LA GUERRA DI VENEZIA E LA PACE DI JUDITHA
Il Ponte rosso n. 129 -luglio-agosto 2026 | Luigi Cataldi | MUSICA
L’oratorio latino di Antonio Vivaldi e l’unico superstite di quattro da lui composti
L’autore del testo e Jacopo Cassetti, probabilmente originario di Monselice, noto solo come autore di oratori
La vicenda biblica e narrata nel Libro di Giuditta, che si trova fra i libri storici del Vecchio Testamento
di Luigi Cataldi
collezione privata
Sono passati 310 anni dalla prima esecuzione dell’oratorio latino di Antonio Vivaldi Juditha triumphans devicta barbarie Olofernis. L’unico superstite di quattro da lui compositi: indubbiamente una delle sue opere migliori.
Fu commissionato dall’ospedale della Pietà, dove il Prete rosso era stato assunto come “maestro dei concerti” per fornire musica strumentale e curarne l’insegnamento e l’esecuzione. Si trattò dunque di un impegno occasionale aggiuntivo per lui. L’ospedale dava ricetto alle orfanelle abbandonate nella ruota della chiesa. Le più dotate fra loro divenivano “figlie del coro”. Erano virtuose preparatissime, educate dai migliori compositori dell’epoca e formavano una delle più prestigiose orchestre di Venezia, come confermano le testimonianze di famosi viaggiatori, De Brosses, Goethe e Rousseau fra gli altri. Si dedicavano allo studio del canto o degli strumenti musicali più diversi. Perciò in quest’oratorio Vivaldi poté sfoggiare un’orchestra davvero fuori del comune: oltre agli archi tradizionali, viola d’amore, cinque viole «all’inglese» (con corde di risonanza come il precedente strumento), trombe, timpani, flauti dritti, oboi, quattro tiorbe che suonano assieme ai cembali, mandolino, salmoè (“chalumeau” per i francesi), uno strumento ad ancia simile al clarinetto, due “claren”, che di quest’ultimo strumento sono gli antenati e organo. C’è poi un coro poderoso in quattro parti (soprano, contralto, tenore e basso). Come fossero eseguite da sole voci femminili le parti di tenore e basso (trasposte o reali?) è questione ancora aperta. Ci sono infine le voci soliste: Juditha (contralto), Abra, sua ancella (soprano), Holofernes (contralto), Vagaus, suo servo (soprano), Ozias, sommo sacerdote (contralto). Fra le molte esecuzioni moderne (se ne trovano di eccellenti anche on line) segnalo, per la scrupolosa osservanza dei criteri esecutivi in uso alla Pietà (compreso il coro solo femminile), quella dell’Academia Montis Regalis con la direzione di Alessandro de Marchi e Magdalena Kožená nei panni di Juditha (Opus 111, 2001).
Antonio Vivaldi
incisione, c.a 1725
14×11,3 cm.
L’autore del testo è Jacopo Cassetti, cavaliere, probabilmente originario di Monselice, noto solo come autore di oratori. Egli definisce l’opera scritta con Vivaldi «sacrum militare oratorium», perché di un oratorio sacro e di guerra si tratta.
Si combatteva infatti l’ultimo conflitto turco-veneziano (1714-1718). L’inizio fu rovinoso: nel 1715, una dopo l’altra, tutte le città della Morea (Peloponneso) capitolarono. Durante la pausa invernale dei combattimenti Venezia riorganizzò le sue difese e arruolò il maresciallo Matthias von Schulenburg come comandante delle forze terrestri, inoltre la forte pressione diplomatica di papa Clemente XI favorì l’ingresso in guerra dell’impero asburgico (13 aprile1716). Da quel momento le sorti belliche si raddrizzarono: Schulenburg resistette all’assedio di Corfù (luglio-agosto 1716) e i turchi vennero sbaragliati da Eugenio di Savoia a Petervaradino il 5 agosto 1716. Con la pace di Passarowitz (21 luglio 1718) la Serenissima non riacquistò la Morea, ma ottenne alcune compensazioni territoriali in Dalmazia, in Albania, nell’Epiro e alcuni vantaggi doganali: iniziato disastrosamente, il conflitto si concluse con una pace non disonorevole. Venezia peraltro aspirava ormai più alla neutralità che al dominio (si può vedere in proposito Gaetano Cozzi, Michael Knapton, Giovanni Scarabello, La Repubblica di Venezia nell’età moderna. Dal 1517 alla fine della Repubblica, UTET 1992, p. 556 e, sull’ultimo conflitto turco-veneziano, pp. 556-560).
Il 5 marzo 1716, quando (secondo l’ipotesi più verosimile, formulata da Michael Talbot) Juditha triumpans venne eseguita, la guerra coi turchi sembrava preludere alla disfatta e la riscossa dell’alleanza cattolica non era ancora iniziata. La Pietà fra i quattro ospedali è quello più strettamente legato ai Procuratori di San Marco, dunque al governo della Serenissima, perciò, date le circostanze, è possibile che l’oratorio sia stato commissionato per essere un rito beneaugurante per la guerra. Infatti Cassetti lo definisce carmen allegoricum e alla guerra fa esplicito riferimento nel rivelare tutte le allegorie: «La guerra è in corso, feroci nemici minacciano», Juditha è Adria (Venezia), Abra è la fede, Ozias è il papa, Hololofernes è il re dei turchi e da qui (dalla chiesa della Pietà) si auspica che «l’intera flotta veneta, nel modo migliore possibile, sarà vincitrice».
La guerra è in corso e la vittoria solo auspicata. Non si tratta di una normale rappresentazione, ma di una cerimonia religiosa propiziatoria della vittoria. Vi è perfetta sovrapposizione delle vicende bibliche con quelle della più stretta contemporaneità. Ciò spiega la mancanza dell’imprescindibile antefatto, che nella Vulgata, fonte del libretto, occupa ben nove capitoli su sedici. Manca ciò che giustifica l’omicidio nel sonno di Holofernes: le atroci sofferenze a cui tutto il Medio Oriente è sottoposto per volontà del re assiro Nabuccodonosor che pretende di esser venerato come unico dio e in particolare quelle della città ebraica di Betulia la quale, per non tradire la propria fede, tenta di resistere, ma è assediata da Holofernes ed è ridotta allo stremo per la mancanza di acqua e di cibo. Certo, il testo biblico è dato per conosciuto, ma le violenze, i saccheggi e le stragi là minuziosamente descritti, potevano essere omessi perché drammaticamente noti ai veneziani dalle cronache che giungevano dalle città della Morea espugnate (Corinto, Nauplia, Modon): assedi prolungati, rese condizionate con patti violati che aprivano la strada a saccheggi, stermini, deportazioni e decapitazioni. Un solo esempio. Girolamo Ferrari (che nel suo Delle notizie Storiche della lega tra l’Imperatore Carlo VI e la Republica di Venezia contra il Gran Sultano Acmet III e de’ loro fatti d’armi dall’anno 1714 sino alla pace di Passarowitz, Venezia, Buonarrigo 1723, ha lasciato una dettagliata descrizione della guerra) racconta che il gran visir Damat Ali Pascià, celebre per la sua crudeltà, pagò trenta “oselotte” (monete turche del valore di cinque lire di Venezia) per ogni prigioniero da decapitare davanti a lui. «Di questa maniera raunati molti centinaja davanti alla sua tenda ebbe il piacere tirannesco e fiero, di vederli decapitare ad uno ad uno» (pp. 52-53). Si può dire, insomma, che l’oratorio non rappresenti tanto la lotta di Juditha contro Holofernes, quanto quella di Venezia contro i turchi.
La vicenda biblica è narrata nel Libro di Giuditta, che si trova fra i libri storici del vecchio testamento (una versione italiana pregevole e un commento esauriente si devono a Dionisio Candido: Giuditta, Edizioni Paoline 2020). Di ciò che là si narra Cassetti non solo tralascia l’antefatto (più di cinque anni di violente conquiste assire), ma riduce personaggi ed episodi, omette la riscossa degli ebrei, che sbaragliano gli assiri e riduce all’essenziale l’impresa di Juditha. Così rimaneggiata, la vicenda dura un solo giorno, o, meglio, una sola notte (rispettando le aristoteliche unità di tempo e di azione): dall’arrivo dell’eroina ebrea all’accampamento di sera, al suo ritorno a Betulia all’alba del giorno successivo.
Il libretto di Jacopo Cassetti (spesso mal tradotto e mal giudicato) mostra una chiara strategia drammatica. Si passa dal buio alla luce e dalla guerra alla pace, poli opposti, incarnati rispettivamente da Holofernes e Juditha. All’inizio dell’azione (non c’è scenografia, perciò luoghi e vicende sono evocati esclusivamente dalle parole e dalla musica) Holofernes è insieme ai suoi soldati. Tutti attendono per il giorno seguente la vittoria. Inneggiano alle stragi nel trionfale coro iniziale, che Vivaldi ha rinforzato con assordanti trombe e timpani: «Arma, caedes, vindictae, furores, / angustiae, timores / precedite nos. // Rotate, / pugnate, / o bellicae sortes, / plagas mille, / mille mortes / adducite vos». (Eserciti, stragi, vendette, furori, sofferenze, terrori, precedeteci. / Destini di guerra girate, combattete; mille ferite, mille morti voi portate).
Giuditta decapita Oloferne
olio su tela, 1612-1613
158,8 x 125,5 cm.
Museo di Capodimonte, Napoli
Al suo solo apparire, Juditha muta il clima da bellico a dolcemente pastorale (Quocum patriae me ducit amore: Fa maggiore in tempo di 6/8). La guidano, dice, «la dolcissima speranza della libertà e l’amore di patria»: non c’è nulla della marziale e mascolina possanza con cui l’eroina viene solitamente rappresentata. Vagaus, il servo che letteralmente si annulla in Holofernes, la dice «portento per gli occhi» e immagina che accrescerà la gloria del suo padrone. I soldati, nel successivo coro (O quam vaga venusta, o quam decora), perdono il tono marziale e, per la vittoria, sperano in lei. Anche Holofernes è accecato dalla di lei bellezza e dai sogni di gloria. Juditha invece «supplica la pace di Betulia» e nell’aria Quanto magis generosa invoca da lui clemenza e pace: «Parce, Dux, ac tolle amara» (risparmiaci e poni fine alle sofferenze). Vivaldi compone un largo in 3/8 e accompagna la dolcissima supplica di Juditha con archi «con piombi» (un particolare tipo di sordina) e con la risonanza profonda della viola d’amore concertante.
Stordito dalla bellezza di lei Holofernes la trattiene (Sede, o cara) e fa allestire il più sopraffino banchetto mai visto, procacciando i cibi più prelibati fra «chiunque nuoti in mare o sia nutrito in cielo e sulla terra». Lei replica che fra convivi e banchetti le sue labbra abituate al digiuno si infangano («Inter convivia et dapes / torpescent labia mea in jejunio assueta»). La sua condizione è come quella della disperata rondine dell’aria di paragone che segue, Agitata infidu flatu. È fra le più belle che Vivaldi abbia composto, di andamento fortemente cromatico, in Sol minore. L’incessante motivo degli archi mima il pianto di una rondine «agitata da un vento maligno, ignara del bene», che ritrova la gioia solo quando, trascinata da un’«aura serena», torna al suo nido.
Restate sole, Abra esorta Juditha ad usare ogni arte per ottenere il fine a cui aspirano. Reciprocamente si promettono di condividere la sorte nell’impresa. Juditha di impazienza «geme come tortora» e invita l’ancella a seguirla. Vivaldi in quest’aria, Veni, veni me sequere fida, intreccia con il canto dell’eroina il verso della tortora a cui dà voce il «salmoè».
La prima parte è conclusa dal «coro di vergini che suonano arpe in Betulia» (Mundi Rector, de caelo micanti). È una preghiera al Rettore del mondo affinché, «domata la barbarie del nemico, la speranza della pace si diffonda in Betulia». Qui e nel coro finale vi è perfetta sovrapposizione fra Betulia, Venezia e la chiesa della Pietà, dunque fra ciò che si rappresenta e chi lo rappresenta. Vergini, ovviamente, non sono tutte le donne di Betulia. L’espressione si addice invece a tutte le “figlie” della Pietà. Dio è invocato affinché accolga i voti «quae de corde pro te dimicanti / sunt pietatis in sinu devota» (che da un cuore che combatte per te sono consacrati in seno alla pietà), frase che acquista senso solo se si intende che i voti si elevano dalla chiesa della Pietà. Ecco riaffiorare l’intento votivo dell’oratorio.
Il sommo sacerdote Ozias apre la seconda parte. Ha doti di veggente: «i profondi segreti nella mente del Sommo Re sono miei. […] Prevedo il fato estremo dei tiranni guerrieri nemici». Auspica che la notte prepari la loro sconfitta (O sidera, o stellae). Ha un tono grave e solenne come si addice a un personaggio illustre. Egli corrisponde allegoricamente a papa Clemente XI, che in quei mesi andava costruendo l’alleanza antiturca e nel quale Venezia riponeva grandi speranze. Ecco la ragione del prestigio con cui è presentato nell’oratorio.
Intanto nell’accampamento Holofernes vaneggia di una notte oscura che sorge luminosa grazie a Juditha (Vivaldi compone un’aria dolce in Mi bemolle maggiore, Nox obscura, tenebrosa): il suo impeto bellico è già vinto.
Segue un dialogo, sebbene tra sordi, a suo modo amoroso fra i due. Holofernes «brucia» di passione e sogna amore e gloria terreni; Juditha, nella bellissima aria accompagnata dal mandolino (Transit aetas) pensa all’anima immortale: «L’amore della vita, il fuoco, ogni cosa è fumo; l’anima vive immortale». L’eloquio fuorviato di lui è reso da Cassetti con insistite litoti nell’aria, con oboe obbligato, Noli, o cara, te adorantis: «Non volere, cara, non esaudire il desiderio del condottiero che ti adora». Poi i due paiono unirsi nella speranza di pace, ma per lui la pace è l’amore che crede di ottenere quella notte, mentre per lei è quella di Betulia. Un’originalissima aria di Juditha conclude il loro dialogo (Vivat in pace, et pax regnet sincera), singolare perché Cassetti usa l’ottava epica (ABABABCC), che Vivaldi mette in musica in tre sezioni distinte, incorniciate da ritornelli orchestrali: «Viva in pace e la pace regni sincera, e in Betulia sorga la fiaccola dell’amore. La vera felicità sta sempre nella pace, né le guerre siano più causa di dolore», dice lei.
Holofernes nel frattempo, ubriaco, si è addormentato. Juditha chiama Vagaus. Lui fa sparecchiare e si allontana: «Puoi dilettarti sola col tuo duce […] in fretta mi ritiro e così lascio spazio al tuo amore». Juditha mette Abra di guardia alla porta poi prega dio, perché infonda forza al suo braccio e perché Holofernes continui a giacere nel sonno profondo. Vivaldi rende la scena con un recitativo accompagnato da un concerto di cinque viole all’inglese (In somno profundo). Poi Juditha prende la spada appesa al muro, taglia la testa di Holofernes, la consegna in un sacco a Abra e insieme tornano a Betulia, dove Ozias sa dell’impresa già prima del loro arrivo. Vagaus intanto scopre il corpo del suo padrone, si dispera, poi si lascia andare a un’aria di furore addirittura demoniaco (Armatae face et anguibus), che Vivaldi rende magistralmente con vorticose scale discendenti degli archi e estremo virtuosismo vocale del canto nella cupa tonalità di Do minore.
Nelle parole di Ozias la similitudine fra vicenda biblica e contemporaneità si fa esplicita: «Così, per volontà divina, scorgo inviolata la città del MARE VENETO, come in Asia dall’empio tiranno Hololofernes, la città vergine sarà una nuova Giuditta». Conclude l’oratorio un «Coro di vergini esultanti per il trionfo di Juditha», che è (lo si dà per certo) il trionfo di Venezia contro i turchi: «Debellato così il barbaro Trace, sei trionfatrice REGINA DEL MARE e, così placata l’ira divina, ADRIA viva e regni in PACE».
La prima parola del testo è «arma», l’ultima è «pace»; quello d’apertura è un poderoso coro militare, quello conclusivo un festoso inno alla pace. Significati perseguiti concordemente da librettista e compositore. Siamo di fronte a un capolavoro nella produzione vivaldiana ben piantato nella realtà contemporanea.
