certi scrittori hanno ripreso in mano la penna dell’impegno. E quale impegno maggiore della storia. E dove più tragicamente ricca questa storia che a Trieste. I turisti ne scoprono ora in massa le asburgiche eleganze architettoniche. Alcuni autori in singolare coincidenza si buttano su fascismo, nazismo, Risiera, foibe, angosce e drammi del più disgraziato dei confini. Lasciamo sullo sfondo (e in vetta) il caso unico e formidabile di Antonio Scurati con i suoi quattro “educativi” volumi dedicati a M, che c’entra sempre anche se è una storia totalitaria e non confinaria. È ammirevole Simone Cristicchi che già nel 2013 con Magazzino 18 aveva sfondato le porte portando in scena l’esodo degli istriani, e quest’anno è tornato al Teatro  stabile Rossetti per raccontare il 1954, il rientro della città nel perimetro italiano dopo quasi dieci anni di Governo militare alleato. Federica Manzon con il suo Alma che perfora le angustie dolorose di queste terre ha vinto il premio Campiello. È in classifica Ilaria Tuti, con Risplendo non brucio, cui perno narrativo è il campo di concentramento di San Sabba. E poi c’è Bambino di Marco Balzano, ed è qui che ci fermiamo.

Marco Balzano
Bambino
Einaudi, Torino, 2024
pp. 209, euro 19,00

Mettere in cantiere una storia che parte alla vigilia della prima guerra mondiale e si conclude in sole 202 pagine con un 1946 ancora avvelenato è di per sé operazione quanto mai coraggiosa, e sarebbe stata anche assai rischiosa se Balzano non fosse un vero talento nel costruire innanzitutto un personaggio drammatico: drammatico per quello che è, cosa che impone una certa empatia, e drammatico per quello che fa, ed è un orrore glaciale dopo l’altro. In perfetto, geometrico equilibrio tra un aspetto e l’altro, tra il dentro (i sentimenti, e la loro assenza, il lato umano violato) e il fuori (il concatenarsi di eventi in cui il ragazzo “vuoto” e rabbioso si troverà sempre dalla parte sbagliata) Balzano ci trascina con una scrittura ad alto grado di precisione in una vicenda che va a perdifiato, con tutta la luce di un racconto teso e gravido, e tutto il buio di un percorso abominevole.

Il nucleo tematico è molto fondato sulla natura psicologica dei protagonisti, in primo luogo naturalmente di questo «bambino». È così soprannominato dai compagni perché glabro (bullismo, dunque). Ha un fratello maggiore di dodici anni che schiva il primo conflitto mondiale perché è partito emigrante per l’America, e poco o niente si farà più sentire (senso di abbandono). Ha un padre orologiaio che s’informa solo dei voti di scuola (anaffettività), anche se poi questo misero anziano sarà pietoso, o forse solo ancora superficiale, in un percorso per “quadri” dove la sua indecifrabile resistenza passiva a tutto il disfacimento che lo travolge ha la forza pittorica dei migliori personaggi di Simenon. Ha una madre che muore a cinquant’anni, e giusto lì pensa bene d’informarlo che la sua vera mamma è un’altra, ma non dice chi sia: la verità fa bene o fa male? In questo caso un male terribile, il ragazzo comincerà le sue scorrerie nel disperato bisogno di trovare il proprio seme generativo. E qui l’autore infila in un meccanismo perfetto anche la fascinazione del giovane per il mondo sloveno, grazie all’ammirazione che prova per la mamma slovena del suo unico vero amico, e a casa del quale imparerà perfino la lingua, sognando di trovare un giorno la sua vera madre proprio fra gli sloveni, così da sentirsi egli stesso in cuore un’altra appartenenza. Quella lingua del desiderio, però, la userà poi al contrario, la chimica del dolore trasformerà in arma di morte l’anelito insoddisfatto di vita.

Già annoiato a scuola, disinteressato al genere umano, appassionato squartatore di lucertole, questo «bambino» troverà gusto nell’esplodere di violenza. Squadrista, ladro, assassino. Due volte delatore, per poteri e oppressori opposti. Un’altra ansa ad alta tensione Balzano gli fa attraversare, e cioè la prova se può mai innamorarsi uno con queste planimetrie interiori, con questa vita venduta al male, di cui non sente mai il cattivo odore. In una delle numerose sinapsi narrative che lo scrittore è eccellente nel costruire con la massima (apparente) naturalezza, alla fine gli capiterà, ma la sua vittima è della natura delle lucertole, e temendo giustamente di finire squartata, sa farsi uccel di bosco. Questo sentimento profondo, sconosciuto e come gli altri già perso, sarà un’altra ferita, un’altra fonte di sete insaziabile, e dunque un altro incubo segreto che darà man forte alla furia senz’anima del «bambino» ormai ben che adulto, macellato dalla storia che gli cade nel piatto vuoto. Egli non crede nell’anima, e però vediamo quanto la sua sia un luogo di deserti sconfinati.

Pone dunque un quesito forte, questa stratificazione di senso: è giustificabile per via dei suoi traumi interiori, delle sue penose dinamiche familiari, delle occasioni truci che Trieste gli butta in bocca, una tale personalità insensibile, brutale, violenta? Balzano si tiene sul limite, lascia che siano i fatti a parlare, in una sequenza classicamente tragica, come se ci fosse un destino segnato, ma certo mette in scena non un essere perfettamente rotondo, bensì una sorta di mutilato affettivo, quasi a dire che se il padre fosse stato più affettuoso, la madre non fosse morta a cinquant’anni, e non gli avesse rivelato i segreti insondabili della sua nascita, se papà non avesse rifiutato poi di confidarsi, forse il «bambino» selvaggio non avrebbe ucciso con le armi o mandato a morte con le parole chiunque si parasse sulla sua strada.

Meticolosa è inoltre la fotografia urbanistica di Trieste e dei dintorni, Carso sloveno compreso, della Risiera dove plastiche figure di morituri si affacciano per l’ultima volta alle buie finestre, della foiba dinanzi alla quale il protagonista è costretto ad assistere a fucilazioni e lanci di corpi che fanno rumore di ossa rotte nello sfracellarsi, una foiba che all’ex «bambino» toccherà rivedere, e sarà l’ultima volta.

«Conosco Trieste, ho avuto qui una fidanzata anni fa, ma poi mi sono documentato» ha raccontato lo scrittore alla presentazione del libro che si è svolta il 9 novembre al Teatro Miela nell’ambito della ottima rassegna Pequod su storia e giornalismo diretta dal suo presidente, già direttore del Piccolo, Enzo D’Antona, e cui hanno partecipato Pierluigi Sabatti, Luciano Santin e Fulvio Senardi, con la giusta curiosità di capire come e perché uno scrittore milanese, nato nel 1978, già premio Campiello e finalista allo Strega, con dieci libri pubblicati – e pluripremiati –, e tradotto in trenta lingue, si sia immerso in questi torbidi, in queste complessità sempre nefaste. Il punto di attracco, ha detto Balzano, sono per lui i confini, in quanto tali spesso dimenticati. Così nel 2018 con Resto qui aveva per esempio ridato palcoscenico a un piccolo paese dell’Alto Adige, Curon, dove una tragedia storica (la guerra) si abbatte su una tragedia familiare, ed entrambe poi vanno a sbattere sulla violenza del potere economico del dopoguerra, quando la gente viene costretta a lasciare le proprie case perché verrà costruita una diga che farà inabissare tutto il paese.

In quella copertina, un campanile che spunta come un dito mignolo dalle acque del lago. Nella copertina di Bambino invece un ragazzo con la pistola puntata contro il lettore. Il cortocircuito con la cronaca, in giorni che vedono ragazzi uccidere con pistole altri ragazzi, fatti cui assistiamo senza poter trovare adatte parole di commento, crea un richiamo casuale, ma esemplare. Quando l’impalcatura interiore è montata su rottami e macerie, sopravvivono solo i sentimenti duri, e la storia – che è sempre e solo dura – se li prende con sé, fino a perdizione.