INNAMORATI LEGGENDARI IN PIAZZA OBERDAN
Fulvio Senardi. Il Ponte rosso n. 111 - gennaio 2025 | narrativa
In un romanzo di Christian Klinger ricostruita, con fantasia, la vicenda di due innamorati che ben si accorda col gruppo monumentale del Cantico dei cantici di Mascherini
di Fulvio Senardi
Gli innamorati di Piazza Oberdan
Una storia d’amore ai tempi del
nazismo
Bottega Errante Edizioni, Udine 2024
pp. 304, euro 19,00
Il libro di cui si parla: Christian Klinger, Gli innamorati di Piazza Oberdan – Una storia d’amore ai tempi del nazismo, BEE-radar, Udine 2024, [I ed. in tedesco, Picus Verlag (Austria) 2020]. Dei cosiddetti “innamorati di Piazza Oberdan” sappiamo poco più dei nomi: Laura Mulli e Pino Robusti. Studente di architettura quest’ultimo e vittima del nazi-fascismo nella Risiera di Trieste, da cui sono emerse, unica testimonianza di un destino, due lettere dell’aprile 1945, alla famiglia e a Laura. Da questa esilissima traccia Klinger – professione “giallista” – trae una vicenda che scorre indietro (fino a inventare un padre irredentista triestino, poi avvocato) per seguire passo passo il trionfo nella città giuliana della barbarie in camicia nera, esito costruito sulle buoni basi di un preesistente razzismo anti-slavo.
Notiamo innanzitutto che la cornice contestuale si appoggia, nel libro, su un’ottima documentazione: è scorsa così tanta storia nell’estremo Nord-est che la fantasia trova ampie praterie dove sbrigliare l’affabulazione ma è raro e degno di nota che la lunga corsa nei decenni rispetti, come nel caso di Klinger, i solidi apporti dell’annalistica. Con qualche esagerazione, ma certo perdonabile (le cronache di Trieste non registrano i fatti di sangue cui lo scrittore accenna in relazione al Natale fiumano, quando D’Annunzio venne sloggiato da Fiume, mentre invece il 1920 resta memorabile per l’insurrezione operaia di settembre nel quartiere di San Giacomo, che causò più di dieci morti). In qualche altro caso Klinger gioca la carte delle armonie prestabilite, mettendo le mani nell’ “enciclopedia” di quella triestinità da guida turistica i cui conti devono tornare: il padre di Pino, Vittorio, che desidera acquistare un libro entra, ovviamente, nella Libreria antiquaria di un certo Saba e ne esce, ovviamente, con Senilità, opera di un autore del tutto ignoto, ma fortemente raccomandato dal libraio (ma si tranquillizzi il lettore: non andrà poi a mangiare gli “gnochi de pan” alla “Civetta vecchia”, a due passi dalle macerie annerite del Narodni Dom, alzando lo sguardo in direzione del non lontano Porto Vecchio, dove il Magazzino 18 attende le masserizie degli esuli, ecc. ecc.) Nei narratori che intingono la penna nelle acque dell’alto Adriatico il colore locale detta legge, talvolta fino al ridicolo, e non possiamo che compiangerli: per i triestini la Storia della città è materia incarnata, per questa avventurosa gente di fuori è un diluvio di date, luoghi, eventi che devono tenere presenti per evitare il rischio incombente del passo falso. E irredentisti che strillano, boia che impiccano, confini che si spostano, palazzi che bruciano, manganelli che bastonano, foibe che si aprono, “martiri” falciati dal fuoco inglese, stay-behinders coinvolti in trame nere, ecc. ecc.: ce n’è, immagino, da perdere la testa…
bronzo, 1962
Trieste Piazza G. Oberdan
Ma veniamo allo stile che, negli Innamorati, è in genere di sconfortante banalità anche se non mancano momenti di grazia; tuttavia visto che si tratta di una traduzione sarebbe ingiusto esprimere un giudizio senza soppesare l’originale. Ciò che invece si può dire senza tema di smentita è che la scelta infelice e difficilmente spiegabile di una strategia narrativa di temporalità capricciosa toglie tensione al racconto, una qualità che almeno da un giallista ci si aspetterebbe: è la prescrizione poetico-stilistica che discende direttamente dalla collocazione di genere. Qui ogni capitolo ha una data e indica quanti giorni mancano al 6 aprile 1945, il momento in cui Pino è stato assassinato: nel capitolo del 22 marzo 1945, sotto la data che funge da titolo, vengono indicati «meno 15 giorni, giovedì» e in quello del 16 settembre 1929, «meno 5681 giorni, lunedì», e così via per 40 capitoli (i cinque dell’epilogo scorrono in successione). Modalità decisamente “random”, tanto che in un calendario così radicalmente scomposto tocca al lettore ricomporre i capi dell’intreccio, saltabeccando di capitolo in capitolo, operazione che costa fatica e contribuisce assai poco alla tenuta dell’insieme che risulta infatti sfarinato. Come per molti giallisti, convertitisi alla letteratura senza aggettivi, i personaggi tendono più alla silhouette che alla rotonda compiutezza di personalità psicologicamente indagate. Comprensibile in chi abbia a cuore la detection e il colpo di scena, e deve quindi tagliare le vicende a tratti veloci, meno una volta che si rinunci all’artificio della suspense, cercando in altre virtù narrative un robusto piano d’appoggio. Deludente, per un solo esempio, l’improvvisa scelta di campo di Pino che pare trovare tutto d’un tratto quelle convinzioni politiche che gli erano sempre mancate: «a poco a poco dentro di lui cresceva qualcosa, una consapevolezza che si diffondeva come un virus nel suo corpo. Era stato colto da un proprio personale patriottismo […] A ogni ora che passava la sua testa era sempre più dritta ed orgogliosa». Bello farlo morire persuaso, e su un orizzonte di valori che ci appartiene, ma forse un po’di rincorsa etico-ideologica avrebbe giovato.
Si direbbe che Klinger abbia tentato di giocare la carta dell’affabulazione a radice storica (penso a Scurati, ormai assurto al ruolo di super-esperto del fascismo sui grandi-piccoli quotidiani italiani), dove, sull’orizzonte di vicende perfettamente note, contano l’illustrazione del retroterra politico e morale, il chiaroscuro psicologico e, avendone capacità, i virtuosismi della lingua, in direzione, volesse Dio!, di qualche eccitante “pasticciaccio”. Operazione che non riesce lasciando nel lettore, in me almeno, una sensazione di scommessa non riuscita. Aggiungo – ma vale grossomodo per tutto la schiera di questi giallisti dell’apostasia – che i rapporti tra i personaggi si sviluppano sul piano di una banale quotidianità tutta schiacciata sulla prassi, modellando una relazionalità ben calzante con un realismo delle piccole cose non troppo dissimile da quella narrativa contro cui si scatenava, invocando approcci innovativi, l’ironia del Pirandello del Fu Mattia Pascal: «il signor conte si levò per tempo […] La signora contessa indossò un abito lilla […] Teresina si moriva di fame […] Lucrezia spasimava d’amore».
Negli Innamorati vediamo i personaggi agire, dialogare tra loro, esprimere delle (poche) opinioni, mai che si accenda però la scintilla di una riflessione più elaborata, il fuoco di un dibattito su qualche tema del giorno (su una canzone, un libro, uno spettacolo, ecc.), uno scambio di idee sulla politica, la religione, la cultura, ecc. Il fastidio per il fascismo e i fascisti da parte di Vittorio, il personaggio più approfondito – un avvocato, si badi bene – è tutto istintivo, nutrito, sembrerebbe, di antimilitarismo, di avversione alla violenza, di rifiuto verso gli opportunisti e gli arrivisti. Ma nulla di ciò viene mai messo a tema. Tutta una dimensione dell’esistere e interi campi di pensiero vengono smorzati a beneficio di un naturalismo di scarsa potenza e di piccole ambizioni. Comprensibile che uno scrittore che ha abituato i suoi lettori alle modalità del “giallo”, non voglia, da un lato, scivolare nel romanzo di idee con il rischio del racconto filosofico, dall’altro tracimare in un romanzo-saggio con il pericolo dell’enciclopedia. L’editore non lo consentirebbe e il pubblico gli volterebbe le spalle. Non è compito suo, ma di quei libri che Gianluigi Simonetti chiama “letterari”. Ma occorre chiedersi, il prezzo da pagare è proprio quello di raccontare la vita di bestioline affannate che mangiano, lavorano, dormono, si innamorano, piangono, muoiono e poco più, senza che riescano mai a problematizzare, negandosi accesso a più complesse dimensioni culturali, spirituali ed espressive? Sarà pure, come scrive D’Annunzio in una delle sue poesie più belle e meno conosciute, che «il pensiero ha per cima la follia», ma un po’ più di densità in quelle loro testoline da “uomini qualunque” sarebbe stato proprio un male?
