COMISSO A FIUME CON D’ANNUNZIO
antologia | Fulvio Senardi | Il Ponte rosso n. 109 - novembre 2024
Raccolti in un volume testi editi e inediti dell’autore di Treviso, nati dalla sua esperienza nella città quarnerina al seguito del Vate
di Fulvio Senardi
Italia ingrata. Scritti da Fiume
a cura di Alessandro Gnocchi
La nave di Teseo, 2024
pp. 368, euro 22,00
Mette le lente su Comisso scrittore del periodo fiumano il libro curato da Alessandro Gnocchi, caporedattore-cultura del Giornale, Italia ingrata. Scritti da Fiume (La nave di Teseo, 2024), in cui sono raccolti editi e inediti sgorgati nel periodo in cui Comisso, distaccato a Fiume nelle truppe regolari, scelse poi di disertare per unire le sue sorti a quelle del Comandante; mosso da istanze confusamente politiche ma soprattutto in nome della bellezza i cui valori vedeva realizzati nella città quarnerina sotto la reggenza di Gabriele D’Annunzio, improvvisatosi reggitori di popoli sulla traccia quasi di quel Cola di Rienzo di cui aveva scritto nel 1905. Di quel periodo confuso e fecondo l’opera principe che Comisso consegna ai posteri è sicuramente il diario lirico Il porto dell’amore (1924), di cui Montale scriveva nel 1926 assomigliandolo al «vento di malattia e allo scampanio di parole» dei Canti orfici di Dino Campana. E come in quell’opera maggiore, per seguire ancora Montale, i frammenti qui raccolti cantano «la giovinezza che l’esperienza sconsacra e incenerisce», «le primavere del sangue» che trovano una voce «carnale e febbrile che avvampa e trascolora».
A guardare nel loro insieme i testi confluiti nel volume colpisce un produttivo pendolarismo tra una sensualità che tende a scorporarsi in un divagante lirismo impressionistico al di qua di ogni messa a fuoco concettuale e l’ambizione di definire idee e valori seguendo la falsariga di quel nietzschianesimo di riporto di cui D’Annunzio era stato il più orecchiabile esponente italiano: l’Italia dunque come forza spirituale che reagisce con l’impresa di Ronchi al materialismo dell’Europa. Dove spirituale sta per ideali nazionalistici spinti fino al sacrificio (un concetto che sarebbe piaciuto a chi oggi governa l’Italia) e materialismo europeo significa invece il feticismo dei trattati che farebbero il gioco dei grandi interessi economici delle nazioni, si sarebbe detto di lì a qualche anno, “plutocratiche”. Utile aggiungere che, coerente con questo mondo opaco di interessi inconfessabili, è il “materialismo democratizzato” (qui a p. 117, in un articolo della rivista Yoga, fondata da Comisso e da Guido Keller, una delle più affascinanti teste calde fra legionari, ma che riuscì a sopravvivere per solo quattro numeri) cui si sogna di contrapporre un’aristocrazia dello spirito che deve formarsi in nome dell’arte e del culto della bellezza. Umanità superiore di cui, va da sé, la “razza italica” è chiamata ad essere annunciatrice ed interprete, visto che «come venga considerata all’ombra dei secoli, appare centro di un fuoco», e «questo fuoco è spirito», ed è «eternità […] garantita dalla nostra terra che è in se stessa la terra dello spirito»; specificando che «doni dello spirito e mezzi di dominio della nostra razza» sono la «superazione [sic] della materia in una gioia leggera e senza nome, la creazione di armonie e di numi» (p. 124, di nuovo da Yoga). Parole e concetti che nascondono un sottosuolo politico il cui baricentro oscilla e si sposta nel continuo rilancio sul tavolo dello “spirito” di formule di evidente angolatura, con alchimia fumistica di cui lo scrittore è lui stesso prigioniero prima che astuto affabulatore.
Fiume, 1919
Tra le opere riproposte in Italia ingrata c’è Solstizio metafisico, già pubblicato nel 1999, di cui il curatore coglie giustamente lo «strano effetto di sbilanciamento» tra il lirismo che culmina in effetti di “rivelazione” e un “mondo prosaico”, con la «natura indifferente spettatrice» (p. 183). Qui si fa palese da un lato il tentativo di sfarinare la materia in un flusso di immagini e suoni, seguendo i modelli della più recente poesia e del Notturno di D’Annunzio, dall’altro quel mito della bellezza maschile che il corpo finisce inevitabilmente per ritrovare, sullo sfondo di un difficile equilibrio tra cameratismo e omofilia: «L’uomo avvolgeva con bende dolcemente e adagio il compagno seduto ferito alla testa. I due corpi ogni tanto si sfioravano e le mani nello svolgere le bende passavano carezze sul capo. Noi vedemmo incantati la gentilezza di quei due uomini mutarsi a poco a poco in un silenzioso piacere d’amore» (Solstizio metafisico, XXXIV, p. 198).
Nel complesso una scrittura impressionistica e visionaria, “metafisica” forse non solo per simpatia nei confronti degli ammirati De Chirico e De Pisis ma anche come segnale esplicito della volontà polemica contro ogni forma di realismo, considerato capace, nel migliore dei casi, di mostrare la crosta della realtà, la sua veste più superficiale e caduca; presa di posizione probabilmente alimentata anche da un ricordo di quelle spiritualizzanti teorie simbolistiche (penso ad Angelo Conti di cui anche D’Annunzio è stato brevemente seguace) che promettevano, a partire da certo schopenhauerismo alla moda fra Otto e Novecento, di svelare il segreto mistero delle cose, illuminazione possibile però soltanto agli adepti della religione dell’arte (erano gli anni in cui anche in Italia si era pronti a giurare sul dogma di Walter Pater: «ogni arte aspira alla condizione della musica»).
Da queste premesse discende qualche bel risultato di poesia in prosa che rimanda al mallarmeano tempo sospeso: «Contro il mio volto s’accende il fuoco del sole e rimango insensibile a guardare la vita come fosse un’antica stampa. Il dopo mezzogiorno allontana i monti sul piano ed il silenzio ricchiude [sic] la fessura fatta nell’aria da una sola vespa che passa» (Solstizio metafisico, XXXI, p. 197). Prosa scarnificata, indubbiamente arretrata rispetto ai miracoli di Ungaretti poeta-soldato ma perfettamente in linea con un impressionismo vociano ben assimilato e che già guarda all’ascetica compostezza della Ronda. Ancora un campione, da Fiume dell’aprile 1920, lacerto che Comisso ripubblicò nel 1957 e che il volume di cui scriviamo riporta a p. 294: «Intermezzo: Gli uccelli si sentivano per i viali fioriti di foglie appena finita la pioggia. Qualche grande palazzo apparve dal mezzo di un bosco e dentro si pensa ad annoiate famiglie di principi antichi. Ci consola vedere dietro alle finestre delle case borghesi puliti i bianchi merletti. Ritornò a piovere sule foglie sonore e al di là dello steccato giù sulla sabbia si vide i marinai presi da una felicità terrena correre a bordo della loro nave».
Scorrevole e competente l’Introduzione, la postfazione e i commenti del curatore, con qualche minimo svarione che la redazione avrebbe potuto correggere (ma ormai lo sappiamo, i redattori della Nave di Teseo sono costantemente in sciopero mentre l’editore continua ad allargarsi sul territorio letterario a cerchi sempre più ampi), tipo: «fin dal 1915, il Vate ha tenuto orazioni fulminanti sulla necessità di conservare l’Istria e la Dalmazia», p. 28 (“conservare”? L’”Istria”?, mai negata all’alleata dai vincitori, nonostante il tentato sgambetto di Wilson nel 1919!), e qualche uscita francamente (e credo involontariamente) spassosa, tipo: “la Fiume libertaria di Gabriele D’Annunzio attrae l’umanità più varia: disertori, idealisti, artisti, poeti, avventurieri, pazzoidi, futuristi, arditi, anarchici omosessuali, lesbiche, nudisti, cocainomani, banchieri, massoni, economisti, sindacalisti, cattolici, studiosi, contrabbandieri, traditori, spie, ladri, eroi di guerra, aviatori, signore, puttane, pianiste, ballerine» (36). È l’eterogeneo fatto parola, senza lo sforzo di un minimo ordine, con quel gustoso “banchieri” a fianco di “cocainomani” e le “signore” poi declinate in “puttane, pianiste, ballerine” che suona invece fastidiosamente maschilista.
