PAGINE DI STORIA MESSE IN SCENA

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Marinetti rivisitato da Edoardo Sylos Labini e Sabatti riletto

da Elke Burul

di Fulvio Senardi

Edoardo Sylos Labini
foto di Andrea Paolotti

Marinetti rivisitato da Edoardo Sylos Labini

Una cattedra che spicca per i contorni luminosi, un grosso registro che attende la mano del maestro, come nelle più stucchevoli “lezioni” di Mauro Covacich, e ai lati losanghe di luce con i colori acidi di una modernità al neon: così la Sala Bartoli all’inizio della pièce dedicata al fondatore del Futurismo, Ma qui, ad animare lo spettacolo permettendo al pubblico di rivivere qualche episodio della vita di Filippo Tommaso Marinetti e di ascoltare una scelta dei suoi slogan più famosi, è Edoardo Sylos Labini, ben altrimenti padrone della scena, con i guizzi, movenze e marcette (e panciotto futurista) del perfetto istrione, accompagnato dalle musiche del maestro Andrea Stanisci, grondanti di sentimentalismo del chiaro di luna come avrebbe detto con una smorfia FTM, sostenitore invece del “rumorismo” (il frastuono delle macchine, le dissonanze, ecc.).

L’orizzonte interpretativo è limpidamente enunciato, come ci si può attendere da chi è da tempo all’opera per spostare a destra l’egemonia culturale (ha avuto perfino il temerario ardimento di portare sulla scena Il sistema di Sallusti e Palamara): Marinetti dunque è un “genio italiano” (e cosa se no?, visto che in Democrazia futurista, 1919, lo scrittore affermava che in Italia c’è una “quantità enorme di individui geniali”, aggiungendo però, “su 1000 slavi vi sono due o tre individui”); ha buttato all’aria le consuetudini di scrittura e di fruizione con il gesto rivoluzionario dell’innovatore, anticipando Pirandello per come fa crollare, nei suoi spettacoli, la “quarta parete” lasciando entrare la Vita nel teatro (e Labini si lascia ispirare e trascina sul palcoscenico con simpatica verve due spettatori presi a caso), ha preparato la rivoluzione informatica preconizzando libri fatti di metallo capaci di registrare migliaia di parole, ha incensato con le tecniche dell’aeropittura gli aviatori italiani della razza dei Balbo, il trasvolatore atlantico, ed esaltato – ma non scandalizziamoci, eh!, nel 2024 – la guerra “sola igiene del mondo”. Anche qui anticipatore del tempo presente, quanto spregiudicato cantore del suo, la stagione terribile della Grande Guerra. Tanto che per non smentirsi, brandendo insieme al fucile il vessillo futurista di impeto, velocità e movimento, si è messo al seguito dell’esercito che andava in Etiopia a massacrare, e in Russia a farsi massacrare. Scandiscono lo spettacolo quattro stacchi con il compito di sintetizzare il cangiante contesto storico, immagini proiettate sul sipario ondulato, con involontario effetto, appunto, futurista, e commentate da una suadente voce femminile, come in un programma di storia su Rai 5. La ruvida amicizia di Marinetti con D’Annunzio – quel “passatista” che lo conquista quando si fa signore di Fiume, creandovi uno staterello tagliato sulla propria misura – e con Mussolini, al cui fianco resterà fino in fondo, nonostante non amasse il suo alleato germanico e l’opportunistico antisemitismo, sono le mosse più clamorose di Marinetti sulla scena dei potenti.

Aveva cercato in politica una sua strada, che l’insuccesso elettorale del fascismo sansepolcrista gli sbarra senza appello. Da corifeo si fa dunque gregario, e ne viene ricompensato con la feluca e lo stipendio di Accademico d’Italia, senza che mai però il fascismo prestissimo convertitosi alla magniloquenza del classicismo littorio, riconoscesse nel futurismo la sua voce ufficiale. Aderirà perfino alla Repubblica di Salò di cui non vide però l’epilogo, morendo nel 1944, fedele fino all’ultimo al suo impegno di Tirteo adulatore, vedi il Quarto d’ora di poesia della X Mas. Ma c’è anche un Marinetti diverso, dietro le mosse spavalde del contestatore per partito preso. Sylos Labini ce lo fa vedere, con un filo, si direbbe, di intenerimento: è l’uomo che sa apprezzare le gioie della famiglia, avendo a fianco la moglie Benedetta e le tre figlie Vittoria, Ala e Luce. Bella incursione nell’intimo che corregge la figura di un intellettuale troppo narcisista, troppo trombone, troppo tutto.

Pierluigi Sabatti Un ottobre a Trieste MGS Press, Trieste 2004
pp. 128, euro 11,00

Vola colomba: Sabatti riletto da Elke Burul

Non è stato un impegno facile, ma Pierluigi Sabatti e la compagnia che ha dato corpo e parole alla sua visione, l’ha superato nel migliore dei modi. Rimodellando il romanzo del 2004, Un ottobre a Trieste, e sulla falsariga dello spettacolo che ne è stato tratto nel 2007 (Vola Colomba, alla Contrada, con regia di Macedonio), la pièce che si è vista il 30 ottobre al Teatro Bobbio (e che mantiene il titolo del 2007) ha saputo evocare il clima infuocato di Trieste in attesa dell’Italia, a conclusione di una vicenda internazionale che aveva visto l’accentuarsi delle tensione con la confinante Jugoslavia, così accesa da far temere lo scoppio di una guerra (e che non fosse solo scenografia lo hanno confermato le ricerche di Federico Tenca Montini). Finiva così il lungo periodo di amministrazione internazionale della città giuliana e del suo fazzoletto di terra in cima all’Adriatico (1947-1954), secondo quanto stabilito dal compromesso del Memorandum d’Intesa del 1954, che assegnava “provvisoriamente” all’Italia la zona A del Territorio Libero e alla Jugoslavia la zona B (con il Trattato di Osimo del 1975 il provvisorio diventò definitivo). Sono vicende che si cominciano a conoscere perfino a ovest dell’Isonzo, anche grazie all’istituzione del Giorno del Ricordo che ha portato qualche risultato positivo (insieme a effetti meno graditi, come certi rigurgiti di astiosa slavofobia).

Sabatti, dimostrando grandi doti di equilibrio e di pietas, mette in luce, sullo spunto delle divisioni all’interno di una famiglia e del suo ambiente, le articolate e perfino contrapposte prese di posizione dei triestini, con qualche istruttivo salto all’indietro (l’età imperiale, il fascismo, le leggi razziali e la persecuzione degli ebrei) per mostrare le ferite mal rimarginate che, in quel 1954, continuavano a condizionare l’opinione pubblica. Varietà di opinioni che Sabatti incarna in personaggi di credibile sostanza umana, all’interno di una famiglia molto ramificata e la cui sostanza affettiva è insieme veicolo e freno delle contrapposizioni, evitando da un lato il pericolo del personaggio-manifesto, silhouette che esiste solo in quanto portavoce di un’idea, dall’altro di estremizzare fino all’inconciliabile lo scontro politico-ideologico. C’è dunque Ariella Reggio, vera beniamina del pubblico del Bobbio, a tener vivo, interpretando Mariza, il ricordo della Trieste giallo-nera del buon tempo antico, Maurizio Repetto nel ruolo del padre, nostalgico della natia Parenzo, orgogliosamente democristiano e fieramente anti-comunista, cui si contrappone il cugino (Adriano Giraldi), convinto invece che un vero rispetto tra le diverse anime etno-culturali della città potesse garantirlo solo il Territorio Libero, e con una figura femminile (Marzia Postogna), la madre, capace, come spesso le donne, di contenere, moderare, mediare. Un’altra variante trova sostanza nel personaggio di Olga (Elke Burul, che è anche titolare di una regia che ha ben orchestrato la squadra attoriale, abilmente ridotta rispetto al 2007) a rappresentare quei concittadini di lingua slovena che avevano ragione di temere che il nuovo arrivo dell’Italia finisse per assomigliare troppo a quello del ’18, con tutto ciò che ne era seguito. Da qui il suo fastidio nei confronti del “carneval” dei festeggiamenti dell’ottobre 1954, con la folla in delirio nelle piazze, le automobili e le motorette a dar di clacson per le vie, i bersaglieri “sbrazzolai” e perfino spiumati per conservare un souvenir della giornata (della quale si vedono sullo sfondo alcune immagini concesse dalla Fototeca dei Civici Musei). Decisivo nel cast Giacomo Segulia, in un ruolo simpaticamente pendolare, un po’ Ninetto, il figlio di sette anni della coppia, un po’ narratore; compito che svolge con una simpatica spigliatezza che contribuisce non poco al successo dello spettacolo. Il cui gradevole versante musicale è animato dal brioso Riccardo Zannier, che interpreta con vivacità canzoni degli anni Cinquanta, accompagnato dal maestro Toni Kozina.