Siamo parole

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Nella poesia di Tristano Tamaro l’idea di una sfida permanente con i capricci della sorte

di Enzo Santese

 

A un anno dall’uscita dell’ultima raccolta, è stata pubblicata adesso dall’editore Battello nella collana di poesia “Asteria” la nuova opera di Tristano Tamaro, Siamo parole. Quella precedente, Oggi è un buon giorno, nella sua chiara immediatezza, è la messa a fuoco lucida nella definizione di un nuovo punto d’arrivo nell’orbita vitale, disincantata nella sistemazione logica di un archivio personale denso di ferite rimarginate soltanto in superficie. I testi della silloge sono l’indicazione di percorso anche psicologico nelle trappole esistenziali che esaltano a dismisura la difficoltà del vivere, ma che danno continuo alimento anche all’idea della sfida, intesa come presa di coscienza delle proprie forze nelle prove, sia quelle necessarie, sia quelle deliberatamente scelte come sorgenti di senso autentico dell’andare in armonia con il tempo. Il pensiero di Tristano Tamaro tradotto in poesia è il riverbero di una visionarietà che è il dato fondante della sua scrittura. Consapevole di essere “superstite” da varie possibilità di naufragio, l’autore triestino si affida alla velocità di un immaginario che lo trasporta spesso a colloquiare con le stelle, interlocutrici privilegiate di un dialogo inesausto con le energie dell’universo. La principale delle quali è la presenza/assenza di Christian, il figlio scomparso in giovane età che, peraltro, continua a vivere nella mente e nell’anima del poeta popolando i silenzi, dando una tornitura di bellezza ai luoghi frequentati, illuminando le notti più nere, suggerendo spunti di riflessione anche fuori dalla dimensione familiare.

Una vita scossa da avvenimenti drammatici e da situazioni dolorose non è per lui motivo sufficiente per fuggire o ritirarsi in un’area di passiva

rassegnazione, anzi è la molla che suggerisce l’impegno di sé in prove di sport, dove il pericolo è deterrente troppo debole per impedirgli di competere prima di tutto con se stesso, poi con gli altri. Dimenticarsi di esistere / per correre dentro la vita (Formula 3), così si spiega almeno in parte la passione per la velocità – sia con le macchine da corsa sia in pista di atletica – e la voglia di cimentarsi in discipline estreme, come il canyoning. Il tutto è incasellato in un grande amore per la vita, dove le rinunce e le sofferenze sono il sale di un affetto viscerale per il respiro dell’esistenza. Il fluire a volte ambiguo del sentimento del tempo trova quiete momentanea nella pagina, una lente capace di ingrandire costellazioni, persone ed eventi del passato che ritornano presentandosi in una sorta di spartito del destino, da cui il poeta ricava una musica che è anestetico del vivere e combustibile di avventura. E la sua espressione, coerente con l’equilibrio compositivo, conosce esiti e tragitti mutevoli che confluiscono peraltro sempre in un ritmo poetico dall’andamento variabile, disteso in una sobrietà verbale nel tono narrativo scintillante e immaginifico, vibrante di una pregnanza metaforica quando allude a orizzonti diversi da quelli letterali delle parole. C’è indubbiamente sullo sfondo il dato di un dolore inestinguibile che viene talora esorcizzato da uno sguardo volutamente distaccato che gli consente di non scivolare in territori dell’elegia. Nella raccolta Oggi è un buon giorno, è naturale cogliere il frammento di speranza di Tristano Tamaro, impegnato a sfidare il destino con l’umiltà di chi sa di poter soccombere ma con la forza sufficiente a deviare il corso di tale eventualità. Ma è ora di scuotersi; / mi alzo, apro la scatola delle magie / e pesco qualcosa da fare / nella spuma sottile del domani. (“5 luglio”).

 

Antinomie e assonanze

Il riflesso leggero dell’assenza

Siamo parole è affermazione capace di inquadrare la corrispondenza diretta tra il soggetto creante e la sostanza verbale con cui esprime la sua individualità e riaccende la comunicazione con i lettori alimentando il suo amore per la poesia con i pungoli dell’ironia, che amplia il ventaglio dei propri toni dallo sguardo problematico sul rapporto con il tempo, alla considerazione dell’“esserci” nella fisicità, nella sfera di un infinito appena percettibile, nel discrimine fra la vita dei sensi e quella dei sovra-sensi. In tal modo attraversa i luoghi significativi della personale mappa di ricordi, si “perde” nell’evocazione degli affetti, si “cerca” nella miriade di suggestioni che il paesaggio esterno gli propone (con parallelismi continui, anche in forma implicita, tra gli stati d’animo e il mondo circostante), si “ritrova” ogni volta che considera il passato come un credito che la fortuna gli dovrebbe riconoscere. L’autore triestino sembra avere un punto di riferimento – per lui “tangibile” – in un aldilà come sponda essenziale per gli affondi di una visionarietà che è anche motore utile ad alleggerire i gravi effetti di un quotidiano dominato da un’assenza. Il figlio scomparso in giovane età è il paradigma di una perdita tramutata, paradossalmente, in presenza sollecitante dentro il ritmo di una poesia che sgorga da una fonte, il poeta stesso, capace di autoalimentarsi con il prelievo memoriale, una sorta di lente d’ingrandimento dei dettagli fisionomici dei sentimenti, costantemente corroborati da un colloquio con se stesso o con un tu generico denso di stimoli intellettuali.

L’autore ha imparato sulla propria pelle che “il buio / è solo un colore in esilio / e che si è sempre a un passo / dall’incontrare un segreto”, come dire che nelle situazioni più drammatiche c’è comunque la possibilità vera di riemergere da uno stato di prostrazione ed esigere la quota di felicità mancante. È una via battuta per arrivare alla neutralizzazione del negativo e avviare quel processo di rinascita utile, dopo ogni rovescio, a disattivare le forze che inibiscono il riscatto.

La tessitura delle composizioni talora ha il respiro lungo di una confessione sui battiti più interni della coscienza, distendendosi in ritmi dove la forza morbida dell’espressione oppure la calda energia del verso emergono nel contatto con le realtà sempre vive, come presenze pulsanti con cui l’autore dialoga continuamente anche in forma ellittica.

Ma nella riflessione di Tristano Tamaro c’è sempre il rimando alla luce come fattore atto a rischiarare un percorso, attraverso cui liberarsi dalle oppressioni del vivere quotidiano: “E vado avanti a morsi e fiori / sfogliando un codice di vita / che conosce sconfitte, ma non ammette rese. So soltanto che dietro / l’ultimo, lontano orizzonte / voleranno sempre / occhi nuovi di bambini.

La consapevolezza di Tamaro parte da un’amara considerazione della concretezza storica, scaturigine degli accadimenti che hanno inciso sulla sua sensibilità. Appunto per questo la poesia è il combustibile per un viaggio inesausto nei territori dell’immaginazione, dove è consentito svincolarsi dalle regole gravitazionali e dare corpo a tensioni ideali ardite, a desideri improbabili, a sogni anche avventati. E poi c’è la questione del tempo che macina le sostanze più segrete ma che può essere esorcizzato nelle sue punte inesorabili proprio con lo slancio onirico.

Interessante è l’assonanza con quanto dice Pier Paolo Pasolini: “Non si lotta solo nelle piazze, nelle strade, nelle officine, o con i discorsi, con gli scritti, con i versi; la lotta più dura è quella che si svolge nell’intimo delle coscienze, nelle suture più delicate dei sentimenti.” Alle soglie dell’età matura Tristano Tamaro ha assunto la sfida come strumento di prova della propria resistenza ai colpi della sorte, con la quale ama ingaggiare una personale gara ben sapendo che “solo il cuore batte più forte / per ogni cenno di coraggio / che illumina per un attimo / la nostra breve eternità.”

 

 

Copertina:

 

Tristano Tamaro

Siamo parole

Battello stampatore

Trieste 2018

  1. 160, euro 15,00