L’OCCIDENTE POSSIBILE DI ARTURO PICCA

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di Michele Ramunno

Aprile (serie Sogno Occidentale)
acrilico su tela 80×80 cm,
2025

Trieste, Sala Comunale d’Arte. Dal 25 marzo al 12 aprile, la personale di Arturo Picca ha offerto assai più di quanto il titolo, “Sogno Occidentale”, lasciasse presagire: ci si aspetterebbe la messa in scena ironica del sogno che diventa incubo, il desiderio di dominio che si rovescia in catastrofe. Sarebbe stato comprensibile, persino doveroso visto quanto accade nel mondo. Ma anche scontato.

Picca, invece, sorprende. Il suo “sogno” non è l’ideale tradito, né la promessa infranta del progresso. È qualcosa di più sottile e radicale: la tensione interna al desiderio stesso. Quella spinta verso l’ignoto che è anche paura dell’indefinito, e che genera al contempo l’ansia di esplorare e il bisogno di protezione.

Nei suoi quadri, tale contraddizione si incarna in una figura spaziale ricorrente: ambienti domestici – un bagno, una stanza – ai quali vengono letteralmente rimosse una o più pareti. L’interno si fonde bruscamente con l’esterno, provocando uno spaesamento metafisico che ricorda De Chirico o Magritte. E l’esterno è sempre, scelta felice, il mare: bellezza e sconfinatezza, incanto e smarrimento. Siamo vicini al sublime romantico, ma con un’aggiunta decisiva: il bisogno di protezione, rappresentato da forme geometriche squadrate, architetture rigide che trattengono lo sguardo prima dell’abisso.

Picca, però, non si limita a una fenomenologia del desiderio. C’è anche una critica, lucida e malinconica, al tempo dell’Occidente. Un muro vecchio e scrostato reca la scritta new. Un edificio per mostre contemporanee espone la parola contemporary. Il nuovo, la moda, l’attuale invecchiano troppo in fretta. Diventano subito reliquie di se stessi.

Contemporary (serie Sogno Occidentale)
acrilico su tavola, 70×70 cm.
2022

L’artista pare suggerire un recupero di uno sguardo eterno, o almeno duraturo, contro la foga del moderno. Ma attenti: il desiderio di protezione – e dunque lo sguardo al passato, la ricerca di un’identità – non produce qui una chiusura. Al contrario. È proprio a partire da una radice salda, da un “dentro” riconosciuto, che si può aprire all’altro senza annichilirsi. L’Occidente, negli ultimi decenni, ha creduto di doversi aprire e basta, rinnegando se stesso fino a rischiare l’evaporazione. L’arte di Picca propone invece un’apertura sana, possibile, che non è rinnegamento ma traduzione. Ecco la vera novità della mostra: un nuovo sogno occidentale che non si vergogna della propria identità, ma nemmeno la trasforma in fortezza.

Eppure, l’opera di Picca non è mai ideologica. È vera arte – in senso heideggeriano – perché “apre un mondo”. Non si limita a proporre una tesi: la incarna nelle immagini. Si veda Aprile: pochi elementi, eppure la primavera è lì, intera. Non solo vista, ma sentita, odorata, ascoltata. Un’immagine che attiva tutti i cinque sensi, più quello dell’equilibrio e dell’armonia.

Lo stile di Picca è inclassificabile per eccesso: realista e surrealista, impressionista e metafisico. Il quadro Archi è di una potenza che richiama direttamente De Chirico, con quella sua attenzione alla classicità che lo rende paradossalmente realmente contemporaneo. Paradossalmente, sì: perché è proprio lo sguardo costante al passato che permette all’artista di inserirsi nel discorso storico, di contribuire al cammino dell’arte. Non negazione, non rottura furiosa, ma possibilità.

Picca ama definirsi “possibilista”. Né tragico né ingenuamente positivo. Possibile, appunto. Una nuova possibilità per l’arte figurativa. Una nuova primavera artistica per un Occidente che forse, bruscamente, si sta risvegliando da quel medioevo di post-storicità che aveva preso vita nel Novecento.

“Sogno Occidentale” è il sogno di una civiltà. È il sogno di un’altra arte. E di un’altra Storia.