GRAMIGNA DELL’EDEN
Il Ponte rosso n. 129 -luglio-agosto 2026 | poesia | Roberto Dedenaro
di Roberto Dedenaro

Gramigna dell‘Eden
introduzione di Antonella Bucovaz
Kappa Wu, Udine 2026
pp. 96, euro 12,50
Dopo Fiori rossi dal treno del 2022, Maurizio Benedetti esce con una nuova raccolta per l’editore Kappa Vu, il titolo questa volta è Gramigna dell’Eden, impreziosito da una prefazione di Antonella Bukovaz, altro autore ben noto nel panorama regionale.
La poesia di Benedetti può, a prima vista risultare spiazzante: d’altronde sin dal titolo appaiono accostamenti inauditi, ossimori stralunati percorrono i versi e non manca nemmeno un vasto bestiario fantastico di animali esotici e domestici a popolare queste pagine. Ma se uno non si spaventa, anche a sentirlo leggere dal vivo l’impressione può essere analoga, perché Maurizio è grande, gesticola e ha una voce sonora, la sua lettura sembra quasi una performance, forse non voluta, forse voluta.
Forse bisognerebbe dire che c’è anche una lotta fra un mondo popolare, dentro a questi versi e un tentativo di sua nobilitazione con rifermenti quasi infantili in cui il linguaggio diviene anche non sense e la voglia di portare tutto di sé e tutto questo bagaglio nell’età adulta. Come ci dice la biografia alla fine del volume, Benedetti è nato a Berna ma vive ad Ara di Tricesimo, ed è friulano ad occhio direi al cento per cento, tanto che una parte della sua produzione è in dialetto e per dare un parere così, senza tanto pensarci su, mi pare che questi testi, in dialetto appunto, abbiano un sapore diverso, più disteso e narrativo tanto che qualcuno potrebbe leggerli come uno dei punti alti del libro. Altrove, – il volume è diviso in quattro sezioni: Cerco Pace, Periferie, Doberdan, Vonde Satu! – le immagini si complicano di bizzarri riferimenti al mondo animale come quelle di un moscerino che ragiona su Confucio o di uno scarafaggio che parla di un nipote a voce bassa. Ma come nota anche Antonella Bukovaz nell’introduzione, pure gli oggetti si animano e partecipano a questo mondo strano in cui tutto sembra parlare. Le grondaie, ad esempio, fanno domande e si danno risposte, il tovagliolo indaga le dinamiche della luce. Che nel quotidiano, nel mondo, negli oggetti e nella natura ci fosse anche il meraviglioso se ne erano resi conto, per dire la verità, già i romantici e se pensiamo ad alcuni esempi pittorici, di zoologie particolari possiamo annoverare un certo numero d’esempi. Il paradossale che diventa normale diventa quindi una proposta per un’umanità in cui lo strano, è forse l’unico modo per essere umani e trovare una strada, mentre incombe la minaccia di universi tecnologici disumani.
Non manca un accento quasi veristico per designare figure di paesani che sembrano eroi omerici, ali o centravanti capaci di mirabilie con il pallone, eroi di questa periferia popolare in cui la vita contadina, già profondamente mutata, rischia di sparire, lasciando aperta la porta a paesi dormitorio, a tecnologie, come si detto, poco umane. Qui più che opporsi si cerca di dare un senso a ciò che sta avvenendo, alla realtà non piacevole che ci sta incontro e alcune volte incomprensibile, alla scienza che non sembra in grado di fare l’operazione di conferire senso più e meglio della parola. La Bukovaz scrive che «questa strategia poetica concede alla parola una vitalità dadaista». Forse è vero, ma qui non riesco a trovare provocazione nemmeno troppo gioco intellettuale, piuttosto un bisogno di pietas perché tutto, tutto abbia una sua attenzione. Non per nulla l’ultima lirica della raccolta, scritta in dialetto friulano intitolata L’invidie, (L’invidia), torna sulla figura dell’insegnante che non ha capito e non ha mostrato nessuna pietas appunto, allo studente fuori dalla norma, come se davvero esistesse una norma in cui sistematizzare lo studente e rinchiudere l’insegnante. Alla fine Maurizio Benedetti ce l’ha fatta a lasciare un segno, forse piccolo, forse grande, il suo insegnante, con le sue false certezze, molto meno. E così alla fine, dopo aver letto questa raccolta di poesie, forse siamo anche noi un po’ più pronti ad incontrare un ghepardo fluorescente e il tacchino che suona l’arpa, in fondo è solo il mondo. Che è quello che ci appare.
