ELIO CIOL, FRANK DITURI, DANILO DE MARCO

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La bella vita del critico d’arte / 39

Incontri con tre maestri della fotografia

di Giancarlo Pauletto

Elio Ciol Nella rocca: varco di luce
1990 (dal catalogo della mostra)

Resto ancora sulla fotografia, perché si tratta di un linguaggio che mi ha preso dal primo vero contatto ne ebbi, nel maggio del 1968 – ma guarda un po’, maggio 1968! – con una mostra di Elio Ciol presso la Galleria Sagittaria.

Erano anni in cui questo mezzo non si era ancora imposto – nella coscienza del grande pubblico – come strumento d’arte: io avevo allora ventisei anni e niente idee chiare sulla questione.

Me le schiarì il maestro di Casarsa, già ben noto in Italia e in procinto di diventarlo molto di più, anche a livello internazionale, attraverso una carriera che, iniziata nel 1949 con un premio per il paesaggio a Udine, continua oggi con inesausta vitalità, e fotografie presenti in musei quali il Metropolitan di New York, il Victoria & Albert di Londra, il Puskin di Mosca, per non citarne che alcuni.

Me le schiarì soprattutto con i suoi paesaggi palestinesi.

La mostra, infatti, era un reportage dalla Palestina da cui spiravano sacralità e silenzio, resi con un bianconero di nitidissima sensibilità.

La mia ignoranza tecnica non mi impedì di restarne profondamente colpito, tanto che ne scrissi una recensione molto impegnata, con un certo coraggio, o forse con una certa sventatezza, visto che le mie premesse di conoscenza erano pressoché inesistenti.

Scrivevo allora dei pezzi che venivano pubblicati, di tanto in tanto, da quotidiani o settimanali locali, ma quello non lo fu, forse perché altri, più autorevoli di me, avevano scritto, o forse perché giudicato non all’altezza.

Peccato, perché mi sarebbe piaciuto, oggi, poterlo rileggere, e vedere cosa mi ero inventato nel mio primo scritto sulla fotografia, fatto ripetuto poi tante altre volte e anche su Ciol, del quale ho avuto il piacere, in anni abbastanza recenti, di curare due mostre, la prima presso la Sagittaria e la seconda a San Vito al Tagliamento, nella chiesa di San Lorenzo.

Per i cinquant’anni di attività del Centro Iniziative Culturali si pensò di riproporre la celebre sequenza d’immagini su Assisi, già ben nota, ma da tempo non più vista in regione: come affermava Luciano Padovese nella sua introduzione al libro fotografico, sarebbe anche stato un modo per ricordare gli anni iniziali della nostra attività, un’Assisi del cuore e della mente che aveva significato molto, in termini di cultura, umanità e poesia, non solo per il fotografo, ma anche per parecchi giovani che si erano accostati al Centro e che con esso collaboravano.

Ancora una volta risaltava, nella mostra, l’atteggiamento fondamentale, e costante, di Ciol davanti alla realtà: uno sguardo “costruttivo”, una visione ferma che, pur attenta anche al dato atmosferico, mai viene travolta dal tempo, intesa com’è a rivelare lo sfondo d’eternità rispetto al quale – e solo rispetto al quale – il tempo si commisura.

Una serie bellissima d’immagini confermava – almeno ai miei occhi – questa affermazione, ne citerò una sola, quella intitolata Nella rocca: varco di luce.

Qui il contrasto luce-ombra, strumento sempre magistralmente usato dall’artista, mentre mette perfettamente in evidenza i dati fisici della visione, riesce tuttavia anche a dare il senso di un’epifania, un impatto che introduce, per un breve momento, in un altro mondo, in un mondo che ha caratteristiche metafisiche, ultratemporali, come se in quel breve e stretto teatro ci si potesse attendere qualcosa di inaspettato, che potrebbe toccare nel profondo la nostra esistenza.

è appunto questa la capacità più evidente delle immagini di Ciol, deviare continuamente la nostra attenzione dalla cronaca, dal contingente, a un assoluto che è quello della contemplazione, dello stupore davanti alla bellezza del mondo.

Era quello che risaltava anche nella seconda mostra, e risaltava fin dal titolo, voluto dal fotografo: Nel soffio della storia.

Questo è appunto la storia, un soffio, un attimo nel quale la creatura umana è travolta, come le grandi rovine di Leptis Magna, di Sabratha, di Cirene, di Tripoli che erano il tema dell’esposizione.

Dentro questo soffio, tuttavia, c’è un desiderio d’eternità esattamente espresso proprio dalla limpidissima fermezza, dalla assoluta trasparenza e nitidezza delle immagini di Ciol, che sembra dire, attraverso di esse – idea che avevo già espresso nel mio scritto su Assisi –: «Il mondo è questo scialo di bellezza, e noi passiamo il tempo a farci la guerra. Io» – egli continua a dirci – «contro questo male, da artista, ho fatto quel che potevo».

Frank Dituri Con Chicca, Jones Beach, NY, 1993 (dalla brochure della mostra)

Frank Dituri, fotografo americano di origine italiana, era venuto in Friuli Venezia Giulia per una mostra sui luoghi di Pasolini, nel 2001.

Restai sorpreso dall’intensità lirica delle sue immagini, immediatamente non estranee alla poesia di Pierpaolo, una liricità che si misurava con un territorio di alberi, cespugli, acque, vecchi casolari e vecchie chiese secolari, il mondo in cui erano maturati, per esempio, versi come «La neif a cuiers la vignuta/ e la roja selesta/ a spiegla la Ciargna soreglada…».

Vidi che il contatto tra Dituri e Pasolini si era instaurato su una sensibilità molto affine della terra e della campagna, in cui l’uomo è parte, non padrone, e dove la reale consistenza delle cose – acqua, erba, la fila dei salici o quella degli arativi – si trasformava in cristallini ricami di luce, in un tutto svelato «che è anche, sacralmente, un tutto velato», come scrivevo nella mia recensione alla mostra.

Notavo insomma che in Dituri l’accessione a una sorta di “al di là” del reale avveniva per una via contraria a quella di Ciol, ma non meno efficace.

Là ampiezza nitidezza e fermezza, qua intensificazione e vibrazione, ma sempre per suggerire un “oltre”, per fare della realtà simbolo e metafora.

Questa impressione di fondo si confermò compiutamente nel 2013, quando riuscimmo a portare alla Sagittaria una grande personale del fotografo.

Si ritrovarono allora i due modi sostanziali del suo lavoro, da un lato la precisione minuta – per esempio un bosco invernale che si riflette in uno stagno – dove sono a fuoco tutti i particolari: era una precisione che generava un massimo di irrealtà per irresistibile contrasto con la totale ferialità del soggetto, il quale era condotto ad essere, nell’immagine, un luogo completamente sconosciuto e per la prima volta visto: quasi un luogo alieno.

E poi le immagini giocate sulla sfocatura e sul movimento, che perdendo la precisione definitoria, ancor più direttamente mettevano in dubbio una saldezza, che veniva avvertita come un fatto troppo assertivo.

Insomma Dituri metteva al centro del suo interesse una casistica visiva così ovvia e quotidiana, da essere pressoché invisibile e quasi sempre non vista, ma qui appunto si svelava la sua intenzione profonda: l’ovvio, il quotidiano, il banale semplicemente non esistono perché tutto, ma proprio tutto, sta nella luce e nell’ombra dell’interrogativo metafisico.

Danilo De Marco Diego Parabo, Attila
(dalla brochure della mostra)

Il mio primo incontro con Danilo De Marco – il fotografo udinese che ha centrato il lavoro di una vita soprattutto sull’interesse verso le condizioni d’esistenza delle classi subalterne del mondo, e sulla lotta da esse condotta per conquistare diritti e libertà – fu una mostra di ritratti presso la galleria dei Molini di Portogruaro, nell’ottobre del 1995.

Essa si intitolava Paesaggi interiori, e io scrivevo, nel testo di presentazione, che quei ritratti erano paesaggi interiori in un duplice senso, perché esprimevano quel che l’autore aveva capito della persona fotografata, e contemporaneamente perché dicevano anche quel che egli aveva capito di se stesso: è solo questa seconda comprensione, infatti, che permette la prima, togliendo il diaframma che sempre l’alterità presenta, e permettendo quell’osservazione coinvolta che realizza il contatto, la comunicazione, in una parola l’accoglienza.

In quel titolo insomma si esprimeva una poetica, un modo di stare al e di vedere il mondo, confermato in altre mostre e in alcuni bellissimi libri quali – cito a memoria – Messico guerra in Paradiso, Partigiani di un’altra Europa, I tuoi occhi per vedermi e, recentemente, Un tempo in Cina.

Conoscendo bene, dunque, questa tensione etica, gli chiesi di partecipare, nel 2020, alle iniziative del Festival Internazionale di Musica Sacra il quale, da parecchi anni ormai, accompagnava la serie dei concerti organizzati dall’associazione pordenonese Presenza e Cultura con tre mostre di arte visiva, che avessero attinenza con tema annuale del festival medesimo, nel 2020 incentrato sulla figura del “Padre”.

Gli chiesi di esporre i suoi ritratti di partigiani perché – argomentavo nello scritto di presentazione – se la figura del “padre” è stata molto spesso, nella storia, quella del “padre padrone”, ogni dittatore essendo un padre-padrone, la figura del partigiano, che si oppone al dittatore, rappresenta il padre positivo, colui che sa assumersi le sue responsabilità e, a rischio della vita, si impegna per la libertà.

La mostra, ordinata nella chiesa di San Lorenzo a San Vito al Tagliamento, si intitolava Negli occhi dei ribelli, a ben giusta ragione, perché la scelta di De Marco, in questi suoi lavori, è radicale: inquadrare solo il volto e, nel volto, focalizzare gli occhi, in modo che lo sguardo dei partigiani incontri necessariamente gli occhi dello spettatore e ne interroghi, oltre ogni schermo, la vita, mentre anche gli occhi partigiani, necessariamente, vengono interrogati da chi guarda.

La struttura, insomma, è frontale, è quella dell’icona: viene qui mimata una sorta di sacralità laica, che non ha riferimenti trascendenti, che poggia tutta sulla forza umana di una scelta a favore della libertà.

Così, dietro ad ognuno dei “paesaggi umani” che questi volti sottintendono – concludevo nella mia introduzione – «non è difficile immaginare pericoli, scelte, paure e decisioni che possono aiutare anche noi, oggi, a contrastare l’azione di coloro, uomini e governi, che nulla hanno imparato e nulla vogliono imparare dalle guerre e dei massacri del terribile “secolo breve”.